I PRINCIPI NON-NEGOZIABILI –

I PRINCIPI NON-NEGOZIABILI –

Su questo argomento Papa Benedetto XVI  è intervenuto nel discorso del 30 marzo 206

“Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti: 

– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;

– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale;

– tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli.

Questi principi non sono verità di fede anche se ricevono ulteriore luce e conferma dalla fede. Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Al contrario, tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia stessa”.

 

 

 

 

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INCONTRO AL CIRCOLO MEDI DI VERONA

QUESTA SERA ALLE ORE 20.45

AL CIRCOLO MEDI DI VERONA 

– PARROCCHIA MARIA IMMACOLATA –

PARLERO’ DI

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UNA MADRE PREOCCUPATA – G.G. –

UNA MADRE PREOCCUPATA – G.G. –

Siamo ai primi degli anni 80. Viene in consulenza psicologica una signora sui quarantacinque anni, per­ché il figlio di 14 e mezzo la preoccupa notevolmente. Si è verso la fine di novembre e il ragazzo, che dovrebbe frequen­tare una scuola professionale, si presenta poche volte a scuola, spesso ritorna a casa. Non vuole uscire con gli amici, anzi non  ne ha, perché “è sempre stato casa­lingo e attaccato a noi fin da piccolo”.

Cerco di indagare sull’ambiente familiare, sulla relazione di coppia, su eventuali traumi che il figlio potrebbe aver subito, sul rapporto con il padre e con il fratello di 11 anni. La rispo­sta da parte della signora è sempre la stessa: tutto bene, però il comportamento del figlio la pre­occupa molto. Gli aveva an­che chiesto se lui era disposto a parlare con uno specialista, uno psicologo. “Intanto va’ tu, e poi verrò anch’io…, ne ho bi­sogno”, si era sentita ri­spondere. Ora è davanti a me in avan­scoperta, così mi viene di interpretare la sua presenza, perché deve since­rarsi della “bontà” dello specialista.

Tra i vari argomenti, faccio anche l’ipotesi che il ragazzo stia vivendo una profonda crisi adolescenziale con con­notazioni depressive. A questa mia ipotesi, mi sento ri­spondere che è impossibile perché il figlio sa tutto sul sesso: fin da piccolo hanno cercato di istruirlo, proprio perché non potesse avere problemi durante l’adolescenza. Gli ha letto tutti i libretti in voga, hanno sempre fatto la doccia assieme, “in casa ciascuno può stare vestito o sve­stito come vuole”. Anche quest’anno tutti e quattro hanno  passato le vacanze su un’isola di nudisti. Non aveva notato nulla di strano nei suoi figli.

Mi conferma che il figlio desidera venire e fisso l’appuntamento.

Il ragazzo si presenta  puntuale, accompagnato dalla mamma, che mando a passeggiare, affinché non ci sia la sua ombra  durante il colloquio,  neanche in sala d’aspetto. Luca si sente sollevato dall’assenza della ma­dre. Durante questo primo colloquio  é come se stessimo tutti e due in osservazione. Si parla di scuola, di compa­gni, delle scuole medie, un accenno alle difficoltà in casa, alle discordie tra i genitori. Direi che riusciamo a parlare. E’ lui a chiedere di fissare un altro ap­puntamento, che di­viene l’inizio di un percorso psicoterapeu­tico.

Prima di Natale riprende a frequentare la scuola, con una sola assenza la settimana. Viene agli appuntamenti da solo e si ar­rabbia molto quando la madre tenta di accompa­gnarlo.

Ci vogliono più colloqui perché si arrivi ad affrontare la pro­blematica sessuale: intenso autoerotismo, sogni erotici e molta  rabbia verso sua madre, che da sempre lo ha co­stretto a fare la doccia assieme, a volergli parlare di edu­cazione sessuale quando lui non lo desiderava, alle ferie su spiagge di nudisti. Si vergogna, lo dice, di avere dentro sé tutta questa rabbia e di avere delle fantasie sessuali con sua madre. A mano a mano che l’approfondimento  pro­cede e lui si libera, acquisisce maggiore sicurezza in casa, e a scuola incomincia ad avere dei buoni risultati.

 A giugno è promosso. Secondo la madre il risultato é stato ottenuto e non vi sarebbe più bisogno di psicotera­pia. Il ra­gazzo si oppone e con l’appoggio del padre può continuare per un altro anno, in cui l’approfondimento tocca aspetti molto profondi e riequilibranti la personalità. Si affronta spesso l’argomento del pudore insorto verso i sei anni e mortificato dal com­portamento insano dei geni­tori, della vergogna del proprio corpo e della paura che aveva avuto di essere omoses­suale, quando si soffermava sulla spiaggia a guardare il pene degli uomini e quello del padre. Eppure le donne lo attrae­vano.

In casa cambia comportamento, ed esige dagli altri compo­nenti, compresa la madre, il rispetto per la priva­tezza, sua e degli altri.

 Tramite la scuola può aggregarsi a un gruppo di ragazzi della sua età. Terminato il biennio, anche la terapia sta fi­nendo, si inserisce nel mondo del lavoro. Fa il possibile perché anche suo fratello segua un percorso terapeutico, logicamente con un altro professionista.

Ho solo sintetizzato, ma nel racconto  è implicita una vita di ansie, tensioni, violenze psicologiche fatte in “buona fede”, in nome di una educazione sessuale “libera”, come veniva pro­pagan­data qual­che decennio fa, e di una falsa scientificità.

Ci si può domandare dov’era il padre. Era una figura di con­torno, per nulla incisiva, succube della moglie, la quale dettava i ca­noni educativi e relazionali; per certi aspetti la si­tuazione gli era anche funzionale. Tuttavia, la psicoterapia del figlio fu un’occasione di destrut­turazione del sistema familiare, di ridi­mensionamento dei ruoli, di risveglio del padre e di una sua ri­cerca di identità. (G. Gobbi, Il padre non è perfetto, E, Vita Nuova, Verona 20o4).

 

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L’OVVIO DEL GIORNO

L’OVVIO DEL GIORNO

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GESU’ E LA GIOIA

GESU’ E LA GIOIA 

In questo periodo di  tristezza, di preoccupazione, di incupimento, di smarrimento, vediamo quello che Gesù ha detto sulla gioia del cristiano, perché Cristo è la nostra gioia.

Gesù insiste molto sulla gioia.

  • “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
  • Prega per i suoi discepoli “perché abbiano in se stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).
  • Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).
  • Li esorta a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24)
  • Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce, ha come sfondo e traguardo la gioia. E’ terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia (Anatole France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).   

 S. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia:

  • “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1).
  • “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (fil 4,4-5).
  • “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).
  • E l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).
  • IL cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Ga. 5,22)

Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cristiani diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

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L’ESPERTO DELL’EDUCAZIONE – G.G. –

L’ESPERTO DELL’EDUCAZIONE – G.G. –

E’ un periodo di specialisti.  In ogni campo si impone costantemente la consultazione dello specialista, di colui che offre la soluzione immediata e a basso costo psicologico. Faticare il meno possibile, aver la ricetta preconfezionata, delegare. Il costo economico è già nel preventivo. Ciò è prassi normale nell’ambito economico e tecnologico (produttivo-organizzativo) e si sta estendendo in quello psicologico, pedagogico, educativo, rieducativo. Si richiedono soluzioni preconfezionate, con esito sicuro e immediato.

Il rischio è che anche nell’ambito educativo e psicopedagogico spuntino come i funghi, si ergano e si impongano grandi e piccole cattedre, da cui “esperti” e “tuttologi” propongano ricette, consigliano, offrano verità incontestabili e incontestate.

Sui figli altrui tutti si sentono maestri.

Freud affermava che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. E’ una verità lapalissiana, con cui ogni generazione di genitori si confronta e si scontra. Generare, crescere un figlio, educarlo, permettergli di crescere e maturare, secondo le sue linee evolutive, sono processi complessi, che richiedono “specialisti”. La complessità va sempre commisurata con le strutture di base delle singole individualità, con le dinamiche interattive tra genitori e figli, con i processi relazioni psicoaffettivi, con il tessuto  sociale, con le epoche storiche.

Malgrado la complessità, lo specialista, l’esperto dell’educazione resta sempre il genitore: nella sua genitorialità psicoaffettiva nessuno lo può sostituire.

Chi è l’esperto? E’ colui che sperimenta, prova facendo esperienza. Come tale viene a conoscenza della realtà, acquisisce ogni giorno nel corso della vita un insieme di cognizioni e di coinvolgimento della crescita e della maturazione del figlio e della crescita e sviluppo di sé come genitore e come adulto.

Chi è l’esperto della funzione genitoriale e del ruolo educativo connesso?  Chi  ne fa l’esperienza quotidiana,  nel concreto. Gli altri dovrebbero essere di supporto, di stimolo, di aiuto a riscoprire la funzione genitoriale, a trasformare le responsabilità della maternità e della paternità in un compito, che possa essere affrontato con un minimo di piacere e di rispetto di sé, di coloro che scelgono di diventare genitori.

Nell’ambito del nucleo familiare il  genitore opera a tre livelli: come genitore, come figlio, come adulto.

– Come genitore è l’esperto dell’educazione dei figli, cercando di creare un ambiente familiare che li faccia crescere e offra occasioni per acquisire valori relazionali e affettivi, che li proietti a saper vivere la vita.

– Come figlio dei propri genitori è legato ai ricordi, alle aspettative, agli schemi, ai modelli, alle sofferenze, alle speranze connessi alla propria storia familiare. L’influenza dei propri genitori sul modo di svolgere la funzione genitoriale è più importante di quanto si pensi.

– Come adulto ha degli interessi e dei bisogni, che cerca di soddisfare insieme con altri adulti, condividendo l’esperienza del quotidiano.

L’occasione prima di imparare fare il genitore è stata accanto e osservando i genitori. Si è imparato che cosa essi  apprezzavano, ciò che rifiutavano e in che modo si prendevano cura di se stessi. Sono stati modelli di comportamento e acquisizione di valori e disvalori, che sono penetrati nel tessuto comportamentale, nei confronti dei quali l’attuale genitorialità si confronta.

 Le radici sono quelle, che si voglia o no. La storia personale familiare si colloca come elemento costitutivo dei processi educativo, con atteggiamenti e valori di origine culturale, consolidati dall’abitudine. Vi può essere la propensione a vivere con i propri figli i modelli della propria infanzia, un continuum che è nel contempo comune e comprensibile. E’, però, entro tale contesto che  occorre diventare esperti dell’educazione dei propri figli nella complessità della realtà d’oggi.

L’esperto, psicologo e/o psicopedagogista, può assumere una funzione fondamentale nell’attivare, stimolare dinamiche, che facilitino i genitori nell’acquisizione dei loro compiti, nel proiettare possibili modifiche di atteggiamento e comportamentali per creare un clima psicoaffettivo familiare confacente alla crescita dei vari membri, nel ricreare spazi in cui i genitori si confrontino e non ricerchino le ricette preconfezionate, del tutto e subito.

La formazione dei genitori è un ambito che richiede capacità relazionali, senso della concretezza, visione della realtà psicosociale, accettazione delle situazioni e delle persone. Sono le persone che vivono la relazione  coniugale e genitoriale e che esperiscono nel quotidiano  le difficoltà di vivere i tre livelli, che intrinsecamente sono connesse tra di loro (genitori, figlio, adulto).

La formazione dei genitori parte dalla concezione che l’esperto dell’educazione del proprio figlio è il genitore: le istituzioni e i loro operatori sono create al servizio della famiglia. Il genitore non può rinunciare alla presenza primaria nella vita del figlio e alla prerogativa di trasmettergli i suoi valori.


 

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E PER OGGI RITORNO BAMBINO – I 50 anni di Pier Paolo –

E PER OGGI RITORNO BAMBINO – I 50 anni di Pier Paolo –

E sono 50. Però!
Stamattina bevendo il caffè, la scritta su un lato della mia tazza preferita mi ricorda che “la misura di ogni felicità è la riconoscenza”. Mi riconosco grato e quindi felice. Per il dono della vita, unica e originale nell’universo e che poteva non esserci, non essere, come purtroppo ancora accade per troppi bambini.
Grazie ai miei genitori, che ogni giorno in mille modi proseguono a darmi la vita. Ma soprattutto perché mi hanno mostrato che dare la vita a un figlio senza aiutarlo a scoprirne gradualmente il suo significato, il senso, non vale granché. Mi hanno insegnato che siamo chiamati a riconoscerci “fatti come un prodigio”, come canta il mio salmo preferito, e per questo a fare fruttificare i doni, a seminare con gesto generoso. Grazie anche ai miei fratelli, frutti straordinariamente ricchi e diversi dello stesso terreno. E ai tanti altri, amici, insegnanti, preti, allenatori, genitori, che nel divenire del tempo hanno innaffiato in vari modi questo seme, sapendo che i bambini sempre hanno dentro le domande grandi, nascono fatti bene, “fatti da Dio”, come dice il professor Nembrini . E ai grandi spetta solo di accompagnarli a scoprire quello per cui sono fatti.

Grazie anche ai nostri figli, Elia e Rebecca, che crescono svelti, simili e diversi, unici, e mi richiamano ogni giorno a benedire che ci sono e a sperare che nei giorni lontani tengano custodite dentro il cuore quella preghiera semplice e profonda che abbiamo loro consegnato, la più bella che conosco: “ti adoro mio Dio, ti ringrazio per avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata, fa che siano tutte secondo la tua volontà”. C’è dentro tutto ciò che vale, che ho ricevuto e vorrei lasciare ai miei figli quando sarà l’ora.
Grazie alla mia sposa…e qui ci vorrebbe un nuovo libro!

Sull’altro lato della tazza (che vedete nella foto del mattino presto, con la quale mando un sorriso a tutti voi) c’è una omome, il grande scrittore Chesterton, che incontra un piccolo. Così, per ultimi ma primi , grazie ai bambini, sostanza e ragione del mio lavoro a scuola e in studio, misura dei miei talenti e limiti, che mi fanno faticare e mi donano allegria, fantasia, speranza, pulizia. Che si aspettano il bene, amano la luce, la vita aperta, hanno dentro le domande grandi e non si arrendono mai, sopportano come possono i mille pasticci che noi grandi facciamo. Vogliono vivere, essere amati e accompagnati a crescere come sempre è stato, senza esperimenti e stranezze alla moda, trovando risposta solo alle domande vere che hanno. Vogliono soprattutto stare dentro un abbraccio antico e sempre nuovo che dica loro ogni mattino: “sono contento che ci sei e ti benedico, ora vai a vivere la tua vita!”.
Grazie bambini, se rallentate un poco nella corsa della vostra vita vi raggiungo anch’io e per oggi…ritorno bambino!
Pier Paolo

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