Una Città, che è tutto e il contrario di tutto – G.G. –

Come già accennato nel prologo, l’azione si sposta sulle sponde e lungo le anse del grande fiume, l’Adige, sui suoi ponti, migliaia di volte attraversati, in case ora affacciate al bron­tolio del fiume ora discoste nelle periferie.

Case, come dimora, oltre le colline.

Case, laboratori dell’anima, che hanno scandito la vita quoti­dia­na, modellato il corpo e l’evolversi dello spirito nella sua completez­za. In cui sono trascorsi ore, mesi e anni. Una vita.

Vi sono presentati alcuni momenti d’impatto con la Città, d’at­tenzione ai suoi mutamenti, alle sue anchilosate protezioni, ai nuovi arrivi, al mantenimento dei cerchi concentrici sociali ed economici, alle trasformazione degli usi e costumi, alle false aperture delle vec­chie gerarchie.

Una Città, che è tutto e il contrario di tutto.

Da Castel S. Pietro una visione complessiva abbraccia il territo­rio, che dal Ponte Pietra si estende nell’orizzonte alle lontane, sfuma­te, polveri della zona industriale.

Guardi, osservi, senti.

Hai la sensazione che tutto sia fermo, da sempre in sospensione, e che i molti campanili, coadiuvati dalle chiese, vigilino perché si mantenga così. Eppure, da un momento all’altro, ti aspetti che qual­cosa accada e che la densa sospensione esploda.

Poi guardi il fiume, che scorre ai tuoi piedi, e ti sembra che le sue anse uniscano tutti in un grande amplesso, ma t’accorgi che ognuno è volontario di se stesso.

Vi è tanta bontà e disponibilità, da sempre. Le ho incontrate tante volte e le ho viste materializzarsi sotto i miei occhi.

La città è un piccolo mondo, dove irrilevanti, variegati e semplici fatti tes­sono il reticolo inestricabile di vite significative.

 

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CREDERE – G.G. – 

CREDERE – G.G. – 

Credere comporta dei rischi, delle ansie e dei dubbi, dei passaggi obbligati anche per l’individuo maturo. C’è da diffidare di chi afferma di credere senza difficoltà, di non conoscere la sfida del dubbio.

Il cammino della fede passa attraverso varie crisi (soprattutto nel periodo in cui s’afferma il pensiero logico, ossia nell’adolescenza), che sono quasi sempre dei segni positivi e di crescita, perché permettono al credente di maturare ulteriormente la propria religiosità, vivendo la propria religione in modo più autentico.

Crescere religiosamente significa rinunciare alla staticità e all’abitudine per conquistare nuove e più complete certezza; significa anche rischiare conflitti religiosi, che, benché limitati alla dimensione  religiosa della vita psichica, rappresentano un notevole travaglio per chi li vive.

E’ possibile teoricamente una religiosità matura, pur senza la pratica esteriore? Ritengo che la posizione di “credente non praticante” sia spesso una posizione di comodo e possa facilmente venir meno sotto l’influsso delle proprie e delle altrui idee.

Di norma la pratica religiosa  alimenta la religiosità, perché esiste una relazione tra consapevolezza dottrinale e fedeltà religiosa.

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IL CORPO: L’AUTOBIOGRAFIA DEL BAMBINO – G.G. –

Il corpo: l’autobiografia del bambino – G.G. –

La memoria ci ricorda la nostra continuità.

Nella nostra percezione diamo per scontato che vi siano dei mecca­nismi inconsci, senso­riali, percettivi, associativi, che costitui­scono la struttura portante della nostra personalità, a cui attingiamo per fare me­moria della storia della nostra vita.

Per l’adulto può essere facile “dire” la propria storia affettiva, ma per il bambino piccolo che cosa e come può dire di sé? Noi ci aspet­tia­mo tutto dalle parole, che il bambino non ha. Eppure vi è un lin­guaggio, che il bambino conosce e con cui si esprime: la parola del corpo.

L’esperienza corporea è la dimensione della personalità, che rac­chiude in sé e conserva nel tempo fatti e vissuti, che sono il mate­riale da comprendere ed interpretare nell’autobiografia.

Alla base dei no­stri vis­suti come persona vi è il corpo, che è il primo vero deposito della me­moria.

Il corpo ricorda: ha inscritto in sé, nelle sue varie parti e nel suo in­sieme, la storia della nostra vita.

Esperienze scientifiche di questi ultimi anni dimostrano, ap­punto, che vi è una memoria corporea, che diamo per scontata, presuppo­nia­mo, deduciamo, ed è implicita in tutto quello che fac­ciamo, e che è dif­ficile da decodificare e da identificare. In una pro­spettiva futura, chissà, gli strumenti tecnici potranno far emergere quelle tracce pro­fonde, a li­vello di sinapsi ed altro, che il corpo ha ritenuto dal primo momento in cui siamo stati generati e siamo poi ve­nuti alla luce.

L’esperienza corporea, che viene prima della parola, è già di per sé prenoetica e intenzionale. E’ impregnata di cognitività.

La prima esperienza corporea del bambino è quella della comuni­ca­zione tonico-emozionale: con la nascita, momento topico, nevral­gico e fon­damentale, vi è l’origine e inizia lo sviluppo della memoria conscia e in­conscia della nostra storia psicoaffettiva nel  mondo.

Vi è il primo contatto con il mondo esterno, con l’altro da sé: il pri­mo contatto corporeo, la prima relazione tonico-emozionale con la ma­dre. I sensi iniziano a scrivere le prime tracce nella memoria e le origi­narie strutture della storia della propria vita extrauterina.

Si tratta di imparare a de­codificare e a leggere queste tracce.

I bambini esprimono se stessi attraverso le tracce psicoaffettive del corpo, che sono per­meate di processi emozionali e cognitivi, sono di­pendenti dai condi­zionamenti ambientali e si esplicano attra­verso com­portamenti specifici da saper leggere da parte degli adulti.

Il bambino si presenta e racconta di sé, della sua storia psicoaf­fetti­va, attraverso il linguaggio del suo corpo, con il  modo di muo­versi, di camminare, di guardare, di osservare, di toccare, di pren­dere, di avvici­narsi e allontanarsi dagli “oggetti”, di manipolarli. Così il bambino scri­ve la sua autobiografia e offre ai grandi.

Egli racconta la sua storia psicoaffettiva fino a quel momento. Non ha ancora im­parato a raccontarsi con le pa­role, ma il corpo gli permette di rites­sere la propria vita, di ricostruirla, divenendo il luogo fertile per svelare i modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo, dentro e fuori. Il corpo è la spia che disvela e dilata i contenuti affet­tivi.

Il corpo del bambino già ricorda per “cronologia interna”, perché ha insito in sé “il prima e dopo”, anche se, fino ad una certa età,  non sa collegare fra loro le esperienze del prima e del dopo, che danno forma ai contenuti e connotano l’autobiografia.

Il bambino nei suoi pochi anni ha creato il suo universo esisten­ziale, il cui accesso passa dai circuiti della memoria corporea. Ciò permette di sviluppare un campo ma­gnetico di ricordi, che si espri­mono attraverso una diversificata presenza e modalità di vivere le situazioni. I ricordi si mate­rializzano nella plasticità del movimento e il suo immaginario si evidenzia attraverso il gioco e la relazione cor­porea.

L’attenta osservazione, la conoscenza della comunicazione, della sua pragmatica e dei contenuti sottostanti, e altri strumenti specifici per­mettono di comprendere e immaginare ciò che il suo corpo dice.

Non è sufficiente saper leggere e decodificare la storia psicoaf­fetti­va, che il bambino presenta con la sua corporeità, vi è la neces­sità di una comprensione che sia  accettazione.

Parafrasando Marcel Proust possiamo affermare che attraverso la comprensione della sua corporeità noi adulti “sviluppiamo i nega­tivi” che ci permettono di comprendere la sua vita, e così di aiutarlo a ripren­dersela costantemente tra le mani e a gestire “i positivi” della vita stes­sa. Il bambino apprende a dare alle cose, alle persone, ai sentimenti il loro nome “proprio”, e così gli oggetti gli appartengono e divengono parte integrante della sua identità. Gli “oggetti” per­mangono in lui, fan­no parte della sua vita e della sua identità.

Una volta adulto, nel suo presente emer­gono sensazioni positive del passato, dell’essere stato compreso e accettato. Ciò ripristina la tensione verso il futuro, in cui il passato è lì a supportare come forza e potenziali­tà. E’ il paradosso del tempo, che è sincronia e diacro­nia, che trascorre ed è eternità; un presente mutevole e immutabile. L’immediato é vissuto nella sua complessità.

L’alleanza con se stesso, con i propri vissuti e con la memoria psi­cocorporea, nel suo risalire fino alla formazione dell’essere, di­viene spa­zio e tempo, in cui l’adulto ricostruisce la propria espe­rienza di essere stato contenuto dal corpo e dalla psiche, prima dell’altro e poi di sé. Es­sere contenuto dalla memoria corporea posi­tiva è premessa della propria identità.

Come nel corpo del bambino si può leggere la sua storia psicoaffet­tiva, così in noi vi è insito il materiale per ri-costruire la nostra storia.  [Gilberto Gobbi, Le anse del fiume, p. 39/41]

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 L’intimità psicologica – G.G. –

 L’intimità psicologica – A chi lavora con le coppie succede spesso, di fronte ad una do­manda circa il livello dell’intimità psicologica, sentirsi rispondere che “è buona, perché fanno spesso all’amore”. Alcune volte, però, le per­sone sono imbarazzate e chiedono chiarimenti su cosa significhi “intimità psicologica”.

Nell’accezione comune la parola intimità richiama la vicinanza fi­sica, il rapporto sessuale.

Ognuno, però, intuisce che nella sua realtà profonda l’intimità psi­cologica va oltre l’aspetto fisico e si riferisce alla totalità della persona. Per certi aspetti è indefinibile, perché fa parte dei vissuti, del sentire dentro, del percepire, di una rela­zionalità pro­fonda, per i quali  spesso non si trovano le parole.

Vi sono, tuttavia, dei segni, dei comportamenti, che stanno ad indi­care che tra i due, marito e moglie, vi è una buona, discreta o carente intimità psicologica.

Una buona intimità psicologica è data da:

  • Il sentire che il coniuge è la persona più importante della propria vita.
  • Il poter contare in ogni momento sul coniuge, sia sotto l’aspetto psico­logico (spirituale) sia sotto quello materiale.
  • Il potersi fidare di essere ascoltati e capiti; di raccontare le cose più intime e personali, senza che i contenuti siano successiva­mente usati contro o come strumenti di ricatto.
  • Il condividere lo spazio e il tempo, in modo che diventino spazio e tempo della coppia, nel rispetto dei ritmi reciproci.
  • Avere il desiderio che la reciprocità psicologica si realizzi pure con la totalità dell’unione attraverso l’intimità sessuale, che di­viene contem­poraneamente espressione della fusione dei due ed espressione dell’individualità.

L’intimità psicologica può essere condizionata da resistenze, paure, vergo­gne, su­perfi­cialità, arroganza, sopraffazione, timidezza, chiusura, poca fidu­cia. Già du­rante il fidanzamento l’intimità psicologica do­vrebbe es­sere l’ambito, su cui i due si dovrebbero costantemente con­frontare.

E’ un terreno che va sempre dissodato. Un periodo molto propizio per l’approfondimento dell’intimità psicologica è quello dopo il matri­monio e prima dell’avvento dei figli, perché, come si è detto, i due spe­rimentano le gioie e si cimentano con le difficoltà della condivisione della vita, con le modalità relazionali e interattive nella costruzione del clima psicoaffet­tivo.

Vi è, però, la tendenza a dare per scontato che il coniuge debba in­tuire, capire, e, per certi aspetti, anticipare i pensieri e i desideri, a sca­pito della reciprocità e dell’intimità, che richiedono che tra i due vi siano una comu­nicazione fluida e un dialogo aperto.

La vita di coppia affina l’intimità psicologica attraverso l’ascolto e il dialogo.

Saper comunicare è difficile, perché è molto arduo saper ascoltare.

L’ascolto comporta la disponibilità psicologica a cogliere i vissuti del­l’altra persona, le sue istanze profonde, le sue problematiche. Oc­corre un ascolto non tanto delle parole, dei modi e dei mezzi della co­mu­nicazione, quanto del contenuto che viene comunicato.

 

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Aldous Huxley

A. Huxley, nella sua prefazione all’edizione del 1949 del suo “Il Mondo Nuovo”, scriveva: “Più si riduce la libertà politica ed economica, più si aspira ad amplificare il modo compensatorio la libertà sessuale. E il Dittatore […] farà bene a promuovere tale libertà. Insieme alla libertà di sognare ad occhi aperti, sotto l’influsso di sostanze stupefacenti, del cinema e della radio, la libertà sessuale porterà i suoi sudditi a riconciliarsi con la schiavitù, che è il loro destino. Tutto sommato sembra che l’utopia sia molto più vicina di quanto ci si potesse immaginare vent’anni fa. Allora proiettavo questa Utopia in un futuro a seicento anni da noi. Oggi sembra molto probabile che un simile orrore ci prenderà per la gola entro un secolo soltanto”.

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La rivoluzione sessuale globale di Gabriele Kuby

Domenica 15 aprile, a Verona, GABRIELE KUBY  ha dialogato con un pubblico attentissimo su uno dei problemi antropologici più cogenti cioè “Distruzione della libertà in nome della libertà”. In due ore di piacevole conversazione ha dato un assaggio degli approfondimenti culturali, che sono presenti nelle sue varie pubblicazioni, tra cui “LA RIVOLUZIONE SESSUALE GLOBALE”.

“Il lavoro coraggioso di Gabriele Kuby è un invito ad agire rivolto a tutte le persone di buona volontà affinché intensifichino gli sforzi per preservare la libertà di religione, la libertà di opinione e in particolare la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni, così che la famiglia possa costituire il fondamento sul quale costruire una società sana” [Da quarta di copertina].

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Le sbarre, le mie croci

Il giorno di Pasqua ho ricevuto in regalo un libro di poesie, che suggerisco di leggere e degustare. E’ il Libro di IOAN PLOSCARU, Le barre, le mie croci. Poesie dal gulag romeno (1951-1964), Ed. Feeria, Panzano in Chianti 2017.

“Composte a memoria nelle celle del carcere romeno di Sigher e trascritte dopo la liberazione, le poesie di Ioan Ploscaru ci raggiungono con il tono intimo e assoluto della verità: limitato e ferito dalle sbarre intrecciate contro un lembo minimo di cielo, lo sguardo sa scorgere la forma della croce, e in essa adora il Cristo. Escluso dalla vita, disprezzato e quasi annientato per la fede che non può e non vuole rinnegare, il vescovo prigioniero benedice e offre a Dio ogni manifestazione della vita: accoglie i colori dei fiori, saluta la partenza delle gru e i garriti delle rondini, ringrazia per il gelo, contempla il mistero di un fiocco di neve che gli si è posato sul palmo della mano mentre misura la cella estendendo le braccia. Profetizza un mondo nuovo, ricorda e spera al ritmo dell’anno liturgico, le cui feste non gli è permesso celebrare.

Vero poeta e vero cristiano, Ploscaru sa conquistarci, consolarci e rinnovarci nell’intimo: con la bellezza dei suoi versi e con l’umile fierezza della sua fedeltà di cattolico perseguitato”. [Da quarta di copertina]

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