La scarsa autostima e la vita di coppia – Gilberto Gobbi –

La persona con scarsa autostima vive un senso di incertezza su di sé e sulla prospettiva della vita della coppia. E’ psicologicamente eterodipendente, in quanto fonda la sua autostima principalmente su ciò che ritiene che gli altri pensino o possano pensare di lui. In particolare tiene in modo spasmodico alla stima e alla considerazione delle persone importanti, qual è il coniuge. Desidera fare sempre buona impressione ed essere approvato, pena la compromissione della sua individualità e autostima.

Le sue aspettative nei confronti degli altri sono grandi come grandi sono anche i timori che nutre circa il bene che gli possano volere. Vive una costante sindrome dell’altalena tra la fiducia e il sospetto. Mentre esternamente sembra presentare un atteggiamento sicuro, disinvolto, loquace, nell’intimo è incerto, timoroso e a volte spaventato.

Queste persone nella relazione di coppia tendono a ripetere il rapporto visto vivere dai loro genitori oppure lo configurano come radicalmente opposto  e si impegnano per dimostrare a se stessi e agli altri di non essere come i propri genitori. Di norma, formano coppie simbiotiche e vivono il rapporto più come difesa che come espressione dei loro sentimenti profondi e di fiduciosa apertura al futuro della vita. Vivono, cioè, con un atteggiamento circospetto, come  in sospensione, attente a non permettere di essere ferite, più che a lasciarsi andare e vivere con spontaneità. Torneremo su queste dinamiche nel prossimo capitolo.

Dopo la celebrazione del matrimonio o dopo un breve periodo di convivenza, scoprono che il coniuge  non è la persona che hanno immaginato e che desideravano. A causa di ciò vivono immancabili frustrazioni, rabbie, disillusioni, che incidono sul loro stato d’animo e sul clima psicoaffettivo che proiettano nella coppia e nella famiglia. E’ un clima nevrotizzato, che gli altri membri subiscono.

La costante interdipendenza tra i vari membri del  nucleo familiare influenza i reciproci comportamenti, i pensieri e le emozioni. Questa circolarità relazionale è una dimensione fondamentale  e determinante per cogliere e capire il clima psicoaffettivo che vive la coppia e il nucleo familiare. L’interdipendenza tra i vari membri della famiglia è più presente di quanto si creda, creando processi simbiotici, che legano emotivamente le persone tra loro. Da qui viene la tendenza a riperpetuare nelle future relazioni, come quella coniugale o della convivenza, il legame simbiotico con il proprio partner.

Là dove permane  una tendenza simbiotica, fondata  sulla scarsa autostima e sull’insicurezza, i due si  scelgono l’un l’altro senza comunicarsi reciprocamente i propri timori, le idee, le convinzioni e senza aprirsi ad  una intimità psicologica profonda. Questo li porta a vivere la relazione con un soffuso atteggiamento di reciproca circospezione. Il sospetto è spesso dietro l’angolo.

Di fronte a questo tipo di legame, l’esperienza ci dice che, solo quando ognuno dei due avrà raggiunto un certo livello di autonomia e maturità psicoaffettiva, i due saranno capaci di aver fiducia l’uno nell’altro, di prendere dall’altro e contemporaneamente di dare all’altro. Allora sapranno utilizzare le proprie e le altrui capacità per crescere sia individualmente sia come coppia e famiglia. (G. G., Sposarsi o convivere oggi. Le radici, le ragioni, gli orizzonti di una scelta, Fede & Cultura, Verona 2016, pp. 87-88).

 

 

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Le sgalmare – Storia d’altri tempi – di Gilberto Gobbi – 

Le sgalmare – Storia d’altri tempi – di Gilberto Gobbi – 

(Ripropongo un racconto d’altri tempi da leggersi sotto l’ombrellone o serenamente comodi al ristoro dell’aria condizionata).

“E’ nel ricordo che le cose prendono il loro vero posto”  (Jean Anouilh)

Sua mamma ha sempre lavorato, quando aspettava lui, la sorellina e quando attendeva suo fratello. Per mangiare allora era così. I suoi occhi la vedono partire in bicicletta, dopo averlo consegnato ad una vicina, ad una sua cugina o lasciato dai nonni materni, che provvedevano a portarlo all’asilo, o dalla zia, quando, durante la guerra, era­no sfollati in campagna. Lo ha sempre fatto alzare prestissimo, perché lei alle otto doveva essere sul luogo di lavoro, di norma, a qualche chilometro da casa. Estate o inverno, quello era il ritmo.

Ritornava tra le cinque e le sei ed era già sera. Lo recuperava e  andavano a casa. D’inverno bisognava accendere la stufa per poter riscal­dare la stanza e il fuoco per preparare da mangiare ed avere la brace per intiepidire il letto. Dopo la guerra arrivava anche il papà, qualche mezz’ora più tardi. Chiac­chieravano,  mangiavano e quindi a letto. Dopo il mese di luglio del ’46, occorreva accudire il fratellino, che frignava e occupava il resto della sera della mamma e qualche volta del papà.

Sempre dopo la guerra, prestissimo, lui con altri bambini della frazione partiva a piedi e andava alla scuola elementare, che si trovava al centro del paese, a due kilometri da casa.

D’inverno, con due paia di calze di lana, portava le sgalmare: tomaia di cuoio, suola di legno con strisce di cuoio fermate da chiodi con testa sporgente. Era duro camminarci, ma erano molto pratiche per scivolare sul ghiaccio. Era il gioco preferito nei fossi ghiacciati, vicino a casa. Faceva le gare a chi arrivava più lontano. Erano le sue Olimpiadi invernali. Però, qualche mattina si fermava lungo la strada dal cal­zolaio, che già alle sette era davanti al suo desco e sistemava rapidamente alla meno peggio le urgenze, affinché i piedi non si bagnassero. L’ha fatto più volte, tante. Dal calzolaio il conto era sempre aperto.

Tornava casa da scuola, verso le 13.30, dopo aver percorso, di norma a piedi, il solito tragitto, la bicicletta era un lusso e serviva alla mamma e al papà per an­dare al lavoro. Racconta ai nipoti increduli che aveva molta fame e che spesso a casa non c’era nes­suno. Si doveva scaldare la minestra o la pasta asciutta, che mangiava con un pane, oppure vi erano  delle fette di polenta con un po’ di salame o altro. Sua mamma era nei campi vicini, il fratellino presso qualche signora, il papà in un cantiere di costruzioni, lontano dal paese. Il raduno familiare avveniva alla solita ora, la sera.

Tra i 9 e gli 11 anni, ad una certa ora del pomeriggio, anche se stava giocando, doveva interrompere, rientrare in casa, accendere il fuoco, fare bollire l’acqua e lentamente fare la polenta nel paiolo di rame. Al rientro della mamma con il fratellino e del papà,  la polenta doveva essere cotta o vicino alla cottura. Ve­niva anche sgridato per le solite “cose” tra  bambini, che invischiavano i grandi. Vi era sempre qualche vicina pettegola che raccontava alla mamma i “misfatti”, che spesso erano dei suoi figli, ma che sadicamente attribuiva anche a lui. Sua mamma lo sa­peva, ma, dato che  l’affidava a lei il pomeriggio, doveva anche crederci e quindi sgridarlo.

Le ha anche prese ingiustamente. A volte, per evitare di prenderle, sgattaiolava di casa e si nascondeva al di là della strada provinciale, tra l’erba alta di un fossato, dove non scorreva acqua e nessuno riusciva a vederlo. Lasciava chiamare un po’ e poi usciva a patteggiare. Di norma questo poteva avvenire la sera d’estate. Quando il papà era presente, mediava tra lui e la mamma. Ha sempre saputo, però, che tra loro erano d’accordo e fingevano. Racconta che qualche volta ha pensato di fuggire di casa. Lui sapeva dove andare, la strada la conosceva, bastava che seguisse sempre la statale: sarebbe arrivato dal nonno materno, nella corte dopo il cimitero e il mulino. Lui lo avrebbe ac­colto e protetto. Un po’ tutti i bambini fanno questi pensieri, almeno una volta nella loro vita. Per loro è importante pensare di avere un nonno che li protegge e una nonna che dà loro le caramelle e li stringe al seno.

A quell’età gli si chiedevano tante incombenze: andare a scuola, studiare e fare i  compiti bene, essere bravo, comportarsi bene con le signore (spesso volgari e maleducate), aiutare in casa, tenere il fratellino, accudire le oche (portarle al pa­scolo, raccogliere l’erba nei fossi e lungo il fiume), fare la polenta, andare a raccogliere le­gna d’inverno, frequentare il catechismo il giorno stabilito. In più poteva anche giocare. Anzi, secondo la mamma, giocava sempre. Con la nascita del fratellino, gli si era scatenata una discreta gelosia. Occorre tener presente che sino a nove anni era stato figlio unico. Durante il giorno sballottato di qua e di là, ma aveva la mamma sempre e tutta per sé la sera e la notte. Con il fratellino, tante cose erano cambiate.

In questo ambiente contadino, di ordinaria vita quotidiana, ha appreso i misteri della vita, usi e costumi delle famiglie, che allora avevano come primo obiettivo il garantire il mangiare ai propri figli, poi educarli bene, impartire loro un’educazione che facesse far loro bella figura e fossero socialmente presentabili, con il senso del do­vere (che allora era il senso del lavoro), e con delle ambizioni per il futuro.

Tutto questo secondo i canoni della Chiesa e le leggi dello Stato. Dio era presente con il purgatorio, l’inferno e il paradiso. Ma Dio c’era anche per vivere in grazia, per le opere di bene, per l’aiuto agli indigenti. Dio c’era per la testimonianza dei santi, per i raccolti, gli inverni freddi, le estati calde e afose, le piogge e le tempeste. La sua voce arrivava dai campanili al sorgere del sole, al botto del mezzo giorno, al vespro della sera. La sua voce era nella natura. I nonni, gli zii, il papà e la mamma facevano il segno della croce. Lo  pregavano anche per una “buona notte” e un buon raccolto e che ci fosse lavoro.

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IL BAMBINO TRA I QUATTRO E I SEI ANNI TRA PUDORE E VERGOGNA – Gilberto Gobbi

Il bambino tra i quattro e i sei anni tra pudore e vergogna – Gilberto Gobbi – 

Nello Standard/OMS si legge: “I bambini più grandicelli iniziano a sviluppare il senso di vergogna, al quale, di frequente, concorre il contesto familiare”.

E’ un’affermazione che va chiarita, perché,  prima della vergogna e, spesso,  mescolato ad essa, si sviluppa un altro sentimento, quello del pudore, di cui nel documento non si fa alcun cenno e che gli stessi adulti fanno fatica a comprendere.

Noi riteniamo che il pudore sia un sentimento che nasce e si sviluppa come tappa fondamentale della maturazione percettiva della propria identità psicocorporea. E’ la fase in cui il proprio corpo è percepito e vissuto come il proprio sé corporeo, con dei confini ben delineati e delle connotazioni che lo identificano come un corpo differente: lui/lei si sente differente dagli altri e con una sua identità psicosessuale propria.

E’ la tappa di un processo psichico inconscio, che il bambino vive nel suo cammino di differenziazione dagli altri corpi familiari e dalle altre persone con cui è in contatto e di identificazione con la propria realtà psicofisica. Da qui deriva la presenza di atteggiamenti e comportamenti di chiusura, di non essere visti nudi, di nascondersi quando si cambia i vestiti, di non fare più la doccia assieme al fratellino o alla sorellina, di non volere la presenza del padre in bagno, ecc.

Gli adulti tendono ad interpretare questi comportamenti come vergogna, quando invece ad operare è il sentimento del pudore. La vergogna è un sentimento che nasce dall’aver commesso qualcosa che socialmente non è accettato. Non è il caso del bambino di 5/6 anni, a meno che gli adulti maldestri non abbiano sollecitato nel bambino la malizia dei sentimenti attraverso comportamenti e  commenti verbali sui loro atteggiamenti, come spesso avviene. In questo caso si inocula nel bambino un sentimento di vergogna che va a sollecitare la malizia e lo si depriva di un vissuto del proprio corpo (il pudore) che gli facilita l’identità psicosessuale, l’accentuazione della differenziazione e un’acquisizione  positiva del proprio corpo.

Il pudore è una tappa importante nell’appropriazione della propria corporeità e nella percezione dei confini corporei che sono espressione della propria identità, di maschio o di femmina e delineano uno spazio inconscio tra sé e gli altri. E’ quello spazio personale che in futuro acquisirà  un’importanza fondamentale nelle relazioni varie e in particolare in quelle intime con il futuro partner.

Se questo è un periodo della curiosità e delle domande anche sul sesso, il non tener contemporaneamente conto della realtà psicologica vissuta dal bambino, significa fare un’educazione sessuale che, invece di aiutarlo a crescere serenamente, gli crea confusione, disvelando prima del tempo aspetti della crescita che necessitano di essere dati al momento opportuno.

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Saluto Cristiano –

SALUTO CRISTIANO

LUNGO LE SPLENDIDE SALENTINE, IN UNA CHIESA DEDICATA A S. PIETRO, APOSTOLO, SIA ALL’ENTRATA CHE ALL’USCITA, SONO STATO SALUTATO DA UN VERO SALUTO CRISTIANO-CATTOLICO:

“SIA LODATO GESU’ CRISTO”

 

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SESSUALITA’ E GENITALITA’ – Gilberto Gobbi – 

SESSUALITA’ E GENITALITA’ – Gilberto Gobbi – 

A proposito di “bisogno e istinto sessuale” vi sono termini, come sesso, sessualità, genitalità, coito, atto genitale, i quali nell’uso quoti­diano sono spesso utilizzati come sino­nimi, come se indicassero lo stesso contenuto, mentre di per sé fanno rife­rimento ad aspetti differenti. Così nascono degli equivoci che compli­cano la chiarezza del contenuto comunicato e anche il contesto della co­municazione. Da un po’ di tempo, per esempio, riferendosi alla sessualità, anche nell’ambito scientifico, per maggiore chiarezza, alla parola sessualità si aggiunge l’aggettivo umana, per distinguerla da quella animale.

Il capirsi è una questione fondamentale, non solo sulla termi­nologia, il che è già molto, bensì sul contenuto sottostante di tale terminologia, il che completa la comprensione.

Prendiamo i termini sessualità e genitalità, che, benché facciano riferimento ad un’unica realtà, la persona umana, non si equivalgono.

Il termine genitalità indica ciò che si riferisce agli or­gani ge­nitali e alle loro funzioni; cioè, è quel feno­me­no fisiologico, che, preso allo stato puro, ha come obiettivo il soddi­sfare l’istinto della perpe­tua­zione della specie. E’ una delle dimensioni che costituiscono la struttura sessuale della persona, quella biofisica.

Solo nella dimensione genitale l’uomo si assomiglia agli animali, sente una forte spinta all’accoppiamento, al cui soddisfacimento sono connessi il piacere orgasmico e la possibilità di perpetuare la specie. La ge­nitalità, che, come tale, si limiti alla scarica fisiologica, è cieca e chiusa in se stessa.

La genitalità si colloca nell’ambito dell’istinto, che, nel caso dell’uomo, è un istinto connotato da caratteristiche  prettamente umane e, come tale, si differenzia da quello degli animali. Così la genitalità è parte integrante della sessualità umana, ma non può essere identificata con essa; anche nel linguaggio il termine non è sostitutivo della sessualità. Per inciso, va ricordato che il processo di maturazione della sessualità infantile, in cui predomina la genitalità, è orientato all’acquisizione di una sessualità adulta, nella quale la genitalità è ricondotta e orientata a favorire una relazione matura con sé e con gli altri.

L’istinto sessuale – L’istinto di per sé è una propensione naturale, geneticamente determi­nata, antecedente ad ogni espe­rienza e indipendente dall’attività razionale, che spinge gli esseri viventi a compiere atti utili alla conservazione dell’esistenza individuale e della specie. E’ conside­rato uno dei fattori d’ogni comportamento.

Nel discorso scientifico contemporaneo la parola istinto tende a scomparire, a vantaggio di voci meno enigmatiche, come pulsione e comportamento pulsio­nale. Il problema , però, del suo contenuto, di che cosa è l’stinto in sé non è eliminabile, quando si tratta dell’uomo, in cui istinto e coscienza sembrano contrapposti, come fossero elementi antitetici.

Nell’animale si può parlare di istinto sessuale come di una pro­pensione, geneticamente de­terminata e codificata, su cui non è possibile intervenire con la volontà. Non è così per l’uomo.

Non si può dimenticare che l’istinto sessuale umano è proprio dell’essere uomo, vale a dire è una realtà fisica, genetica, permeata di razionalità, di capacità di scelta, di dover es­sere, d’eticità, che sono le connotazioni specifiche, fondamentali, di ogni persona. Cioè, quello umano è un istinto sessuale, che assume valore dalla dimensione trascendente e valoriale della persona, in cui radica il senso e significato complessivo della vita dell’uomo e della sua stessa ses­sualità.

In sé l’istinto umano, nel suo aspetto genitale, è parte integrante e non scissa della sessualità. L’uomo, però, con la sua capacità di scelta e di assunzione o meno di respon­sabilità, ha la possibilità di scindere la genitalità dalla sessualità, di sottostare all’istintualità, cioè di vivere la geni­talità come dimensione separata, puramente biologica, soggetta alla pulsione animale.

Nella relazione tra uomo e donna il rapporto coitale (sessuale) può esse­re attuato senza parte­cipazione relazionale, cioè senza una unione affettiva; può prescindere dall’unione delle per­sone. Così diviene solo una funzione, un prodotto genitale puro e semplice. Gli esempi di geni­talità possono­ essere vari: l’u­nione con una pro­sti­tuta per una scarica istintuale; nella coppia sposata, il ridurre il rapporto ad un rituale per scari­care l’eccitazione dell’uomo; lo stesso coito veloce, sper­so­nalizzato.

Vale la pena ricordare, in quest’ambito, una differenza tra uomo e donna nella percezione della pulsione genitale; differenza che, se non accettata,  spesso crea malessere, malintesi, allontanamenti, silenzi. Non è né merito né demerito di nessuno dei due: è una realtà che l’uomo sia più carnale, più istintivo, senta con passionalità l’esigenza di rapporti coitali. La donna sente la carne, ma meno l’istintività genitale all’unione, bensì ad una passionalità affettiva in cui si può accompagnare la genitalità.

La capacità comunicativa e il dialogo sessuale possono facilitare l’incontro, in cui la sessualità assume la genitalità non come forma conflittuale, ma come energia che unisce e fa bene alla vita affettiva e spirituale della coppia.

Integrazione della genitalità – Sotto l’aspetto psicologico, la genitalità ha bisogno di essere collocata nell’ambito di tutta la personalità, per essere compresa e vissuta nella sua pienezza. Presa isolatamente l’esperienza sessuale fisica segue la legge psicologica dell’adattamento e dell’abitudine. La costante ripeti­zione di questa esperienza, come mero atto geni­tale, struttura un’abitudine, che le fa perdere ben presto molta della soddisfazione ad essa inizialmente collegata. Ciò, di norma, pro­duce l’effetto della ricerca ossessiva della frequenza dell’attività coitale, come scarica di piacere fisico e con­temporaneamente  di esperienze sempre più eccitanti e sofisticate. Tali forme, suffragate dalla diffusione dei mass media, che vogliono svelare i segreti e le raffinatezze della sessualità in nome della felicità, sono pure condannate psicologica­mente all’abitudine e a perdere il loro fascino.  Ciò com­porta di conseguenza un’ulteriore insaziabile ricerca  di nuove espressioni genitali ed un arresto ad uno stadio fisiologico e narcisistico della sessualità.

Lo stesso lavoro clinico testimonia che, in diversi casi, una spasmodica ricerca di soddisfazione a livello genitale è in conflitto con il concetto, che la persona ha di sé e del proprio dover-essere. Ne consegue una disgiunzione interiore che crea conflitti tra i vari aspetti dello psichismo.

Il ridimensionamento di una sessualità, vissuta a livello biolo­gico, comporta un lavoro di ri-educazione di sé, del significato del proprio corpo, del valore intrinseco della stessa relazione sessuale. Implica la scoperta che la genitalità va inserita nel complesso delle motivazioni umane e agganciata al servizio della persona e della sua crescita. In questa prospettiva ri-educativa il soggetto si pro­pone un percorso verso la maturità psicosessuale.

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L’Adige

L’ADIGE

“Da anni l’Adige mi è amico, da quando mio padre,  sul ponte di Ca­stel Vecchio, prima di partire definitivamente per la guerra, indicava a me, bambino, che “in una casetta in mezzo agli alberi, sulle Torri­celle, vi abitava santa Lucia”. Tendeva il braccio, indicando insisten­temente con il dito un punto sulle colline.

Le case erano tante. Ad un padre si dice di sì.

Dopo qualche mese era disperso in guerra, in meridione, prigionie­ro, a caricare le bombe sugli aerei che venivano al Nord-Est.

Ancor oggi, ogni tanto, dalla finestra dello studio guardo quella ca­setta in mezzo agli alberi per vedere se esce S. Lucia a sten­dere i panni e a prendere il sole, mentre l’Adige continua a scor­rere, ciaco­lando con la città.

A tener compagnia: in primavera le rondini; d’inverno i cocai”.

(G.G., Le anse del fiume, p. 47)

 

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La concezione fisicista della sessualità – Gilberto Gobbi –

LA CONCEZIONE FISICISTA DELLA SESSUALITA’ – Gilberto Gobbi –

Legata alla concezione precedente (laicizzazione, sessualità come cosa, diritto al piacere sessuale), vi è quella fisicista, che vede la sessualità come anatomia e fi­siologia, cioè come pura genitalità. In essa vi è una chiara separazione tra la fecondità e l’amore/sesso, tra l’esercizio della sessualità in funzione della procreazione e l’uso della sessualità come esercizio della co­munione e es  espressione sessuale. In tale concezione, procreazione e amore sono dimensioni della sessualità completamente disgiunte. Non hanno ragion d’essere pensate unite.

In questa linea viene proclamata la legittimità dei rapporti ses­suali di qualunque tipo, in qualunque età, in qualunque modo, con chi si ritiene op­portuno, in quanto i comportamenti sono ordinati all’espressione della comunione e dei bisogni pulsionali e teo­ricamente all’alimentazione dell’amore. Così nella loro relazione sessuale chiunque, fidanzati, giovani,  adolescenti, adulti, può esclu­dere sempre e comunque la dimensione della fecondità e utilizzare il sesso a proprio piacimento.

In ogni caso, la sessualità è sentita, voluta e vissuta come realtà dell’uomo, di ciascun uomo, come affermazione della sua autono­mia e responsabilità. Ognuno la gestisce come vuole, secondo la sua referenzialità.

Questa è una chiave di lettura molto cara ad alcuni filoni cultu­rali di stampo nord-americano, come il pragmatismo e il compor­tamentismo. Il fulcro dell’impostazione si fonda sull’essenziale con­siderazione delle componenti e delle espressioni biologiche della sessualità: l’uomo appartiene al regno animale, pertanto, il suo comportamento e le sue implicazioni etiche vanno collocate in tale contesto.

Così, in sede “scientifica”, questo è un modello interpretativo, assai apprezzato:  ciò che conta è la quantificazione degli aspetti ses­suali, poiché una sessualità quantificabile è meno soggetta a insidie di giudizi e di opinioni “morali”, come buono/cattivo, giu­sto/sbagliato, lecito/illecito. Fattori determinanti sono i parametri bio-fisiologici. Di conseguenza, di fronte ai comportamenti sessuali, la “nor­malità” è stabilita dalla norma statistica, in base a criteri della maggiore o minore frequenza, del maggiore o minore piacere.

Sotto l’aspetto etico ci si trova di fronte ad una posizione agnostica,[1]  che non risolve, negandolo o ignorandolo, il problema della scelta etica. Tra l’altro, una scelta agnostica è pur sempre una scelta.

[1] L’agnosticismo è la concezione filosofica, che, ritenendo il sapere umano del tutto relativo e fondato sul dato empirico, teorizza l’inconoscibilità dell’assoluto. Così si dimostra indifferente, estraneo e non interessato a situazioni sociali, politiche, religiose. Non vuole entrare nel loro merito per dare una valutazione.

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