PROCESSI PSICOAFFETTIVI ALL’INIZIO DELLA VITA – Gilberto Gobbi

PROCESSI PSICOAFFETTIVI ALL’INIZIO DELLA VITA

– Gilberto Gobbi –

Le ricerche – Le più recenti ricerche della psicolo­gia dell’età evolutiva segnalano la presenza nel neonato, fin dalle pri­missime settimane di vita, di com­plesse capacità di discriminazione percettiva, nonché di coordinazione intermodale delle differenti modalità percettive, di tipo audio-visivo, au­dio-motorio, visuo-motorio, ecc. (Meltzoff, 1981). Tale coordinazione sarebbe dimostrata, tra l’altro, dalla precocità del bambino di imitare fin dalle prime settimane di vita, alcune mimiche del volto materno, quali ad esempio la protrusione della lingua; imitazione, che presuppone la coordi­nazione di modalità percettive diver­se, in particolare di tipo visivo (guar­dare il volto materno) e motorio (imi­tarne la mimica), nonché la presenza di iniziali forme di rappresentazione del proprio e dell’altrui corpo (Mou­noud, Vinter, 1981).

Proprio sulla base di queste compe­tenze percettive il bambino sarebbe in grado, ben più precocemente di quanto presupposto dallo stesso Pia­get (1937), di costruire schemi di na­tura protorappresentativa degli ogget­ti, che lo circondano. In quest’ottica la permanenza” dell’oggetto, colloca­ta da Piaget (Piaget, Inhelder, 1966) alla fine del periodo sensomotorio (18-20 mesi circa), comparirebbe già nel corso del primo anno di vita, co­stituendosi principalmente sulla base di competenze di tipo percettivo (Bower, 1974; Butterworth, 1981).

Varie ricerche documentano a questo riguardo come il bambino, fin dalle prime settimane di vita, sia in grado di percepire gli aspetti “distali” degli oggetti (Trevarthen, 1968). Si vedano gli studi sperimentali circa la relazio­ne di sorpresa del bambino di due mesi alla non ricomparsa di un ogget­to fatto precedentemente scomparire; studi, che evidenziano analoghe rea­zioni del bambino a fronte di oggetti fatti avanzare nell’ambito di una am­biente sperimentale (Bower, 1971) e dimostrano come il bambino sia in grado precocemente di differenziare movimenti di oggetti e movimenti di sé, nonché di nutrire aspettative anti­cipatorie verso gli oggetti.

A partire da queste istanze, autori di diversa matrice nell’ambito della psi­cologia evolutiva avanzano attual­mente l’ipotesi dell’esistenza di un “preadattamento” sensoriale all’ og­getto rintracciabile nel bambino fin dalle prime fasi della vita postnata­le. Un autore “postpiagetiano”, Mou­noud, ipotizza a questo proposito l’e­sistenza di strutture preformate, di natura innata, in gradi di permettere al bambino di codificare fin dalla na­scita le informazioni provenienti dal­l’ambiente che lo circonda, giungen­do alla produzione di rappresentazio­ni degli oggetti originariamente di natura sensoriale (Mounoud, Vinter, 1981). La nozione di oggetto, in que­st’ottica, non si costruirebbe attraver­so l’unificazione di quadri sensoriali inizialmente frammentari, ma sareb­be già presente nei primi mesi attra­verso forme originarie di coordina­zione percettiva.

Alla precoce separazione tra sé e og­getti, segnalata dalla ricerca evoluti­va, si accompagna, d’altra parte, la messa in luce di come le prime atti­vità del neonato, percettive e moto­rie, siano guidate da interesse e da curiosità nei confronti degli stimoli provenienti dall’ambiente circostan­te, piuttosto che dal tentativo di ri­durre al minimo tali stimolazioni, co­me presupposto dall’ipotesi sull’auti­smo primario. Ricerche effettuate in laboratorio evidenziano a questo ri­guardo come il neonato tenda a pre­stare selettivamente attenzione agli stimoli relativamente nuovi, che ven­gono presentati, dimostrando per contro assuefazione a quelli già noti (Fagin, Singer, 1982).

A fronte di questi dati — come sottoli­nea a questo proposito Peterfreund —diviene difficile parlare anche nel campo psicoanalitico dell’esistenza di un’iniziale condizione di indiffe­renziazione tra Io e oggetti nelle pri­me fasi dello sviluppo, in quanto ap­pare evidente “che già dalla nascita ci debba essere qualche separazione e alcuni confini tra madre e bambino”, mentre lo stato fusionale attribuito al neonato da alcune ipotesi psicoanali­tiche evolutive, relative al sentirsi “tutto uno con” è, a suo parere, ricon­ducibile a più complessi e tardivi processi mentali (Peterfreund, 1978).

Strettamente correlate alle ipotesi psi­coanalitiche, che considerano il neo­nato come un organismo originaria­mente orientato alla riduzione delle fonti di stimolazione e dunque dello scambio con l’ambiente circostante, vi sono quelle che assegnano, nella co­struzione da parte del bambino dei pri­mi legami oggettuali, un ruolo centra­le alla gratificazione dei bisogni pul­sionale. Secondo tale assunto il neona­to investirebbe chi si prende cura di lui, in primis la madre, sulla base della capacità di quest’ultima di fornirgli gratificazioni pulsionali concepite co­me primarie (A. Freud, 1965).

Per contro, le più recenti ricerche e­volutive, che hanno studiato a livello microanalitico l’interazione madre-bambino dai primi mesi di vita, han­no rilevato in quest’ultimo la presen­za di una sorta di “preadattamento” all’interazione con il partner umano. Fin dall’inizio del secondo mese, se­condo queste ricerche, l’attenzione del bambino nei confronti degli og­getti sarebbe regolata da differenti ci­cli di attenzione a seconda che egli si rivolga a oggetti animati o inanimati. I primi cicli sarebbero più prolungati e governati da specifici ritmi interat­tivi con il partner adulto, del tipo o­rientamento reciproco, contatto attra­verso il sorriso e lo sguardo, distogli­mento dell’attenzione; i secondi più brevi e fondati sull’alternanza atten­zione-distoglimento (Braselton, Kal­slowski, Main, 1974).

Le interazioni del bambino con il partner umano si trasformerebbero, a partire dal terzo e quarto mese di vi­ta, in vere e proprie forme di protoco­municazione, emergenti nell’ambito del gioco faccia-a-faccia, che inter­corre tra il bambino e la madre, attra­verso scambi di sguardi, sorrisi e vo­calizzazioni, governate da ritmi tem­porali centrati sull’alternanza dei tur­ni del tipo on-off, simili a quelli che caratterizzano lo stesso dialogo ver­bale (Kaye, 1977; Stern, 1974; Tre­varthen, 1979). Come sottolinea Tre­varthen, seguendo questa indicazione proveniente dalla ricerca osservativa, è ipotizzabile l’esistenza di una for­ma di intersoggettività primaria, fina­lizzata a stabilire e a mantenere il contatto relazionale tra i due membri della coppia, sulla base della condivi­sione di stati emotivi, testimoniata tra l’altro da modalità d’imitazione reci­proca intercorrenti tra il bambino e la madre (Trevarthen, 1979, 1990).

Ad analoghe conclusioni erano pe­raltro giunti gli studi svolti da Bowlby (1969), effettuati attraverso tecniche osservatrici di tipo etologi­co, che evidenziano come nel bambi­no la ricerca di un oggetto di attacca­mento fosse primariamente guidata da motivi connessi al procurarsi una figura che fosse in grado, da una par­te di proteggerlo dai pericoli, dall’al­tra fungere da “base sicura” per le sue esplorazioni del mondo circo­stante, piuttosto che da motivazioni meramente pulsionali.

Un ulteriore punto che si profila rile­vante all’interno del confronto tra psicoanalisi e psicologia evolutiva è quello relativo alla priorità da asse­gnarsi all’attività mentale regolata dal processo primario e dalla conse­guente spinta alla gratificazione pul­sionale connessa al principio del pia­cere rispetto all’attività mentale go­vernata dal processo secondario e sottoposta al principio della realtà (Silverman, 1983). Secondo la rilet­tura di Freud operata dalla psicologia psicoanalitica dell’Io (Hartmann, 1939), infatti, i processi cognitivi ve­ri e propri subentrerebbero solo in tempi successivi, a seguito delle ope­razioni di sublimazione e neutralizza­zione messe in atto dall’Io nei con­fronti dell’attività, pur precoce, rego­lata dalle pulsioni. D’altra parte, le più recenti ricerche evolutive segna­lano l’esistenza nel bambino di una precoce capacità cognitiva, oltre che di coordinazione percettiva, fondata sulla costruzione di “schemi” proto­rappresentativa, di tipo semiotico, de­gli oggetti che compongono la realtà (Kagan, 1978) e guidata da motiva­zioni, quali l’interesse e la curiosità per stimoli con caratteristiche di no­vità, non riconducibili a vicende di natura meramente pulsionale.

Le ricerche citate sembrano dunque maggiormente compatibili con l’ipo­tesi dell’esistenza di una compresen­za originaria di competenze cognitive e simbolico-affettive, formulate al­l’interno della stessa ricerca psicoa­nalitica a indirizzo Kleiniano (Forna­ri, 1979; Money-Kyrle, 1968), piutto­sto che su quella enunciata dalla psi­cologia psicoanalitica dell’Io, che concepisce l’attività cognitiva come frutto di una lavoro di neutralizzazio­ne dei più antichi processi mentali ra­dicati nella vita pulsionale.

L’intersoggettività – L’analisi microanalitica delle osser­vazioni, svolte con tecniche di video-registrazione, in primis dell’intera­zione madre-bambino, ha permesso infatti di evidenziare l’esistenza nella prima infanzia di originarie forme di intersoggettività intercorrenti tra il bambino e i suoi partner, centrate sulla condivisione di affetti e di co­noscenze.

Di particolare interesse, a questo ri­guardo, è la discriminazione che fa Trevariben (1978, 1979, 1984). Come è stato accennato più sopra, secondo questo ricercatore, nel corso del secon­do e terzo mese di vita emergerebbero forme di interazione tra il neonato e la madre centrate prevalentemente sul­l’alternanza dei turni (turn-talking), che si e­sprimono in “dialoghi” sociali, fon­dati su scambi di sguardi, sorrisi e vo­calizzazioni, configurabili come vere e proprie protoconversazioni.

Centrale in tale contesto sarebbe il gioco “faccia-a-faccia” intercorrente tra madre e bambino, caratterizzato da forme di imitazione reciproca, ri­scontrabili sia nella madre che nel neonato (Bowlby, 1977; Stern, 1974). In tale gioco proprio l’imita­zione reciproca, in particolare del comportamento mimico-espressivo materno da parte del bambino, tra­mite una più sistematica attività di rispecchiamento e di “echeggiamen­to” del comportamento infantile da parte della madre, svolgerebbe la funzione cruciale di permettere un’originaria condivisione di stati e­motivi, agevolando lo stabilirsi del contatto relazionale tra i due membri della coppia.

A questa prima forma di intersogget­tività, di tipo “fatico”, centrata privi­legiatamene sullo scambio diadico, subentrerebbe, a seguito di trasfor­mazioni progressive, una più artico­lata forma di intersoggettività, defini­ta da Trevarthen “secondaria”, impli­cante l’apertura della relazione duale madre-bambino verso un terzo polo di riferimento, costituito dal mondo degli oggetti inanimati.

Tale apertura determinerebbe la tem­poranea messa in crisi della prece­dente comunicazione “faccia-a-fac­cia” e il subentrare nella relazione madre-bambino di forme di comuni­cazione di tipo protoreferenziale, fi­nalizzate al permettere al bambino di condividere con il partner adulto gli oggetti che lo circondano. Si pensi a questo proposito alle forme comuni­cative di tipo gestuale, centrate sul mostrare, porgere o indicare, emer­genti nel corso del secondo semestre di vita nel comportamento infantile, volto a costruire con l’adulto un uni­verso di significati condivisi. Appar­tengono a questa comunicazione pro­toreferenziale anche quei giochi so­ciali (del tipo “dare e prendere” un oggetto, o “fare e disfare” una torre o il gioco del “nascondino”), centrati sulla possibilità offerta al bambino di condividere con l’adulto azioni co­muni riguardanti gli oggetti.

Nell’ambito di tali forme di intera­zione, all’adulto spetterebbe il com­pito cruciale, da alcuni definito di scaffolding o di tutoring, di fornire al bambino una “cornice” (frame), co­stituita da situazioni costanti e iterate, in cui egli possa sperimentare in mo­do continuativo e condiviso il proces­so di costruzione di significati circa l’ambiente circostante.

Le forme di comunicazione fondate sul dialogo vocale, sullo scambio di sguardi e di sorrisi, su modalità di i­mi­ta­zione reciproca, delineate dal­l’indirizzo interattivo-cognitivista, appaiono per molti versi fornire una base descrittiva alle prime modalità di comunicazione infantile, indivi­duate nell’ambito psicoanalitico da autori quali Klein (1946, 1952), Meltzer (Meltzer et al., 1975) e Ro­senfeld (1987). Quest’ultime sareb­bero regolate da processi di identifi­cazione crociata, cioè sono principal­mente di natura proiettiva quelli del bambino, volti cioè a proiettare sulla madre sentimenti ed esperienze emo­tive anche di tipo negativo; mentre sono di natura introiettiva quelli della madre, attraverso i quali quest’ulti­ma raccoglierebbe dentro di sé le proiezioni infantili restituendole tra­sformate tramite la propria attività di contenimento e di réverie.

In quest’ottica le prime forme di co­municazione e di simbolizzazione in­fantile, ipotizzate dalla psicoanalisi tramite il lavoro clinico e la disamina dei processi di identificazione sottesi alla relazione madre-bambino, sareb­bero riconducibili a quella primaria condivisione di stati emotivi descritta dalla psicologia evolutiva a indirizzo interattivo-cognitivista attraverso l’osservazione microanalitica dell’in­terazione madre-bambino.

Analogamente le forme di comunica­zione di tipo protoreferenziale e i giochi sociali convenzionali, indivi­duati dagli autori interattivo-cogniti­visti a partire dal secondo semestre di vita, coinvolgenti madre, bambino e oggetti inanimati, attraverso la condi­visione di significati di natura prever­bale, appaiono rimandare a quella condizione mentale infantile descritta da alcuni contributi psico-analitici (Klein, 1952), nella quale il bambino, uscito dall’ambito esclusivamente duale costituito dal suo rapporto con la madre, inizia a istituire relazioni con il padre, con figure e con oggetti che si prestano a simbolizzarlo.

La disponibilità materna – L’interesse per questi dati all’interno di vari orientamenti psicologici ha portato ad un ulteriore approfondi­mento delle dinamiche e dei processi interattivi del bambino all’inizio del­la vita. Ritengo che possa avere rile­vante importanza il contributo di Ro­bert Emde (1983; Emde, Buchsbaum, 1989), nei cui scritti vi è la possibilità di rintracciare processi integrativi dei dati con la concezione psicoanalitica dello sviluppo.

Emde concepisce gli affetti come se­gnali dell’Io di tipo adattivo, conside­randoli tuttavia in modo interattivo, cioè come strutture stabili a livello intrapsichico, in grado di guidare l’e­sperienza soggettiva e il comporta­mento, piuttosto che come stati “in­termittenti”. Basandosi su dati prove­nienti da differenti fonti di ricerca e sulle più recenti ipotesi circa lo svi­luppo delle emozioni (Izard, 1971, 1978), egli, riallacciandosi alle indi­cazioni di Spitz (1959, 1966) e Ran­gelI (1967), traccia un modello evo­lutivo in cui gli affetti occupano il ruolo cruciale di organizzatori della vita psichica. Partendo da un punto di vista genetico, Emde puntualizza, in­fatti, i correlati mimico-espressivi e comportamentali degli affetti, rife­rendosi in particolar modo al periodo che va dagli 0 ai 3 anni, quali il sorri­so sociale, l’angoscia dell’estraneo, l’euforia che accompagna le prime acquisizioni locomotorie, l’empatia collegata al fenomeno del “riferimen­to sociale”, fino alle emozioni morali precoci, costituite dall’orgoglio, dalla vergogna e dalla colpa. Seguendo questa traccia l’autore sottolinea il ruolo cruciale svolto dagli affetti nel­l’ambito dello sviluppo infantile, concependoli non solo come segnali a livello intrapsichico, ma anche co­me dotati di una funzione originaria­mente comunicativa a livello inter­personale.

Particolarmente significative a questo riguardo sono le ricerche svolte dallo stesso Emde (Sorce, Emde, 1981) circa il riferimento sociale (Emde, Buchsbaun, 1989), secondo cui il bambino fin dalla seconda metà del primo anno di vita, a fronte di situa­zioni incerte o ambigue sul piano del­la loro interpretazione, quali la com­parsa di un gioco insolito, il soprag­giungere di un evento imprevisto, ecc., farebbe costantemente riferi­mento alla madre e al caregiver e alle sue espressioni mimiche per decodi­ficare e sciogliere l’ambiguità.

Reversibilmente il fenomeno del rife­rimento sociale sarebbe riscontrabile nella stessa madre durante i primi mesi di vita del bambino, soprattutto nelle situazioni in cui essa, incerta circa i bisogni del proprio bambino, si riferisce all’espressione di que­st’ultimo per decidere le modalità di accudimento.

Cruciale, in questo ambito, è il ruolo attribuito da Emde alla disponibilità emotiva della madre (emotional avai­lability), che dovrebbe garantire al bambino l’esperienza di condivisione degli affetti, nonché la continuità di tale esperienza. In quest’ottica le e­sperienze interattive, centrate sulla condivisione di affetti positivi e ne­gativi fatte dal bambino grazie alla disponibilità emotiva prestata in mo­do continuativo dalla madre o dal ca­regiver nel corso delle prime fasi di allevamento, appaiono fondamentali per lo sviluppo di quello che Emde (1983) chiama “nucleo affettivo del Sé” (affective core), considerandolo come il frutto dell’internalizzazione di tali esperienze interattive e al con­tempo come origine della personalità infantile.

Vengono così collegati gli affetti, in­tesi come segnali dell’Io operanti a livello intrapsichico, ai loro correlati comportamentali ed espressivi, evi­denziandone la matrice originaria­mente interattiva. Viene posto l’ac­cento, nello spiegare la strutturazione della vita psichica infantile, sulle e­mozioni positive, quelle che accom­pagnano l’attività esplorativa infanti­le (gioia, sorpresa, interesse, ecc.) o lo stesso formarsi della moralità (ca­pacità di empatia, ecc.).

Lo stretto collegamento tra affetti ed esperienze interattive comporta la presenza di nuove ipotesi circa lo svi­luppo della personalità infantile. Se­condo queste ipotesi l’internalizza­zione delle esperienze interattive con la madre o con gli adulti significativi produrrebbe il sorgere a livello intra­psichico, a partire dal primo anno di vita, di strutture affettive motivazio­nali in grado di guidare il comporta­mento e l’esperienza soggettiva, rife­ribili a tre aspetti dinamici del senso affettivo del Sé: l’esperienza del Sé, l’esperienza dell’altro, l’esperienza del Sé con l’altro.

Tali strutture costituirebbero il nu­cleo di base della personalità infanti­le, fungendo da guida del comporta-mento e dell’esperienza del soggetto e rappresentando al contempo la ga­ranzia della continuità dell’esistenza di quest’ultimo.

 

Competenza affettiva e mondo in­trapsichico infantile – La possibilità di prendere contatto con alcune delle ipotesi e delle risul­tanze della psicologia evolutiva più attuale, sembra dunque portare alla formulazione di modelli evolutivi che appaiono in grado di “contenere”, in­tegrandole all’interno, tali ipotesi e risultanze, ma che si rivelano trasfor­matrici circa la concezione dello svi­luppo infantile.

  1. In primo luogo, la considerazione dell’insieme di dati, di fonti speri­mentali e osservativi, concernenti le competenze percettive, cogniti­ve, sociali ed emotive del bambino nella prima infanzia, fa ipotizzare l’esistenza di un preadattamento del bambino all’incontro con gli oggetti animati e inanimati e con­duce di fatto gli autori, promotori ditale confronto, a propendere per l’ipotesi che fin dall’inizio vi sia l’esistenza di una condizione di i­niziale separazione tra l’Io e gli oggetti. Acquista così ulteriore forza e significatività l’immagine del bambino come dotato fin dalla nascita di una competenza relazio­nale “preadattata” all’incontro con un partner sufficientemente dispo­nibile a facilitare lo sviluppo. Al­l’interno dell’orientamento psi­coanalitico tale acquisizione ap­partiene a quegli autori che hanno fatto proprio il modello delle rela­zioni oggettuali.
  2. In secondo luogo, la disamina del­l’insieme delle ricerche di indirizzo interattivo-cognitivista sulle origi­narie forme di intersoggettività, in­tercorrenti tra il bambino e i suoi caregiver nella prima infanzia, por­ta ad assegnare un ruolo cruciale, per spiegare la formazione dei pri­mi nuclei della personalità infanti­le, a tale forme di interazione e di comunicazione. Le forme di inter­soggettività descritte dalla ricerca presiederebbero infatti, attraverso la loro internalizzazione e schema­tizzazione, alla nascita di strutture intrapsichiche di natura motivazio­nale. Si pensi a questo proposito alle esperienze interattive di condi­visione degli affetti alla base — per Emde — del nucleo affettivo del senso del Sé, alle rappresentazioni delle interazioni descritte da Stern o, ancora, ai working model della teoria dell’attaccamento. E impor­tante notare che tali strutture ap­paiono il frutto di un duplice pro­cesso cognitivo e affettivo: di inter­nalizzazione delle esperienze inte­rattive precoci, e di schematizza­zione e generalizzazione degli stessi episodi interattivi.
  3. Cruciali in questo ambito si deli­neano, inoltre, i concetti di disponi­bilità emotiva e di responsività del caregiver individuati dalla ricerca. La presenza e la costanza della di­sponibilità emotiva del caregiver, così come la sua responsività, docu­mentata dalla ricerca psicologica at­traverso la descrizione dell’attività di rispecchiamento e di scheggia-mento del bambino svolta durante il primo semestre in primis dalla ma­dre, successivamente tramite quella di monitoraggio e di sintonizzazio­ne affettiva delle sue esperienze e­motive, infine attraverso la stessa attività di incorniciamento dei suoi primi gesti di tipo protoreferenzia­le, costituirebbero infatti la base per la formazione del nucleo originario dell’identità infantile.

 

La mappa del mondo intrapsichi­co del bambino appare concepita come abitata da specifiche confi­gurazioni derivate dall’incontro tra l’originaria competenza rela­zionale, patrimonio del bambino e le particolari modalità di intera­zione da lui vissute con i suoi partner, centrate su esperienze rei­terate e costanti di condivisione di affetti e conoscenze. Le configura­zioni relazionali così formatesi svolgerebbero il duplice ruolo di organizzare le cognizioni e gli af­fetti circa le prime interazioni spe­rimentate dal bambino, fungendo da guida alle esperienze e ai com­portamenti successivi. In questa prospettiva la costruzione della realtà oggettuale appare ancorata fin dalle epoche più precoci a pro­cessi cognitivi e affettivi, di sche­matizzazioni e di internalizzazio­ne, tra loro intrecciati.

BIBLIOGRAFIA

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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