NERINA – Gilberto Gobbi –

NERINA – Gilberto Gobbi –
[Venerdì 6 settembre, in occasione del funerale di una mia prima cugina, sono passato e mi sono fermato nei luoghi di questo racconto, che sono andato a rileggere e che ripropongo. Sono ricordi di un bambino che vi ha vissuto in quei luoghi, ha visto con i suoi occhi e ha accarezzato la Nerina].

Anche lo zio, fratello di suo padre, maggiore di 15 anni, sposato con tre figlie, era riuscito a non lavorare nei campi. Aveva aperto un negozietto di frutta e verdura, dove vi era di tutto, dal pettine ai settimanali, dal ghiaccio in estate per l’amarena, il sabato e la domenica, al filo e ai bottoni.
Lui, papà e la sorella erano gli unici superstiti di nove figli. Quando i nonni paterni parlavano dei figli morti prematuri, lo facevano con rassegnazione, quasi con distacco: era la vita, il destino, e non ci potevano fare nulla. Allora, le nascite erano tante e molte le morti di bambini ancora in fasce. Pazienza!
Lo zio era stimato dalle persone e chiamato per dirimere contrasti nelle famiglie e tra vicini. Credente a modo suo, per tradizione, – e chi non lo era in quei tempi! –, in situazioni di rabbia infilzava una dietro l’altra tre o quattro parolacce, con disappunto di sua moglie e delle tre figlie.
Franco era invitato a non ascoltare e a non ripetere.
Il prete della piccola parrocchia, amico di famiglia come di tutti i paesani, lo capiva e qualche volta lo giustificava, perché lo zio si alzava prestissimo, alle tre della notte per andare al mercato ortofrutticolo di Verona ed essere tra i primi ad entrare all’apertura dei cancelli.

Partiva tre volte la settimana, sempre alla stessa ora, con la sua cavallina, attaccata al carro-baroccio. Nerina usciva dalla stalla quasi in punta di zoccoli per non disturbare le famiglie della corte che a quell’ora dormivano. Lo zio l’accarezzava, gli dava un bacio sul muso e l’attaccava al biroccio.
Nerina aspettava che lo zio salisse, si sistemasse e d’inverno si avvolgesse in un ampio tabarro nero, e quindi si avviva, passava un sottopasso e s’immetteva sulla strada provinciale.
Solo dopo un chilometro, lontano dalle abitazioni, iniziava a galoppare. Manteneva l’andatura per un certo tempo, quindi andava al passo, poi riprendeva il galoppo sino ai Magazzini Generali, mentre lo zio continuava a dormire.
Nerina si metteva dietro altri carri arrivati prima. Allora lo zio apriva gli occhi e rispondeva al saluto di altri fruttivendoli già presenti o in arrivo, estraeva un vecchio orologio dal taschino del panciotto, controllava l’ora, si riavvolgeva nel tabarro. Dopo aver ripetuto alla cavallina: “Brava, Nerina, brava…”, riprendeva a sonnecchiare sino al momento dell’apertura dei cancelli.
In estate, di norma, scendeva a fare quattro chiacchiere con gli altri fruttivendoli. Ve n’era uno con cui al ritorno faceva un po’ di percorso assieme sino al bivio, poi ciascuno prendeva la sua strada.
Prima, però, facevano a tempo a condividere due fermate e a “dire qualche giaculatoria presso due chiesette”, che aprivano prestissimo il mattino e chiudevano tardi la notte. Così erano da loro chiamate le osterie, “chiesette” dove bere un “graspìn”. Il rito era d’obbligo, la giornata non poteva procedere senza il liquido tonificante.
La strada si biforcava ed ogni cavallo riprendeva la sua.

Nerina si fermava altre due volte presso altre due “chiesette”. Lo zio faceva il pieno, saliva sul biroccio e si riaddormentava.
Nerina riportava calesse, merce e padrone a casa con i soliti ritmi, al passo, al galoppo, al passo, quindi svoltava a sinistra, entrava nel sotto¬passo per fermarsi in corte. I bambini uscivano allora dalle case per andare a scuola e salutavano Nerina. Tutti in paese la conosce¬vano e la salutavano
Quando Nerina s’infilava nel sottopasso, si udivano delle voci femminili venire dalla bottega, già aperta. Le tre figlie si precipitavano nel cortile. Una, la più robusta, pronta da marito, aiutava lo zio a scendere e spesso l’accompagnava barcollando in casa. Poi usciva ad aiutare le sorelle a scaricare e a sistemare le cassette, mentre la zia si prendeva cura del marito, d’inverso vicino al fuoco, che aveva attizzato qualche attimo prima, e d’estate sedendolo vicino alla porta a prendere aria.
Tutto avveniva secondo il rituale da anni fossilizzato e ripetuto dalle quattro donne con meticolosa scrupolosità, perché quando l’uomo si riprendeva, osservava se ogni cosa era stata fatta come “Dio comanda, ma non come vogliono le donne”.
Loro eseguivano, si rammaricavano e tra loro brontolavano, ma si prendevano cura di lui, che con quelle levatacce e anche con quelle bevute dava loro un certo decoro e agio economico. In paese erano considerate un buon partito.
Le prime due avevano già il moroso prima della guerra. Piangevano e sospiravano per le lettere che dal fronte tardavano ad arrivare. Terminata la guerra, entrambe entro l’anno e mezzo erano già maritate. Solo la terza doveva aspettare qualche anno in più. Il moroso se lo trovava in una serata danzante sull’aia delle scuole elementari, tra tanti pretendenti, nel 1947. Era la più carina delle tre, e la preferita dello zio.

Dopo la guerra, Franco ha passato più di un’estate nella casa dello zio, con varie e diverse motivazioni. Lo zio non aveva figli maschi, e un bambino che girava per casa, figlio di suo fratello, lo rinfrancava dall’eccessiva presenza femminile.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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