IL CORPO DEL BAMBINO COME AUTOBIOGRAFIA – Gilberto Gobbi –

IL CORPO DEL BAMBINO COME AUTOBIOGRAFIA – Gilberto Gobbi –

La memoria ci ricorda la nostra continuità.
Nella nostra percezione diamo per scontato che vi siano dei meccanismi inconsci, sensoriali, percettivi, associativi, che costituiscono la struttura portante della nostra personalità, a cui attingiamo per fare memoria della storia della nostra vita.
Per l’adulto può essere facile “dire” la propria storia affettiva, ma per il bambino piccolo che cosa e come può dire di sé? Noi ci aspettiamo tutto dalle parole, che il bambino non ha. Eppure, vi è un linguaggio, che il bambino conosce e con cui si esprime: la parola del corpo.
L’esperienza corporea è la dimensione della personalità, che racchiude in sé e conserva nel tempo fatti e vissuti, che sono il materiale da comprendere ed interpretare nell’autobiografia. Alla base dei nostri vissuti come persona vi è il corpo, che è il primo vero deposito della memoria.
Il corpo ricorda: ha inscritto in sé, nelle sue varie parti e nel suo insieme, la storia della nostra vita.
Esperienze scientifiche di questi ultimi anni dimostrano, appunto, che vi è una memoria corporea, che diamo per scontata, presupponiamo, deduciamo, ed è implicita in tutto quello che facciamo, e che è difficile da decodificare e da identificare. In una prospettiva futura, chissà, gli strumenti tecnici potranno far emergere quelle tracce profonde, a livello di sinapsi ed altro, che il corpo ha ritenuto dal primo momento in cui siamo stati generati e siamo venuti alla luce.
L’esperienza corporea, che viene prima della parola, è già di per sé prenoetica e intenzionale. È impregnata di cognitività.

La prima esperienza corporea del bambino è quella della comunicazione tonico-emozionale: con la nascita, momento topico, nevralgico e fondamentale, vi è l’origine e inizia lo sviluppo del-la memoria conscia e in¬conscia della nostra storia psicoaffettiva.
Vi è il primo contatto con il mondo esterno, con l’altro da sé: il primo contatto corporeo, la prima relazione tonico-emozionale con la madre. I sensi iniziano a scrivere le prime tracce nella memoria e le originarie strutture della storia della propria vita extrauterina.
Si tratta di imparare a de¬codificare e a leggere queste tracce.
I bambini esprimono se stessi attraverso le tracce psicoaffettive del corpo, che sono permeate di processi emozionali e cognitivi, sono dipendenti dai condizionamenti ambientali e si esplicano attraverso comportamenti specifici da saper leggere da parte degli adulti.

Il bambino si presenta e racconta di sé, della sua storia psicoaffettiva, attraverso il linguaggio del suo corpo, con il modo di muoversi, di camminare, di guardare, di osservare, di toccare, di prendere, di avvicinarsi e allontanarsi dagli “oggetti”, di manipolarli. Così il bambino scrive e offre la sua autobiografia ai grandi.
Egli racconta la sua storia fino a quel momento. Non ha ancora imparato a raccontarsi con le parole, ma il corpo gli permette di ritessere la propria vita, di ricostruirla, divenendo il luogo fertile per svelare i modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo, dentro e fuori. Il corpo è la spia che disvela e dilata i contenuti affettivi.
Il corpo del bambino già ricorda per “cronologia interna”, perché ha insito in sé “il prima e dopo”, anche se, fino ad una certa età, non sa collegare fra loro le esperienze del prima e del dopo, che danno forma ai contenuti e connotano l’autobiografia.
Il bambino nei suoi pochi anni ha creato il suo universo esistenziale, il cui accesso passa dai circuiti della memoria corporea. Ciò permette di sviluppare un campo magnetico di ricordi, che si esprimono attraverso una diversificata presenza e modalità di vivere le situazioni. I ricordi si materializzano nella plasticità del movimento e il suo immaginario si evidenzia attraverso il gioco e la relazione corporea.
L’attenta osservazione, la conoscenza della comunicazione, della sua pragmatica e dei contenuti sottostanti, e altri strumenti specifici per¬mettono di comprendere e immaginare ciò che il suo corpo dice.
Non è sufficiente saper leggere e decodificare la storia psicoaffettiva, che il bambino presenta con la sua corporeità, vi è la necessità di una comprensione che sia accettazione.
Parafrasando Marcel Proust possiamo affermare che attraverso la comprensione della sua corporeità noi adulti “sviluppiamo i negativi” che ci permettono di comprendere la sua vita, e così di aiutarlo a riprendersela costantemente tra le mani e a gestire “i positivi” della vita stessa. Il bambino apprende a dare alle cose, alle persone, ai sentimenti il loro nome “proprio”, e così gli oggetti gli appartengono e divengono parte integrante della sua identità. Gli “oggetti” permangono in lui, fanno parte della sua vita e della sua identità.
Una volta adulto, nel suo presente emergono sensazioni positive del passato, dell’essere stato compreso e accettato. Ciò ripristina la tensione verso il futuro, in cui il passato è lì a supportare come forza e potenzialità. È il paradosso del tempo, che è sincronia e diacronia, che trascorre ed è eternità; un presente mutevole e immutabile. L’immediato è vissuto nella sua complessità.
L’alleanza con se stesso, con i propri vissuti e con la memoria psicocorporea, nel suo risalire fino alla formazione dell’essere, diviene spazio e tempo, in cui l’adulto ricostruisce la propria esperienza di essere stato contenuto dal corpo e dalla psiche, prima dell’altro e poi di sé. Essere contenuto dalla memoria corporea positiva è premessa della propria identità.
In noi vi è insito il materiale per ricostruire la nostra storia, come nel corpo del bambino si può leggere la sua storia psicoaffettiva. [G. Gobbi, Le anse del fiume, pp. 39/41]

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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