IL CORPO: L’AUTOBIOGRAFIA DEL BAMBINO – G.G. –

Il corpo: l’autobiografia del bambino – G.G. –

La memoria ci ricorda la nostra continuità.

Nella nostra percezione diamo per scontato che vi siano dei mecca­nismi inconsci, senso­riali, percettivi, associativi, che costitui­scono la struttura portante della nostra personalità, a cui attingiamo per fare me­moria della storia della nostra vita.

Per l’adulto può essere facile “dire” la propria storia affettiva, ma per il bambino piccolo che cosa e come può dire di sé? Noi ci aspet­tia­mo tutto dalle parole, che il bambino non ha. Eppure vi è un lin­guaggio, che il bambino conosce e con cui si esprime: la parola del corpo.

L’esperienza corporea è la dimensione della personalità, che rac­chiude in sé e conserva nel tempo fatti e vissuti, che sono il mate­riale da comprendere ed interpretare nell’autobiografia.

Alla base dei no­stri vis­suti come persona vi è il corpo, che è il primo vero deposito della me­moria.

Il corpo ricorda: ha inscritto in sé, nelle sue varie parti e nel suo in­sieme, la storia della nostra vita.

Esperienze scientifiche di questi ultimi anni dimostrano, ap­punto, che vi è una memoria corporea, che diamo per scontata, presuppo­nia­mo, deduciamo, ed è implicita in tutto quello che fac­ciamo, e che è dif­ficile da decodificare e da identificare. In una pro­spettiva futura, chissà, gli strumenti tecnici potranno far emergere quelle tracce pro­fonde, a li­vello di sinapsi ed altro, che il corpo ha ritenuto dal primo momento in cui siamo stati generati e siamo poi ve­nuti alla luce.

L’esperienza corporea, che viene prima della parola, è già di per sé prenoetica e intenzionale. E’ impregnata di cognitività.

La prima esperienza corporea del bambino è quella della comuni­ca­zione tonico-emozionale: con la nascita, momento topico, nevral­gico e fon­damentale, vi è l’origine e inizia lo sviluppo della memoria conscia e in­conscia della nostra storia psicoaffettiva nel  mondo.

Vi è il primo contatto con il mondo esterno, con l’altro da sé: il pri­mo contatto corporeo, la prima relazione tonico-emozionale con la ma­dre. I sensi iniziano a scrivere le prime tracce nella memoria e le origi­narie strutture della storia della propria vita extrauterina.

Si tratta di imparare a de­codificare e a leggere queste tracce.

I bambini esprimono se stessi attraverso le tracce psicoaffettive del corpo, che sono per­meate di processi emozionali e cognitivi, sono di­pendenti dai condi­zionamenti ambientali e si esplicano attra­verso com­portamenti specifici da saper leggere da parte degli adulti.

Il bambino si presenta e racconta di sé, della sua storia psicoaf­fetti­va, attraverso il linguaggio del suo corpo, con il  modo di muo­versi, di camminare, di guardare, di osservare, di toccare, di pren­dere, di avvici­narsi e allontanarsi dagli “oggetti”, di manipolarli. Così il bambino scri­ve la sua autobiografia e offre ai grandi.

Egli racconta la sua storia psicoaffettiva fino a quel momento. Non ha ancora im­parato a raccontarsi con le pa­role, ma il corpo gli permette di rites­sere la propria vita, di ricostruirla, divenendo il luogo fertile per svelare i modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo, dentro e fuori. Il corpo è la spia che disvela e dilata i contenuti affet­tivi.

Il corpo del bambino già ricorda per “cronologia interna”, perché ha insito in sé “il prima e dopo”, anche se, fino ad una certa età,  non sa collegare fra loro le esperienze del prima e del dopo, che danno forma ai contenuti e connotano l’autobiografia.

Il bambino nei suoi pochi anni ha creato il suo universo esisten­ziale, il cui accesso passa dai circuiti della memoria corporea. Ciò permette di sviluppare un campo ma­gnetico di ricordi, che si espri­mono attraverso una diversificata presenza e modalità di vivere le situazioni. I ricordi si mate­rializzano nella plasticità del movimento e il suo immaginario si evidenzia attraverso il gioco e la relazione cor­porea.

L’attenta osservazione, la conoscenza della comunicazione, della sua pragmatica e dei contenuti sottostanti, e altri strumenti specifici per­mettono di comprendere e immaginare ciò che il suo corpo dice.

Non è sufficiente saper leggere e decodificare la storia psicoaf­fetti­va, che il bambino presenta con la sua corporeità, vi è la neces­sità di una comprensione che sia  accettazione.

Parafrasando Marcel Proust possiamo affermare che attraverso la comprensione della sua corporeità noi adulti “sviluppiamo i nega­tivi” che ci permettono di comprendere la sua vita, e così di aiutarlo a ripren­dersela costantemente tra le mani e a gestire “i positivi” della vita stes­sa. Il bambino apprende a dare alle cose, alle persone, ai sentimenti il loro nome “proprio”, e così gli oggetti gli appartengono e divengono parte integrante della sua identità. Gli “oggetti” per­mangono in lui, fan­no parte della sua vita e della sua identità.

Una volta adulto, nel suo presente emer­gono sensazioni positive del passato, dell’essere stato compreso e accettato. Ciò ripristina la tensione verso il futuro, in cui il passato è lì a supportare come forza e potenziali­tà. E’ il paradosso del tempo, che è sincronia e diacro­nia, che trascorre ed è eternità; un presente mutevole e immutabile. L’immediato é vissuto nella sua complessità.

L’alleanza con se stesso, con i propri vissuti e con la memoria psi­cocorporea, nel suo risalire fino alla formazione dell’essere, di­viene spa­zio e tempo, in cui l’adulto ricostruisce la propria espe­rienza di essere stato contenuto dal corpo e dalla psiche, prima dell’altro e poi di sé. Es­sere contenuto dalla memoria corporea posi­tiva è premessa della propria identità.

Come nel corpo del bambino si può leggere la sua storia psicoaffet­tiva, così in noi vi è insito il materiale per ri-costruire la nostra storia.  [Gilberto Gobbi, Le anse del fiume, p. 39/41]

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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