IL PADRE NELL’ETA’ ADULTA DEL FIGLIO – G.G. –

 

Adult Son Helping Senior Father With Computer At Home

IL PADRE NELL’ETA’ ADULTA DEL FIGLIO – G.G. –

I figli sono grandi, vanno per il mondo, hanno una loro profes­sione e una loro vita relazionale, che li dovrebbe proiet­tare verso l’autonomia, economica e affettiva. La genitorialità assume altre dimensioni e connotazioni, mentre si affronta la sindrome del nido vuoto.

Con l’uscita dei figli dal nucleo familiare i due genitori si ri­trovano a vivere per loro stessi. Non é facile, perché dipende dalla moda­lità con cui hanno vissuto le fasi precedenti. L’uomo vive, tra l’altro, il periodo del pensionamento e del “tempo libero”, del tempo per sé. Occorre un nuovo ridimen­siona­mento della vita della coppia e sociale.

Vi è un fenomeno, che viene attualmente esaltato dai mass me­dia: la scoperta dei nonni e la loro presenza accanto ai ni­poti, per aiutare i figli. Il fenomeno non è nuovo, anzi, è una re­altà, la cui memoria si perde nelle generazioni del passato.

Se ritorno indietro nel tempo, quando ero piccolo, i nonni ave­vano un’importante funzione di supporto alle famiglie dei figli. Sia durante la seconda guerra che dopo, molti nipoti erano accuditi dai nonni, mentre i padri e le madri erano occu­pati nel lavoro e anda­vano a prenderli, alcune volte, anche a sera inoltrata. Vi erano an­che allora divergenze sull’educazione tra nonni e madri e padri, che soffrivano di sensi di colpa per  l’abbandono “necessario” dei figli.

Mio nonno aveva una sua funzione, una presenza di deli­cato sostituto  paterno, di compagno di giochi, di coinvolgi­mento nel raccontarci le storie della prima guerra mondiale. La nonna era buona e vi­gile, accudiva, sgridava, ci lavava, ci fa­ceva mangiare – con lei si mangiava tutto, o quasi. Aveva una saggezza, che le ve­niva dalle situazioni sofferte e da una pro­fonda fede. Sapeva vo­lerci bene e farsi voler bene e, assieme al nonno, ci insegnava l’educazione, a rispettarci e a rispettare. Noi bambini si andava da lei a dirimere i contrasti.

Un giorno, d’estate, eravamo nella corte una decina di bam­bini dai 4 ai 7 anni, cugini e figli di vicini. Si giocava e, come qualche volta avveniva, ci fu un litigio. La nonna si pre­sentò sulla porta. Tutti corremmo verso di lei per spiegare l’accaduto. Ciascuno pretendeva di avere  ra­gione. Eravamo in cerchio  attorno a lei. La nonna aspettò che tutti ci calmas­simo. Poi, guardando ciascuno negli oc­chi e tendendo la mano verso ognuno incominciò a chie­dere: “ Hai ragione tu? E an­che tu? E anche tu?” Tutti ri­spondevamo “sì!”. Finché ar­rivò alla più piccola: “Anche tu hai ragione, vero?” “Sì, nonna!” E lei: “Lo sapete, vero, che la ragione è dei mussi (asini)?…”  E rivolta a ciascuno ripeteva: “Sei un musso, tu? Sei un musso tu?…” Ognuno rispondeva: “Io no, nonna… Io no, nonna!…”. Lei rientrò in casa e noi riprendemmo pacifi­camente a giocare.

Il nonno, che aveva assistito alla scena dall’alto del fie­nile, sorrideva, masticando tabacco.

La relazione di un padre con figli adulti comporta delle scelte, che tengano conto della loro autonomia e quindi di non invischiarsi in situazioni, che vadano a creare inutili proble­matiche relazionali. Acco­glienza e accettazione, ancora una volta, non significano che si debba con­cordare su tutto ciò che i figli decidono.

Trattare i figli da adulti e responsabili comporta anche sa­per chiedere loro dei consigli e un aiuto, quando necessario, e dare aiuto, quando richiesto. Il dialogo, iniziato nella prima in­fanzia e conti­nuato nell’adolescenza e nella giovinezza, fa da supporto alla relazione. Il padre im­perfetto può acquisire quella saggezza, che gli deriva dall’esperienza della vita, da un suo lavorio interiore, dalla scre­matura delle problematiche e dalla convinzione che ognuno ha da farsi la propria vita e che possiede i supporti psicolo­gici interiori per affrontare le varie situazioni. Un sano ottimismo paterno dif­fonde serenità e sup­porta più di un nevrotico interessa­mento.

La presenza al figlio diviene discreta, attenta, fiduciosa e deli­cata, sotto tutti gli aspetti, psicologici, relazionali ed eco­nomici, senza l’ansia di volersi sostituire nell’affrontare le dif­ficoltà della vita, anche quelle di coppia. Il figlio sa che può contare sul padre, sulla sua di­sponibilità, confidenza e discre­zione. Il padre sa che può contare sul figlio, che vive la propria vita.

Le vite, del padre e del figlio, continuano a intersecarsi  nella diversità e nella differenza dei ruoli e delle funzioni.

Il/la figlio/a, che diviene padre o madre, svolgerà a suo modo la funzione genitoriale, ripeterà con i propri figli, in una percen­tuale ab­bastanza alta, senza volerlo, errori fatti dai suoi genitori con lui/lei.

Il padre vede, capi­sce, non redarguisce, tiene tranquilla la mo­glie, esprime le sue per­plessità, non interferisce: sa che an­che suo/a fi­glio/a sta imparando a divenire genitore “imper­fetto”. Può essere l’occasione del grande riavvicinamento per una nuova ri-com­pren­sione generazionale.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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