IL PADRE DURANTE L’ADOLESCENZA DEL FIGLIO – Gilberto Gobbi –

IL PADRE DURANTE L’ADOLESCENZA DEL FIGLIO – Gilberto Gobbi – 

Un giorno dopo l’altro, il padre si ritrova con il figlio, che en­tra nell’adolescenza  e la vive in pieno. Sono passati gli anni. Come? Sappiamo che le fasi della vita sono tra  loro profonda­mente dipendenti, con una consequenzialità che vede il passato conden­sato nel presente e prospettato nel futuro. Il futuro dell’età adole­scenziale, che sembrava molto lontana, è dive­nuto il “presente” e il pa­dre si trova tra i quaranta e i cin­quanta anni. Ha raggiunto un certo livello professionale e so­ciale e quindi potrebbe anche star bene, invece s’incontra quo­tidianamente con i problemi creati dal figlio o dalla figlia adolescente.

L’adolescenza – L’adolescenza viene considerata la tappa più controversa del ciclo vitale e senz’altro quella, nei confronti della quale il pregiu­dizio sociale sembra accanirsi con più virulenza. E’ una fase della vita, temuta da genitori, educatori, politici e tutori dell’ordine so­ciale e pubblico.

La Dolto, eminente psicoanalista francese, così parla dell’adolescenza: “(…) a mio parere è una fase di mutazione. Al­trettanto fondamentale per l’adolescente quanto la nascita e i primi quindici giorni di vita per il neonato” (Adolescenza, esperienze e proposte per un nuovo dialogo con i giovani tra i 10 e i 16 anni, Milano 1995).

Di norma, pur nella sua continuità, viene oggi divisa in tre momenti:

– prima adolescenza o preadolescenza tra gli 10/11 e i 14 anni;

– seconda adolescenza tra 14 e i 16;

– terza adolescenza dai 16 anni, e dovrebbe concludersi, nella so­cietà odierna, tra i 20 e i 23. Vi sono anche per­sone, che restano degli eterni adolescenti: si parla di adolescenza in­compiuta.

I sistemi di appartenenza dell’adolescente – La vicenda adolescenziale, con i suoi mutamenti, spesso è tu­multuosa e conflittuale e si snoda nell’appartenenza ai vari sistemi relazionali: la famiglia, i pari e gli adulti. L’adolescente attua una continua mobilità tra questi sistemi, che gli consente di utilizzare le risorse per il suo sviluppo e per la sua presenza nel mondo.

Tutte le strutture della personalità in trasformazione sono in continuo movimento: la dimensione affettiva, quella cogni­tiva e quella comportamentale. E’ un crescendo di modifica­zioni e di ac­quisizioni, di arresti e di progressioni.

La maturazione delle tre dimensioni comporta che l’adolescente sia contemporaneamente impegnato su vari fronti, che mettono alla prova da una parte le sue potenzialità e dall’altra le persone con cui si relaziona.

a) Lo sviluppo della dimensione mentale-cognitivasi caratte­rizza per un’espansione delle potenzialità intellettuali ed una evolu­zione della facoltà volitiva, che conduce al perfeziona­mento del processo di apprendimento e decisionale. Vi è un migliore utilizzo dei processi della percezione, della memoria logica, dell’attenzione, della capacità di astrarre, giudi­care, ragionare e formulare decisioni. Questo fa parte del pro­gresso verso la maturità intellettuale, che com­porta la capacità di pensare in termini astratti e generali.

b) La dimensione comportamentaleè varia e diversificata, sog­getta all’influenza della situazione ambientale e sociale, in cui l’adolescente vive. Diviene importante lo sviluppo dell’atteggiamento critico-costruttivo di fronte ai modelli di com­portamento e ai valori propinati dalla società. L’adolescente si gioca il suo futuro modo di porsi: o un adat­tamento costruttivo o la ribellione, oppure un’acquiescenza supina. Il comportamento è ciò che maggiormente inte­ressa ai ge­nitori. Ci ritornerò successivamente, parlando del rapporto tra il padre e l’adolescente.

c) La maturazione della dimensione affettivo-emozionaleca­ratte­rizza profondamente la fase adolescenziale. Le emozioni dell’adolescente si ampli­ficano in quantità e qualità, e diventano più ricche e piene, cre­ando nel con­tempo  si­tuazioni conflittuali sia dentro di sé che fuori, e nei rapporti con gli altri.

Le emozioni nascono di fronte ad una più ampia varietà di sti­moli ed esercitano una considerevole influenza sul pensiero, di cui occorre tener conto sia per i risultati dell’apprendimento sia per valutare le modificazioni dell’umore, a cui l’adolescente è facil­mente soggetto. Accenno solo di sfuggita all’importanza dello sviluppo corporeo, alla difficile ristruttura­zione di una nuova im­magine del sé corporeo, alle implicazioni della maturità psicoses­suale.

Senza approfondire l’argomento, è opportuno però sottoli­neare come sia un periodo che oscilla tra il sentimento di ade­guatezza e quello di inadeguatezza, in questo entrare e uscire dentro e fuori di sé, tra l’intrapsichico e l’extrapsichico, e la frequentazione dei vari sistemi di appartenenza: famiglia, pari, adulti.

Gli ambiti e i sistemi, in cui l’adolescente si viene a tro­vare, hanno una loro specifica funzione sull’elaborazione e sulla struttu­razione della personalità:

– dal sistema famiglia egli attinge protezione, come l’ambiente de­gli affetti arcaici (positivi o negativi), che egli conosce e sta  rielaborando;

– dal sistema degli adulti (educatori scolastici e altri) ricava spinte a cimentarsi nella lotta e ad impegnarsi per la realiz­za­zione del successo (può rimanere deluso dal modo con cui il mondo degli adulti lo tratta e lo valorizza);

– il sistema dei coetanei lo sostiene nella trasgressione e nell’opposizione al mondo degli adulti.

Le spinte, che l’adolescente trova nei tre sistemi, dovreb­bero con­sentirgli, in questa sua mobilità sistemica, di speri­mentare il cambiamento e di apprendere a tollerare le ansie della crescita.

Sui problemi relazionali tra genitori e figli, in un mio libro sulla coppia e sulla famiglia, scrivevo così: “L’adolescenza dei fi­gli (…) è un periodo caratterizzato da forti trasformazioni, dal ri­dimensionamento di quell’equilibrio “preca­rio” in prece­denza rag­giunto. Occorre disporsi ad affrontare nuove situa­zioni e ricercare nuovi equilibri. Con l’adolescenza il figlio re­clama un proprio spazio, una sua collocazione nella dinamica fa­miliare, un modo nuovo di essere trattato e comportarsi. L’adolescente  è una forza dirom­pente che va ad intaccare gli equilibri raggiunti, che obbliga a rive­dere le relazioni, e alcune volte con il suo comportamento e con le sue provocazioni va a smuovere sicurezze acquisite e a stanare problemi di coppia ir­ri­solti” (G. Gobbi, Coppia e famiglia. Crescere insieme, Verona1999).

L’adulto, nella relazione con gli adolescenti di differente età e sesso, può incorrere in vari errori, tra cui:

  1. a) da una parte scambiarli per dei ragazzi incapaci di riflettere e di giudicare da soli, mentre al contrario, in questa età essi maturano lo sviluppo del pensiero sintetico e tendono a co­struirsi una loro valutazione della realtà e delle relazioni con gli adulti;
  2. b) e dall’altra, credere che sia sufficiente costringerli a ragio­nare e che ciò basterà per formali al controllo di se stessi.

Autorevolezza e norme di comportamento – Specialmente nella prima adolescenza (11/14 anni) le lun­ghe discussioni persuasive sono premature. A questa età i ra­gazzi hanno ancora bisogno che vengano loro presentate, ma anche esigite, alcune regole di comportamento, perché per loro i valori sono rap­presentati da modelli viventi, che li attrag­gono, non sono interio­rizzati e sono soggetti alle emozioni e ai vissuti nelle varie situa­zioni. Una certa fermezza, serena ed esigente, coerente e non ne­vro­tica, è più efficace delle lunghe spiegazioni, purché essi si sentano compresi, accettati e amati dai loro genitori e dai loro educatori, anche quando si trovano di fronte ai dinieghi. Ciò non esime gli adulti dal dare spiegazioni su problemi che essi possono porsi nelle varie circostanze della vita familiare, di scuola, in gruppo; in occa­sioni di films, di letture, di discus­sioni su compor­tamenti, ecc.

Lasciar fare tutto, leggere tutto, vedere tutto, decidere i propri orari, permettere di ri­spondere in malo modo e aver paura degli eventuali comporta­menti aggressivi o che se ne va­dano di casa, sono una chiara mani­festazione dell’abdicazione dei genitori alla loro funzione e al loro ruolo. E’ un non voler loro bene, un disinte­ressarsi della loro vita, soprattutto nel pe­riodo in cui, con gli im­pulsi in continuo tumulto, l’adolescente avverte il bisogno di con­trollarli e di essere aiutato a porli nel giusto processo di matura­zione personale e sociale.

Periodo di elaborazione – Mi  sono soffermato su questo periodo (11/14 anni), per­ché lo ritengo basilare per l’impostazione dei criteri di rela­zione e di comporta­mento degli adulti nei confronti del figlio adolescente e del suo successivo modo di porsi di fronte alla realtà in trasforma­zione. In questa fase, infatti, si riassumono e vengono sintetica­mente vissuti e ri­vissuti, in un breve arco di tempo,  processi razio­nali ed emo­tivi, che si rifanno ai primi periodi dell’infanzia, come la relazione con le figure parentali, la sicurezza/insicurezza di base, l’immagine di sé e della pro­pria corporeità, l’apertura/chiusura di fronte al mondo esterno, la proiezione verso valori. Tutto ciò in funzione dell’acquisizione di una sua definitiva identità psicoses­suale e di una sua collocazione nella vita.

Anna Freud ha così sintetizzato la situazione adolescen­ziale: “E’ normale per un adolescente e per un tempo abba­stanza lungo un comportamento incoerente e imprevedibile (…) di amare i suoi genitori e di odiarli, di rivoltarsi contro di essi, di essere vergo­gnoso con la propria madre davanti agli altri e inaspettatamente di desiderare di parlarle di tutto cuore” (Adolescenza, in Opere, vol. 2, Totino1958).

Tale comportamento può averlo anche nei confronti del padre solo che  non  dirà  mai “di desiderare di parlargli di tutto cuore”.

Il padre nell’adolescenza del figlio – Il padre continua ad essere la figura altra, che è presente non solo per il mantenimento economico, ma come genitore affettivo, con il quale  il figlio adolescente si confronta, si mo­della, si scontra e si incontra, si allontana e si avvicina, a se­conda dei suoi momenti e delle reazioni del padre.

Nel contempo, da parte del padre vi è una forte esigenza di es­sere e di sentirsi ri-conosciuto dal figlio, per quello che fa, ma in modo particolare per quello che é. Riconoscimento, che avviene at­traverso il comportamento del figlio, il suo ascoltare, confrontarsi e l’accettare consigli e anche imposizioni.

Per il ragazzo maschio, volenti o nolenti, il padre è un mo­dello di comportamento. Elabora una sua concezione sul padre e sul suo comportamento, che spesso tiene dentro di sé, ma che a volte manifesta alla madre, di norma in forma molto critica. La madre diviene depositaria dei conflitti tra padre e figlio. Ha spesso un compito non semplice per mantenere nel figlio un atteggiamento positivo nei confronti del padre e dia­logare con questi, perché sia accettante e parli con il figlio.

Logicamente il padre deve trovare la disponibilità interiore e il tempo per stare con il figlio, coinvolgerlo in sue attività, dargli de­gli incarichi, valorizzare le sue capacità, dimostrare di avere stima, interessarsi dei suoi desideri e, anche se il ragazzo è cresciuto, esprimere atteggiamenti di affetto e di tenerezza.

Anche i padri provano affetto e tenerezza, ne sentono den­tro l’impulso, ma spesso si trattengono perché ormai il figlio è grande. Ritengo che non si è mai grandi abbastanza sia per ri­cevere che per esprimere affetto e tenerezza. Non è sufficiente che il figlio sappia che gli si vuole bene, occorre anche dir­glielo ed esprimer­glielo con i gesti e con le parole. Anche se l’uomo non è stato abi­tuato da piccolo a ricevere espressioni affettive da suo padre, può cambiare, modificarsi, e provare fi­nalmente il piacere di far pia­cere alle persone con cui è in rela­zione, figlio compreso.

Il padre affettivo continua ad essere tale per tutta la vita, anche quando i figli vanno a trovarlo con i loro figli, che ve­dono en­trambi i padri – nonno e papà – esprimersi l’affetto con i gesti dell’amore paterno e filiale.

Il padre dovrebbe essere orgoglioso della crescita e della matu­razione della figlia, che diviene donna. Anche per lei egli è un mo­dello di comportamento, da cui ha bisogno di sentirsi accettata e considerata.  La figlia non è della madre, come il figlio non è del padre, o viceversa, come spesso mi sono sen­tito dire. La ragazza vive una sua identificazione con la madre, per distaccarsene ed ac­quisire una sua identità femminile, che è simile a quella della ma­dre, ma che nel contempo è diversa.

Il padre ha una funzione determinante in questo processo di maturazione identificatoria, attraverso l’equilibrio con cui si pone in relazione, la delicatezza della sua presenza, l’atteggiamento di ascolto, di com­prensione e di fermezza ri­spetto a determinati com­portamenti della figlia. E’ opportuno che il padre parli di sé, delle sue cotte e del suo innamoramento nei confronti della moglie. Riconferma, così, la figlia nella sua femminilità e nell’espressione delle sue emozioni.

Il padre, che spesso si esprime con la frase “ai miei tempi”, dimostra che è rimasto attaccato morbosamente al passato e che ha difficoltà di accettare i cambia­menti, anche quelli posi­tivi: è come se non permettesse ai figli di crescere.

Avere la chiarezza delle proprie idee e delle proprie posi­zioni e dissentire da quelle dei figli, non é in contrasto con l’espressione af­fettiva con loro. Il padre, di fronte a comporta­menti e atteggia­menti del figlio, che ritiene disfunzionali, deve essere esplicito nel mani­festare il suo pensiero, che può diver­gere da quello del figlio, avendo presente che com­prendere non significa approvare. Si pos­sono capire le varie moti­va­zioni, ma ciò non significa che si debba accettare e acconsen­tire. La chiarezza della relazione comporta che si dica: “Per capire capi­sco, ma non puoi pretendere che io accon­senta”.

Il non detto, il tacere, il mugugnare sono la base dei frain­ten­dimenti e invischiano le persone in relazioni confuse, che sfo­ciano in malintesi e in conflitti. Occorre chiarezza nel posi­tivo e nel ne­gativo.

In certe famiglie si era da sempre si  tace, ciascuno da per scontato che gli altri membri debbano capire, compren­dere, ma ognuno ha paura dell’altro, delle sue reazioni. Du­rante l’adolescenza dei figli il padre, di fronte al  comporta­mento carat­teristico dell’età, si chiude in un silenzio fatto di divieti, mai di­retti e sempre trasmessi tramite la moglie.

A volte i padri non sanno esprimersi, si arroccano in se stessi e non permettono ai figli di capire il loro affetto. Le in­comprensioni si moltiplicano attivando nei figli comportamenti contrastanti. [Estratto da: G. Gobbi, Il padre non è perfetto, Verona 2007]

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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