Come parlare ai figli della sessualità – Gilberto Gobbi –

papaefiglio_h_partbCOME PARLARE AI FIGLI DELLA SESSUALITÀ – Gilberto Gobbi – 

[Ripropongo un contributo pubblicato in queste pagine qualche anno fa su come parlare ai bambini piccoli della sessualità. Lo ritengo attuale, perché si inserisce nell’ampio dibattito sulla ideologia del gender  ed è connesso con le brevi analisi che ho svolto sulle Schede delle varie età dello Standard/OMS per l’educazione sessuale in Europa. Il libro è IL BAMBINO DENUDATO,  con la prefazione del Prof. M. Gandolfini, pubblicato  a Verona dalla casa editrice Fede & Cultura, si può acquistare anche in ebook].

“Come parlare ai figli della sessualità, è una domanda che i genitori rivolgono spesso all’esperto, che non sempre ha la risposta specifica immediata e adatta alla situazione particolare. La richiesta è legittima, si va dall’esperto proprio per essere aiutati; occorre però non delegare e non adagiarsi in una pigrizia psicologica, che danneggia la rela­zione educativa.

“Ritengo in generale, che nell’educazione, vi siano poche regole a cui riferirsi. In modo particolare, in quella ses­suale vi è la necessità di avere sempre presenti le tappe evo­lutive della crescita psicoaffettiva del bambino. E’ un prerequisito fondamentale di ogni educazione.

“Se regole vi sono, ritengo che siano poche, ma importanti.

1 – La prima regola è di attenersi al “buon senso” – Ciò comporta avere presente sempre la realtà, non quella che noi vorremmo, ma quella che è. La realtà è il bambino, che cresce e vive le sue tappe evolutive, con i problemi caratteristici di ogni età, in un contesto socioculturale ben definito. Per questo occorre  sof­fermarsi a conoscere il bambino, le sue tappe evolutive e i problemi sessuali propri di ciascuna età.

Conoscere il soggetto – bambino – è essenziale per svol­gere l’opera educativa.

Il buon senso ci conferma che ogni bambino è diverso, non solo perché è biologicamente differente, ma perché vive in un ambiente suo e reagisce a quello che sente, vede e prova, a suo modo.

Il buon senso ci ricorda che l’educazione sessuale è un percorso, che non termina con le spiegazioni scientifiche, con le informazioni biologiche, perché, che lo vogliamo o no, l’educazione sessuale ha un contenuto che è educazione alla vita e all’amore.

Il buon senso, se ascoltato, ci dice ancora che occorre una concordanza valoriale tra genitori nella relazione tra loro e con i figli. Cioè, nessuno può insegnare a nessuno, se non vi è di­sponibilità al confronto e al cambiamento. Osservare l’evoluzione sessuale del bambino comporta rendersi conto di quanto sente e vive. Questo anche da parte degli educatori scolastici.

Di “buon senso”, nonostante i mezzi tec­nologici, la televisione ed internet, il permissivismo educativo imperante, ce n’é ancora in giro. E’ importante recuperarlo e non lasciarsi prendere dalla superficialità.

2 – La seconda regola è di usare un linguaggio semplice – Sembra superflua questa regola. Invece, è sempre più ne­cessario ricordarla. Parlo di un linguaggio semplice e anche dell’uso di immagini comprensibili e adatte all’età. Non vi è bisogno di paroloni, né di immagini stucchevoli, elaborate, che gratificano il grande, ma mistificano in questo modo l’educazione.

Non c’è giorno, infatti, che non si legga di insegnanti es esperti pro­gressisti ed ideologicamente evoluti, che facendo educazione sessuale (così ritengono) usano con i bambini una spudorata violenza e del linguaggio  e delle immagini. Vi sono pure ge­nitori che “dicono tutto” al loro figlio sul sesso, a qualunque età e con “un linguaggio scientifico”. Si spera, almeno non volgare. Ritengono così di aver assolto, una volta per tutte, al compito di genitore. Hanno dato, come si dice oggi.

Ad ogni età i suoi contenuti. Con parole semplici e adatte.

E’ il bambino stesso che indica che cosa vuole sapere e come lo vuole sapere.

3 – La terza regola è di dare risposte, sempre – Tra i grandi si dice che “a domanda, vi deve essere una “ri­sposta”: è il minimo della buona educazione. Perché non ap­plicarla anche ai piccoli?

Se il bambino chiede, ha diritto ad una risposta, anche su argomenti di sesso. Un risposta semplice, ma una risposta.

E’ peggio tacere: il silenzio complica la situazione.

Il “non detto”, tanto in uso nelle relazioni anche familiari, crea sospensione, attesa, mistero. Permette all’interlocutore di pensare e immaginare quello che ritiene più consono a lui, spe­cialmente nell’ambito sessuale.

Da parte dei grandi vi è spesso la brutta abitudine di ri­spondere ad una domanda con un’altra domanda. E’ un modo per sfuggire, per non coinvolgersi, per prendere tempo.

Come non è una risposta, ma una controdomanda imbaraz­zante per chi se la sente riproporre:  “Ma sono domande da farsi, queste?… Adesso non ho tempo… Capirai quando sarai grande…”. Quante cose dovrà capire quando sarà grande!

Il bambino ha bisogno di risposte ora, non quando sarà grande, perché allora le sue risposte se le sarà trovate da sé.

Non lamentiamoci se, con il tempo, i figli non chiederanno più, e spesso si rivolgeranno ad altre persone fuori casa.

4 – Le risposte devono essere brevi, semplici e circoscritte – Un linguaggio semplice e circoscritto è il più consono per il bambino e il più efficace nell’offrire contenuti sulla sessua­lità. Cioè, circoscritto alla domanda senza fare conferenze e dare spiegazioni che allargano troppo il contenuto. Se avrà bisogno di ulteriori spiegazioni, sarà lui stesso a richiederle. Sempre che siamo stati tempestivi e semplici.

Oltre al linguaggio parlato, vi è quello del comportamento, che, come si sa, incide sull’educazione e rimanda costantemente a dei contenuti su aspetti della vita, i più diversi.

Spesso mi sono sentito dire che in casa “non si parlava di sesso”, perché era una cosa importante, da rispettare, su cui non si poteva scherzare e anche perché i genitori non sapevano come affrontare l’argomento. Il comportamento dei grandi, dovuto o ad una mentalità chiusa o ad un argomento conside­rato tabù, ha rinviato ai bambini di allora il messaggio, in cui era esplicito che la sessualità era una cosa seria, un argomento difficile, che rientrava nel mistero della vita e che ciascuno avrebbe imparato nella vita stessa, senza bisogno di tanti di­scorsi. Allora non si davano risposte, oggi se ne danno troppe, di tipo tecnico, spesso senza sapore umano, cioè senza valore.

E se il bambino non domanda? – Può succedere che il bambino non chieda. Passano gli anni senza che lui faccia delle domande su aspetti attinenti alla ses­sualità.

Di fronte a questo silenzio, ritengo che sia necessario os­servare il comportamento del bambino, il suo modo di venire in braccio, di giocare, di approcciarsi agli estranei; il compor­tamento in bagno, nel vestirsi, nel lavarsi, nell’ascoltare i di­scorsi degli adulti e dei fratelli, nel guardare la televisione. Se possibile, occorre anche analizzare i suoi disegni e le sue attività principali. Ciò facili­terà la comprensione dello stadio dello sviluppo psicoaffet­tivo del bambino.

Poi si possono creare delle occasioni in cui vi sia la possi­bilità di far in modo che si apra. Occorre, però, non forzare la sua disponibilità. E’ caratteristica di un genitore quella di essere discreto e aperto, disponibile e fiducioso, esserci quando il bambino lo richiede. Forse chiede troppo? Chiede al genitore di fare il genitore.

Vi sono momenti particolari della giornata di un bambino (succede anche ai grandi) di essere maggiormente disponibile alla confidenza: la sera, il momento dell’andare a dormire, per esempio. E’ uno dei momenti più belli per le coccole, le tene­rezze, le confidenze. Occorre avere la disponibilità a trovare il tempo, che è tempo particolarmente favorevole, dedicato al benessere psicologico, fecondo di crescita psicoaffettiva sia per il bambino e sia per il genitore.

Questo calore affettivo, intimo, di confidenze, sarà ricordato per il resto della vita e farà perdonare tante precedenti trascuratezze.

Ve ne sono poi altre di occasioni, come passeggiate, per­corsi in macchina verso la scuola o al ritorno, una fermata in pasticceria, al supermercato.

Occorre trovare un tempo privilegiato per il figlio. Quante scoperte si fanno, se lo si ascolta, lo si lascia parlare, lo si stimola delicatamente! Anche i suoi pensierini sul sesso ver­ranno fuori.

Ogni figlio dovrebbe avere, di quando in quando, un tempo privilegiato solo per lui, solo a lui dedicato.

Quando vi è anche il fratellino o la sorellina, il tempo è divisibile per i due, anzi uno dei due domina l’attenzione del genitore.

Le occasioni vanno create con delicatezza, non forzate.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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