IL PERCORSO DELL’IDENTITA’ PSICOSESSUALE – Gilberto Gobbi –

IL PERCORSO DELL’IDENTITA’ PSICOSESSUALE –  Gilberto Gobbi –

images[Tutti i 5 interventi pubblicati il 19/21/23/26 e 30 maggio, sono racconti in un unico articolo]

 Premessa – La formazione dell’identità psicosessuale del figlio, maschio o femmina, è un problema di sviluppo della personalità.

L’identità psicosessuale o di genere, sotto l’aspetto psicologico, è il risultato dell’elaborazione dei processi relazionali con il padre e la madre da parte del bambino, in un contesto più o meno favorevole o problematico a confronto con la realtà sessuale biologica.  Per esempio, se, per motivi vari, il rap­porto con il padre è falli­mentare, il bambino avrà dif­ficoltà nell’interiorizzare la propria identità sessuale ma­schile, mentre se  la figura maschile sarà introiettata po­sitivamente, l’identità sarà facilitata e le eventuali difficoltà saranno su­perate con maggiore facilità. Così, se la bambina, per ragioni differenti, assume un’immagine negativa della madre, potrà in futuro avere problemi sia di personalità che di identità. In tutto questo va tenuto presente l’interazione tra gli aspetti genetici e la dimensione ambientale/relazionale.

In queste pagine viene affrontata particolarmente l’incidenza della dinamica ambientale: interessa vedere l’importanza qualitativa e il contributo delle figure genitoriali, padre e madre, sulla formazione e strutturazione dell’identità psicosessuale del bambino, maschio e femmina.

1 – La prima identificazione – Va tenuto presente che alla nascita, nella fase iniziale di costruzione della propria personalità, i bambini, femmine e maschi, hanno una prima identificazione con la madre, che per loro è la fonte primaria della vita fisica ed psicoaffettiva.

Nelle fasi successive, in particolare durante la prima infanzia, vi sono dei cambiamenti molto significativi, che com­portano degli adattamenti molto importanti e delicati per il futuro della crescita. Vi sono dei processi fisici e psichici, che devono avvenire secondo i ritmi e le progressioni previsti dallo sviluppo, altrimenti sarà più difficile attivarli nelle fasi succes­sive. Se prendiamo l’apprendimento del linguag­gio, sappiamo che deve avvenire en­tro i tre anni,  perché sarà molto difficile dopo.

Anche l’acquisizione dell’identità psicosessuale segue i suoi tempi e ritmi, oltre i quali sarà più difficile completarla ed avere una ben definita identità.

Gli esperti concordano nell’indicare entro il terzo anno di vita il periodo favorevole al conseguimento e alla presa di coscienza dell’identità psicosessuale da parte del bambino. In par­ticolare hanno riscontrato  che il periodo di maggiore re­cettività sull’identità sessuale sembra essere tra i due anni e mezzo e i tre. Se si chiede ad una bambino che cosa è, di norma, egli risponde, senza esitazione: “Io sono un maschio”, come una bambina risponde: “Io sono una femmina”.  In questa formazione e percezione della propria identità psicosessuale, la presenza, positiva o negativa, della madre e del padre è determinante, come si vedrà in seguito.

In questo percorso di formazione della personalità e quindi dell’identità psicosessuale, l’itinerario tra maschi e femmine non è uguale, ma ognuno dei due generi ne ha uno suo ben diversificato.

Prima, però, di passare ad analizzare il differente percorso, chiariamo ciò che si intende per identità e in particolare per identità psicosessuale o di genere.

 2 – La ricerca dell’identità psicosessuale – In un precedente libro su I bambini e la sessualità[1] dicevo che tra le mille domande dei bambini vi è anche quella sull’identità sessuale: l’essere maschio o femmina e il sentirsi maschio o femmina. I bambini si pongono queste ed altre domande e a volte chiedono agli adulti perché si è maschio o perché si è femmina. I bambini pongono le domande con una intensità diversa a seconda dell’età e si soffermano in particolare sulla diversità anatomica. Per loro ciò che è evidente è pure reale, ed è ovvio che per loro la connotazione anatomica sia indice di identità psicosessuale, peccato che i grandi siano oggi decisamente confusi e che ciò che era evidente  per loro ieri, non lo sappiano più confermare ai loro figli, oggi.

I bambini, nel periodo della loro crescita e della percezione della loro identità psicocorporea, hanno una particolare sensibilità alla identità corporea dei propri compagni e compagne. “I giochi, le prese in giro, le affermazioni esplicite, le allusioni e la ripetizione di epiteti segnalano che nella seconda infanzia il problema è presente. I bambini ridono, si coprono la faccia, canzonano, fanno gesti irrisori, ripetono cattiverie”[2].

L’identità urge dentro la psiche e il corpo della persona, sin dai primi momenti della vita ed è evidente in particolari fasi dello sviluppo della personalità.

Per una equilibrata formazione della personalità, occorre da parte degli adulti il saper cogliere gli aspetti profondi dell’identità personale e creare un clima psicoaffettivo che favorisca una crescita armonica delle varie dimensioni della personalità, tra cui quella dell’identità sessuale. Sappiamo che lo sviluppo dell’identità comporta un’articolata interazione tra mente e corpo, tra aspetti intrapsichici ed extrapsichici, tra l’individuale e il sociale.

Il feto si sviluppa come maschio o come femmina a partire dal patrimonio genetico e dall’apparato ormonale.

Alla nascita, ora anche prima con l’ecografia, ogni individuo viene identificato come maschio o come femmina, dalla conformazione degli organi sessuali esterni e come tale gli viene attribuito un nome e codificato con un’identità maschile o femminile. L’identità sessuale biologica è legata al fatto di avere un assetto ormonale a prevalenza di testosterone o di estrogeni primari o secondari morfologicamente di tipo maschile o femminile.

Non sono solo i genitali che fanno un uomo o una donna: essi sono  la struttura su cui e d cui si parte per costruire l’identità psicosessuale.

Il bambino e la bambina con la nascita entrano a far parte dell’interazione familiare e del contesto sociale,  si immergono in un insieme di regole e di comportamenti e si confrontano con le attese familiari e sociali, relative al proprio genere di appartenenza. In ogni gruppo sociale si sono codificati nel tempo dei ruoli, che sono attribuiti a ciascun sesso, a cui ognuno si deve adeguare. In ogni  famiglia vi è una percezione particolare sull’identità  di ogni membro.

Così, con la nascita inizia il percorso individuale di acquisizione, di strutturazione e di consolidamento dell’identità psicosessuale (identità di genere), che prevede fasi differenti.

Tra i 2 e 3 anni, con l’acquisizione del linguaggio, il bambino maschio parla di sé al maschile o la bambina al femminile. E’ in questa età che il bambino ha la percezione della propria identità sessuale (sesso maschile o femminile) e, pertanto, si identifica o come maschio o come femmina. E’ questo un fenomeno che è davanti agli occhi degli adulti tutti i giorni. E’ un dato di realtà.

Tra i 6 e 7 anni, alla conclusione della fase edipica, vi è un altro periodo in cui i bambini acquisiscono la continuità temporale. Nello stesso tempo la costanza e la permanenza di genere si struttura e il bambino percepisce che è maschio o è femmina e sarà maschio o femmina per sempre.

E’ logico che in tutto questo periodo la relazione psicoaffettiva e il confronto con le figure primarie sono determinanti per processo di acquisizione della propria identità psicosessuale. Detta influenza verrà approfondita nelle pagine successive.

L’altro periodo determinante per l’identità psicosessuale è quello dell’adolescenza, in cui si struttura e si definisce sia l’identità sia l’orientamento sessuale, cioè si raggiunge l’intima convinzione della propria mascolinità o femminilità.

3 – L’attesa – Vi è ancora un altro fenomeno da sottolineare, che è comune sia al maschio che alla femmina: l’attesa prima della nascita.

Il bambino (maschio o femminina) è presente in positivo e/o in negativo nella mente e nell’affettività dei due genitori prima della sua nascita. Viene pensato e verbalizzato un nome. Con l’ecografia la percezione del genere maschile o femminile si concretizza. Dopo di allora il figlio viene pensato e vissuto con questo genere.

Alla nascita è presentato e registrato  con il genere, proprio della conforma­zione corporea e così il bambino acquista la sua vi­sibilità psicosociale, maschile o femminile. Da quel mo­mento ognuno comincia il suo cammino nel mondo interno ed esterno dei vari soggetti e la sua collo­cazione sociale con la propria identità.

Il linguaggio, in cui è immerso e con cui si confronta, rinforza costante­mente la distinzione di base fra soggetti di sesso maschile e di sesso femminile: egli si conferma nella propria identità psicosessuale.

 A lui ci si ri­volge con la sua identità, maschile o femminile: il nome lo connota, dandogli si­gnificato e valore.

Ciò avviene per i maschi e per le femmine.

 4 – Che cosa si intende per identità – Per una effettiva comprensione del processo evolutivo e di quando verrà successivamente detto, è fondamentale intendersi sul  significato e sul  contenuto di identità.

L’identità personale ed ontologica – Ogni individuo è ed ha una sua identità personale. E’ il proprio quid, che comprende tutta la realtà della persona nei suoi vari aspetti. Da questo quid derivano la percezione e la coscienza che la persona ha di sé e della propria esistenza come soggetto umano nel mondo.

L’identità personale è ciò che la persona è, prima ancora di sentirsi e di viversi, con le sue varie e articolate dimensioni.

E’ il nucleo profondo, in cui la persona si riconosce come se stessa, differente da tutte le altre. A questo nucleo profondo appartengono  le dinamiche individuali e sociali, soggettive e intersoggettive, i processi consci e inconsci.

E’ l’identità che sta alla radice dell’essere, dell’esistere come persona, in quanto appartenente al genere umano. Come tale è soggetto di diritti, fonte di significati prettamente umani, che la differenziano dagli altri animali, e la accomunano nella parità con tutti gli altri uomini, da cui nello stesso tempo si diversifica nella sua identicità.

L’identità ontologica sta alla radice dell’esistenza, dell’essere persona, dell’essere valore. La persona non si fa, ma si trova, ha solo da riconoscersi, da scoprirsi e partire da questa profonda identità originaria per il proprio cammino di realizzazione. La persona costituisce la radice etica della vita individuale e sociale.

A tale proposito scrivevo che “Il soggetto-persona è valore in sé dal momento della sua genesi e durante tutto il percorso della sua vita, al di là della direzione in cui si può orientare, e della considerazione che in varie epoche la società gli può attribuire. La comprensione di tale identità personale mette in moto tutto l’apparato psichico e valoriale dell’uomo per portare a maturazione il progetto insito nella persona, nel tempo e nello spazio concesso dalla vita. E’ sulle coordinate spazio-tempo che l’uomo vive la sua avventura terrena”[3].

Identità di genere o psicosessuale – L’identità di genere è la convinzione personale, basilare, di essere un maschio o una femmina, che si costruisce sulla base della identità e della percezione corporea.

Di norma, sin dalla primissima infanzia, il bambino e la bambina riconoscono l’appartenenza all’uno o all’altro sesso e comin­ciano a identificarsi, differenziando le relative caratte­ristiche psicologiche dell’uno o dell’altro sesso.

Inizia col sentirsi profondamente femmina o maschio. Il bambino ha  la percezione del proprio Sé corporeo già tra i due e tre anni.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la percezione co­mincia con l’i­dentità di sesso (corporea) e diviene completa con l’identità psicosessuale. Si può affermare che per la maggior parte delle persone, se si na­sce maschi ci si sente maschi, se si nasce femmina ci si sente femmina.

Vi sono i casi in cui vi è un “errore”, come nel transessuale, per cui il soggetto nasce maschio, ma ha l’identità di genere femminile (si sente e si vive donna) e viceversa per la fem­mina, per cui vi è un’i­dentità maschile  in un corpo di donna.

In sintesi, l’identità di genere fa parte della componente es­senziale della costruzione dell’identità individuale. Si riferisce al vissuto di apparte­nenza ad un genere o ad un altro (maschile o fem­mi­nile) o in modo ambivalente ad entrambi (bisessualità, in cui l’identificazione non è chiara e determinata, ma oscilla tra il maschile e il femminile).

L’i­dentità di genere o psicoses­suale, proprio perché è un perce­pirsi e un viversi partendo dall’identità di sessuale biologica, si presenta come un’esperienza di per­cezione sessuata di se stessi a se stessi e agli altri, di apparte­nere ad un sesso e non ad un al­tro.

Da tale iden­tità dovrebbe scaturire l’esigenza d’accetta­zione in­te­grale di sé, del proprio corpo, della propria identifi­cazione, dell’ap­par­tenenza al maschile o al femminile.

Vi sono delle tappe attraverso cui si forma l’identità, che costi­tuiscono i processi d’autoidentificazione sessuale, cioè l’in­tima convinzione della propria mascolinità o femmini­lità.

 Tale pro­cesso d’autoidentificazione sfocia o nel ma­schile o nel femminile.

Anche nella transessualità l’iden­tifica­zione psi­cosessuale (il sentirsi e il viversi maschio o fem­mina) sembra essere molto chiaro, non vi è un terzo sesso, ma solo una per­sona con un corpo maschile che si connota come fem­mina, o una per­sona con un corpo femminile, che si vive come uomo. Con questi presupposti il transessuale non è un omo­sessuale.

5 – Il percorso dell’identità psicosessuale femminile  – Dopo questi necessari chiarimenti sull’identità, sul suo significato e contenuto, passiamo ad analizzare, sempre brevemente, il percorso che il maschietto e la femminuccia fanno psicologico per acquisire la propria identità di genere o psicosessuale. Partiamo dal percorso femminile.

Per ciò che riguarda l’identità femminile, la bambina, attraverso varie fasi, continua a mante­nere con la mamma l’identificazione iniziata con la nascita. Anzi, è fondamentale che questa identificazione si radichi pro­fondamente, perché permette la strutturazione della propria identità psicosessuale e quindi della propria femminilità, cioè, lei è femmina come la mamma.

Sappiamo che diverse difficoltà possono interferire sulla crescita affettiva della bambina prima e della ra­gazza poi. Sono difficoltà che, se non superate, lasciano tracce disfunzionali sul percorso di identificazione e di con­fronto con la madre-femmina e sul necessario distacco da lei.

Per la bambina, acquisire l’identità significa confrontarsi con gli aspetti po­sitivi e negativi della propria madre,  assumere questi  ele­menti come costitutivi della propria personalità, percepire l’immagine positiva femmi­nile del proprio corpo e identificarsi in esso, vivere in po­sitivo la femminilità come costitu­tiva della propria identità di persona, differenziarsi dalla madre come persona diversa. Tale processo psicologico non è facile né così immediato, ma è un percorso che comprende l’accettazione costante nel tempo dell’ambivalenza delle caratteristiche della madre e l’accettazione della propria ambivalenza.

L’ambivalenza è una delle caratteristiche fondamentali della realtà umana: cioè, avere contemporaneamente la dimensione positiva e quella negativa. Essere limitati e tendere all’infinito, sentire l’attrazione al bene e anche la tensione al male. L’ambivalenza è propria dell’essere umano.

Nel processo di crescita psicologica, l’accettazione o meno  dell’ambivalenza generale della realtà umana e di quella specifica individuale, è un fattore determinante della maturità della persona.[4]

Ora, per la bimba la madre, il padre e le varie figure importanti si presentano con due dimensioni, il lato positivo, che gratifica e soddisfa (la parte buona della mamma), e quello negativo, che impedisce, condiziona, pone dei limiti, anche castiga (la parte cattiva della mamma). La madre è costituita dell’uno e dell’altro aspetto, e come tale si presenta ed è percepita dalla bimba, anche se essa è costantemente la ricerca della gratificazione da parte della “mamma buona”.

L’assunzione della realtà e delle dimensioni della madre, positiva e negativa, da parte della bambina è fondamentale per la costruzione della propria personalità, perché nel processo di identificazione lei stessa si deve percepire nelle due dimensioni (positiva e negativa) e accettarle come elementi costanti della vita personale e sociale. Si tratta dell’accettazione dei limiti della madre e quindi dei limiti della realtà circostante. E’ un meccanismo molto sottile, impercettibile, ma reale, che permea la crescita della bambina. Ciò crea i presupposti necessari per l’accettazione dei propri limiti.

In sintesi, l’identificazione con la madre da parte della bambina facilita l’armonizzazione della sua realtà profonda, cioè sviluppa l’individuazione interiore, che diviene parte integrante della realtà personale. Così il vissuto sessuale, il sentirsi psicologicamente femmina, collima con l’identità corporea. Ciò implica la percezione e la maturazione della propria femminilità, in cui il sentire di avere un corpo femminile corrisponde al proprio essere e viversi come corpo femminile.

Così, l’identificazione femminile comporta l’assunzione del proprio corpo sessuato, che apre un percorso di crescita, in cui il vissuto sessuale diviene parte essenziale della maturazione femminile interna e di un’apertura equilibrata verso la realtà maschile esterna, senza contrapposizioni né rivalse.

L’identificazione della figlia con la madre inizia con questa relazione privilegiata tra donne, in cui l’immagine di donna, che viene proiettata dalla madre alla figlia, si confronta, si mescola e a volte si scontra con l’immagine che il padre-uomo proietta della propria donna alla figlia stessa. La bambina si confronta con il comportamento del padre e con l’immagine di donna che le rimanda. La conformità e/o la disconformità di queste immagini giocano un ruolo fondamentale sulla bambina, che sta costruendo la propria identità psicosessuale attraverso il processo identificatorio con la madre e il confronto con il padre.

In questo processo di crescita vi sono degli aspetti vitali da sottolineare.

6 – Aspetti dell’identificazione femminile – Un primo aspetto è relativo alla donna/madre. Innanzitutto vi è l’esigenza che la madre si senta, si perce­pisca e si viva donna e proietti ai figli che l’essere donna è un valore. Ciò comporta che vi sia una buona identificazione della madre tra la propria identità corpora e quella psicolo­gica. Le eventuali difficoltà, titubanze e insicurezze della madre con se stessa vengono percepite, in particolare,  dalla figlia. Il sentirsi e viversi donna da parte della madre proietta sulla figlia un’immagine di sicurezza e di tranquillità, che facilita in lei l’identificazione con la propria identità psicofisica. Altrimenti viene rimandata una immagine confusa e non ben identificabile, che certamente non  facilita il lavorio psicologico della figlia.

Vi un altro aspetto importante, spesso viene trascurato, che è connesso alla stessa bambina. Come la donna/mamma ha  bisogno di essere riconfermata nella sua identità psicosessuale di donna dal suo uomo, così anche la figlia/donna necessita di essere riconosciuta e con­fermata nella sua femminilità dal padre. Questo aspetto relazionale  richiede che egli, durante l’infanzia e l’adolescenza della figlia, convalidi costantemente, con il suo comporta­mento,  l’importanza dell’identità sessuale femminile attra­verso la valoriz­zazione  delle proprie donne (moglie e figlia). Teniamo presente che, nell’ambito  psicoaffettivo, il padre per ogni figlia è il primo uomo, come la madre per ogni figlio è la prima donna. E’ una realtà da non sottovalutare, che ha notevoli implicazioni psicologiche sulla formazione della personalità e sulle future relazioni tra i sessi.

Diviene chiaro che l’acquisizione dell’identità femminile è dovuta ad un lento, pro­fondo,  im­percettibile, concreto  processo psicolo­gico di assimilazione ed elaborazione da parte della bambina, stimolato e favo­rito dall’intersecarsi degli atteggiamenti della madre e del padre circa il valore/disvalore della femminilità e della ma­scolinità. La bambina vede, sente, percepisce, immagazzina, elabora, reagisce a suo modo all’ambiente circostante e agli stimoli degli adulti.

Da quanto detto si evidenzia che l’identità della bambina procede in via li­neare, di madre in figlia, con la presenza e il contributo determinante del pa­dre. Per la bambina non vi sono altri percorsi.

Questo processo di identificazione opera in concomitanza con l’altra dimensione dello sviluppo:  l’esigenza di diffe­renziarsi, cioè di perce­pirsi, sentirsi e viversi differente da sua madre. Identificata con l’originaria identità femminile, si sente dif­ferente da tutte le altre persone e contemporaneamente uguale a loro nel valore come persona.  In questo percorso di identifica­zione e di differenziazione, come si diceva, è presente, il padre con la sua con­ferma o discon­ferma della femminilità della propria donna e quindi della propria figlia, che è donna.

7 -Il percorso dell’identità psicosessuale maschile – Il cammino del bambino verso la propria identità di genere ma­schile ha un suo iter particolare, di­verso da quello della bambina, analizzato nelle pagini precedenti.

Anche per il bambino maschio, nel primo periodo di vita, l’identificazione primaria di sé  è con la madre. Ben presto, però, a mano a mano che  cresce, egli volge lo sguardo verso un’altra figura, quella del padre. Con lui, volente o no­lente, è costretto a misurarsi e a confrontarsi, se vuole pro­cedere sulla via della realizzazione della sua effettiva identità maschile.

Attraverso il rapporto e il confronto con il padre, il bambino facilita e quindi persegue il processo di identificazione con la sua profonda e originaria identità maschile, fondamentale per lo sviluppo della sua personalità.

Va rilevato che per  il ma­schietto que­sto percorso non è aggiuntivo rispetto a quello delle femmine, ma è il suo normale cammino di matura­zione, esigito dalla sua in­trinseca progettualità. Cioè, a lui viene richiesto, dopo un breve inconscio periodo identificatorio con la madre, di far emergere di prendere l’indirizzo, strutturato in sé, verso la mascolinità: deve avvenire l’identificazione tra la fisicità (il suo corpo maschile) e il vissuto psicologico maschile, così da portare a maturazione la propria identità psicosessuale attraverso le varie fasi della vita.

Questo grado di maturazione dipende dal modo con cui il percorso viene fatto. Dovendo trovare il proprio per­corso, è com­prensibile che i maschietti facciano maggiore fatica della femmine e si capisce, quindi, perché sia più elevata la percentuale di omosessualità maschile rispetto a quella femmi­nile.

8 – L’archetipo paterno – Come si è detto, nella prima fase anche per il maschietto, l’identità dominante, a cui far riferimento, è quella materna. Da essa, però, deve ­stac­carsi per seguire il suo corso natu­rale, inscritto nel profondo dell’essere, l’identità ma­schile.

Il bambino sente l’esigenza di separarsi dalla madre, ma vive un profondo conflitto tra il mantenere il legame con lei e la necessità di distaccarsi. Percepisce, a li­vello corporeo e psicologico, l’esigenza della propria individuazione e sente propria la dif­fe­renza da lei. In questo percepirsi diverso dalla madre scopre e veri­fica che assomiglia al padre ed è fisicamente come lui. Di­viene ri­cettivo e aperto alla ma­scolinità.  Freud, a questo propo­sito, scrive che il bambino “mostrerà un interesse particolare nei confronti del padre: vorrebbe crescere come lui e assomigliar­gli…”[5].

Il bimbo percepisce che l’archetipo maschile, incarnato dal padre, gli appartiene e che, anche se in quel periodo non com­prende come ciò sia possibile, egli è destinato a diventare come lui. Si sente fortemente attratto dal potere carismatico che emana questa figura e sente nei suoi confronti un’affinità primordiale. E’ la base della dipendenza che il fi­glio piccolo avverte con il padre, da cui desidera es­sere accolto e accettato. La sua debole identità in costruzione, riconosciuta e rinforzata, si rispecchia nell’identità del  padre, da cui necessita ricevere vi­gore e conferma. Anche questo è un processo lento e impercettibile, concreto e determi­nante, che avviene nella psiche del bambino e che lo conferma e consolida nella sua identità originaria.

Nel processo di crescita, il suo bisogno interiore di identità si appella alla mascolinità este­riore e interiore del padre, che accogliendo il figlio e confermandolo nella sua identità in costruzione, collabora con questa meravi­gliosa e misteriosa tendenza della natura.

Il bambino interiorizza le forze e le vitalità ma­schili del padre e ciò gli permette di di­staccarsi dalla madre e di vivere questo distacco come una sorte di libertà. La madre resterà sempre il rifugio affettivo, il porto della tranquillità, ma l’identificazione con il padre gli permetterà di uscire e fare le esperienze di forza, potenza e normatività incarnate dal pa­dre.

L’uomo/padre ha il dovere, perché fa parte della sua funzione pa­terna, di affer­mare la mascolinità del figlio, con affetto e ricetti­vità. Ciò per­metterà al bambino di distaccarsi dalla sfera femmi­nile ed entrare in quella maschile, di svolgere la sua identifica­zione maschile e di viversi etero­sessuale.

9 – Fare il padre e fare la madre – Il padre deve voler fare il padre. E’ logico che, mentre spetta al pa­dre fare il padre, spetta alla madre permettere al padre di poter fare il padre e quindi di svolgere la sua funzione. Anche il padre deve dare il permesso alla madre di poter fare la madre.

Questo darsi il permesso è parte integrante della funzione geni­toriale, cioè le due funzioni s’intersecano, si integrano, sono com­plementari ed essenziali per la crescita armonica dei figli e per l’equilibrio della coppia genitoriale. I due, rispettando le fun­zioni reci­proche, ne permettono l’attuazione, e così si riconfermano reciproca­mente nelle dif­ferenti identità di genere di fronte al figlio.

Il ma­schietto,  crescendo percepisce e  vede che è bello essere maschio come il papà e nel contempo acquisi­sce che per la sua mamma è bello essere fem­mina. Vede, riproposte costantemente dai geni­tori, che le due identità sono differenti e  sono parimenti valore. Così anche la bambina percepisce che è bello essere femmina come la mamma, che è riconfermata dal padre e nel contempo conferma il padre nella sua mascolinità.

In tale contesto, lo sviluppo della psicosessualità in senso eterosessuale è un processo vissuto dal  bambino e dal ragazzo   successivamente come realtà che gli appartiene.

10 – Il processo di separazione dalla madre – Con la nascita la relazione fusionale, che il bambino ha con la ma­dre, si trasforma in un’interdipendenza simbiotica che avvolge i due protagonisti: per quel pe­riodo è una situazione ritenuta nor­male. La dipendenza fisica e psichica del bam­bino dalla madre è to­tale ed ha la funzione di riorganizzare  la  vita secondo i ritmi e i bisogni dello sviluppo psicologico del bambino stesso, per la sua umanizzazione.

Il legame tra madre e bambino crea una relazione privilegiata, a cui il padre assiste e partecipa, ma con un ruolo tutto suo, oppure può stare a guardare. Ciò, a volte, lo porta a distanziarsi e anche ad allontanarsi, in quanto non percepisce la sua collocazione in questo speciale rapporto duale madre-bambino.

triangolazione

E’ evidente che, con la nascita, il bam­bino instauri con la ma­dre una dipendenza simbiotica. Sappiamo, però, che, per un equi­librato svi­luppo del bambino e un ridimensionamento della stessa funzione ma­terna, occorre che la relazione da sim­biotica sia destrutturata e reimpostata. Cioè, l’identificazione psicosessuale  di sé del maschietto esige la separazione psicologica dalla madre. Quando è protratta, la simbiosi impedisce l’identificazione e si ripercuote sulla varie fasi della vita.

Queste due vite, intrinsecamente legate, condizio­nano profon­damente la dinamica del nucleo familiare, in cui la pre­senza del padre viene in ogni modo ridimensionata e deve trovare una sua specifica collocazione.

Il ridimensionamento della simbiosi permette al bambino di diffe­renziarsi dalla identità femminile della madre e sviluppare la propria identità maschile. Questo processo di differenziazione richiede al bambino di ottenere un pro­prio spazio psicologico interno ed esterno. Ciò comporta  l’acquisizione di una propria differenziata collocazione psicoaffettiva di fronte alla figura materna, ai suoi pensieri, comporta­menti e vissuti.

In questo percorso di differenziazione e di identità, il bambino arriva a per­cepire ciò che appartiene psicologicamente a se stesso e alla propria identità, lo fa suo e sa­ distin­guerlo da ciò che è degli altri. Nello specifico, sa discernere ciò che è proprio della femminilità materna e vivere quello che è proprio della sua ma­scolinità. In una prospettiva futura questo processo lo abilita a saper distin­guere, nelle varie fasi della vita, se stesso da­gli altri ed attribuire a ciascuno le sue caratteristiche.

Come abbiamo visto, il legame privilegiato tra madre e figlio crea nel primo mese un’intimità primitiva fusionale, com­pleta ed esclusiva, che diviene successivamente simbiotica e quindi diversificata. Ora, durante la crescita può capitare che il bambino cerchi di protrarre il rapporto simbiotico oltre il tempo previsto, anzi di mantenere il cordone ombecale attaccato a sé per sempre. Ma, nel contempo, anche la madre può voler continuare questo legame attraverso una serie di strategie ambigue, in cui tiene il figlio  incatenato a sé, mentre con­temporanea­mente lo desidererebbe indipendente. Si instaura una modalità circolare, in cui i due si tengono fortemente le­gati, mentre ciascuno pensa di ricercare la propria in­dipendenza. In par­ticolare, la madre ritiene che il figlio sia libero nelle sue scelte, mentre gli è costantemente col fiato sul  collo, attivando una protezione visibilmente  vischiosa e soffocante, intrisa di ricatti affettivi.

11 – Il padre nella triangolazione – In questa dinamica di separazione e individuazione, vi è spesso la necessità, per il bene del figlio, che il padre inter­venga e s’imponga d’interrompere questo legame. Il  pa­dre può di­mostrare alla madre e al figlio che nella triangolazione vi può essere un rapporto intimo e nel contempo autonomo: es­sere profondamente le­gati e indipendenti, interdipen­denti e distinti.

Spetta al padre stemperare con la sua delicata e ferma  presenza il rap­porto simbiotico tra madre e figlio e proporsi al bambino come figura “altra”, a cui fare rife­rimento sempre più con il passare dei mesi e con cui identificarsi nella sua mascolinità. Nel frattempo egli è di aiuto alla madre, le fa da contenimento, la supporta nelle possibili diffi­coltà psicologiche le­gate alla gestione di un bambino piccolo e della casa. Il suo è un ruolo molto delicato e prezioso.

Là dove il padre assume una sua chiara, visibile e esclusiva pre­senza, la situazione triangolare si ridimensiona. La stessa tene­rezza nella coppia è determinante per la ripresa della vita relazionale affettiva della cop­pia stessa e ricollocare ciascuno nella propria funzione.

Nel processo di crescita, il padre è essere presente con la sua masco­linità per ac­compa­gnare il figlio nel suo spostamento dalla sfera fem­minile alla sua iden­tità maschile.

Come si diceva, ciò che ostacola questo distacco è in particolare l’iperprotezione materna, che diviene un rifugio si­curo per il figlio di fronte alle difficoltà e alle insidie dell’ambiente circostante e alle fru­strazioni, dovute  anche ad un padre psicologicamente assente o duro. Una madre meno protettiva permette al bambino di essere più disponibile alle fru­strazioni, che gli possono derivare da un rap­porto insoddisfa­cente con il padre, specialmente tra i due e i tre anni.

La madre, che opera un’eccessiva protezione del figlio, che ha un rap­porto difficile con il padre, e si sente difeso dalla madre nei confronti di un padre “cat­tivo e persecutorio”, può bloccare o ritardare l’identificazione del bambino con il padre. In effetti, ostacola o frena l’acquisizione dell’identità psicosessuale maschile del bambino, facili­tando la sua permanenza nella sfera del femminile, oltre il previsto. Le probabili, suc­cessive, conseguenze sono di un possibile  orientamento omosessuale.

In sintesi, il padre diviene un ostacolo allo sviluppo della personalità del figlio quando non si assume la responsabilità di essere padre e non lotta per esercitare il suo ruolo.

12 – L’identificazione con il padre – Gli studiosi insistono molto sull’importanza della figura pa­terna nel processo di separazione del maschietto dalla madre e nell’acquisizione dell’identità maschile. La Mahler, per esem­pio, accen­tua l’importanza dell’”abbandono della madre” e insi­ste su una co­stante presenza del padre per aiutare i due, madre e figlio, a sciogliere la simbiosi. In tale senso è determinante che il padre si dedichi alla formazione della ma­scolinità del figlio, il quale, un volta identi­ficatosi nella sfera maschile, è disponibile a identificarsi con gli altri uo­mini e ad aprirsi alla relazione con il femminile in modo sereno. Questo fa comprendere quanto siano importanti e fondamentali i primi tre anni di vita per l’identificazione psicosessuale e, pertanto, per l’orientamento eterosessuale.

In man­canza del padre, può svolgere una funzione rilevante un uomo che mantenga rapporti affettivi con il bambino, come un nuovo compagno della madre che accetti la presenza del bam­bino come parte integrante della relazione e che lo aiuti a distac­carsi dalla madre, uno zio, e nelle fasi successive un insegnante maschio, un ani­matore sportivo, ecc. Il bambino ha biso­gno di figure maschili, che siano per lui un modello di comportamento maschile, non in conflitto con il femminile, ma con una posizione di chiara diffe­renziazione e di esplicita valorizzazione dell’eterosessua­lità, come dimensione decisiva e fondamentale della personalità.

All’inizio della psicoanalisi, l’importanza della figura del padre sullo sviluppo dell’identità psi­cosessuale non aveva avuto molta attenzione, ma da tempo ormai la valenza emotiva del padre è  considerata essenziale per la crescita e lo sviluppo del bambino e in particolare per l’acquisizione della sua identità psicoses­suale.

Il bambino  imita la figura più significativa e si identifica con essa, plasma la sua identità sul modello che sente più affine a sé. Ora, come è già stato detto, per lui il padre è la figura maschile più significativa nei primi anni di vita, spesso lo è anche negli anni successivi. A lui si con­forma e si identi­fica. Ne interiorizza valori e comportamenti. Può capitare ciò anche nei con­fronti di uno zio, di un uomo legato affettiva­mente al nucleo fa­miliare, o anche di un fratello maggiore.

L’identificazione avviene attraverso i comportamenti, tra cui anche le punizioni, ma in parti­colare, tramite l’affetto, il calore, il coinvolgimento per­sonale, la partecipazione alla vita di gioco e agli interessi del bambino. Le ricer­che confermano che la presenza di un padre affettivo facilita l’identificazione ma­schile, più della pre­senza di un padre freddo. Per gli adolescenti, per esempio, il ricono­scimento delle qualità af­fettive, gratificanti e an­che delle  punizioni  del padre faci­litano una buona ed equilibrata mascolinità.

13 – Alcune cause psicologiche del fallimento dell’identificazione sessuale – E’ stato verificato che le cause psicologiche del fallimento dell’identificazione psicosessuale possono es­sere molteplici. In sintesi, mi soffermo sulle  seguenti: 1) il predominio gratificante della madre, 2) il tipo di presenza del padre,  3) l’assenza del padre.

  1. Il predominio gratificante della madre. Rientra nella logica che, là dove la madre oltre che “oggetto di desiderio” è an­che la fonte unica di soddisfazione e di gratificazione per il bam­bino, questi tenda a mantenersi legato a lei e a stringere con lei un patto d’alleanza contro il pa­dre, che cerca di intromettersi tra loro due.

Come si vede siamo nella dinamica della prospettiva della gratificazione e del soddisfacimento dei bisogni, spazio che di norma spetta alla madre, tuttavia il padre non deve essere escluso da tale ambito e anche lui deve essere gratificante, ma non in competizione e in conflitto con la madre. La competizione tra chi dei due è più bravo a soddisfare i bisogni del bambino, danneggia il rapporto tra loro e compromette quello con il figlio. Le conseguenze negative si vedranno nel tempo.

Per un normale sviluppo dell’identificazione del figlio, è fondamentale che ciascun genitore sia gratificante a suo modo e che i due siano interdipendenti sui percorsi e contenuti educa­tivi. Così il bambino sarà facilitato nell’attivare il suo di­stacco dalla madre, che, come si diceva, resta fonte primaria di affetti­vità e di sicurezza. Il padre, con la sua presenza equilibrata ed affettiva, mentre conferma la madre nella sua identità femminile, nel contempo diviene oggetto di identificazione del figlio.

In questo percorso di costruzione della personalità, il bam­bino (maschio o femmina) non deve vivere il conflitto di essere costretto a scegliere tra l’uno e l’altro genitore, ma di seguire il suo normale percorso di identi­ficazione ma­schile o femminile, a cui la madre e il padre contribuiscono con la loro presenza discreta, ma fondamentale. Così confermano la scelta del figlio, rassi­curando­lo nella possibi­lità/necessità dell’identifica­zione ma­schile o femminile  e, nel  prendersi cura di lui,  testimoniano reciprocamente l’importanza dei due  ruoli. Là, invece, dove la madre è dominante e trattiene legato a sé il fi­glio con una costante gratifica­zione, tenendo lontano il pa­dre, il maschietto resta nella sfera fem­minile con cui, suo malgrado, cercherà di identifi­carsi, in contrasto con la propria intrinseca tensione maschile, e la femmina avrà difficoltà di percepire con chiarezza il valore della propria identità femminile. Là dove il padre rinuncia al proprio ruolo, vi sarà difficoltà sia per il maschio che per la femmina nell’acquisizione di una chiara identità psicosessuale.

2) Il tipo di presenza del padre. Nel cammino di crescita dei figli, occorre la disponibilità del pa­dre a fare il padre nella interezza della sua funzione e del suo ruolo.

La funzione ge­nitoriale paterna è fatta di una presenza fattiva, collaborativa, carica di calore, di ac­cet­tazione, di disponibilità, di presenza fisica e psicologica. E’ la pre­senza di un padre carismatico, cioè forte e af­fettuoso, autore­vole e compren­sivo, disponibile ed empatico. Si richiede un padre in­te­grato nell’ambiente familiare: ne è un agente attivo che col­labora con la moglie a creare quel clima psi­coaffettivo, che facilita il percorso di maturità dei vari membri.

Anche il ruolo di padre si realizza in cammino, giorno dopo giorno. Per certi aspetti ogni padre ha da ri-crearsi il proprio ruolo, il suo modo concreto di essere padre. Viene esigito dalla realtà sociale del nostro tempo e dai nostri figli, che meritano il miglior padre possibile.

Non sempre è così: vi sono padri fisicamente presenti, ma psicolo­gicamente assenti, che lasciano il loro spazio vuoto che qualcuno deve colmare. Spesso la madre tenta di riempire il vuoto e lo fa in malo modo, per motivi facilmente comprensibili. Questi padri danneggiano i figli sull’acquisizione della loro iden­tità, per­ché fanno mancare loro un modello maschile positivo.

Pur­troppo vi sono donne che, per come sono fatte,  specialmente in queste casi, si assumono i due ruoli, materno e paterno, creando grande confu­sione in se stesse e nei figli, che non comprendono le reali difficoltà della madre e le disfun­zioni che tale situazione  può provocare. Si può affermare che, in certi contesti, madre e padre  sono molto bravi  nel creare guai e inconvenienti all’identità profonda dei fi­gli.

Là, dove il padre non fa il padre, al figlio viene a man­care l’incoraggiamento all’autonomia da parte del padre, proprio nel periodo in cui il bambino è occupato su due fronti: su quello dell’acquisizione della propria autono­mia e sul fronte della propria identificazione psicosessuale. Per le bambine è più facile perché se­guono la propria linea e si ri­trovano nella loro sfera, il femmi­nile, mentre è più com­plesso il percorso per il maschietto, che deve uscire dalla sfera femminile per entrare nella propria e quindi completare l’identificazione maschile.

Anche il padre può ostacolare l’assunzione dell’autonomia attra­verso l’iperprotezione e il coccolamento del figlio, che fatica a identificarsi sessual­mente, perché per il maschio l’acquisizione in generale dell’autonomia è stret­tamente con­nessa a quella sessuale. Nel maschietto, infatti, vi è una profonda correlazione tra l’autonomia sessuale e quella generale.

Anche un eccessivo autoritarismo è altret­tanto dannoso su tutti i fronti, in particolare sulla propria identità.

Il padre presente sta a fianco del bambino, lo incoraggia nei suoi processi di autonomia, lo sostiene nella separazione dalla madre e lo raf­forza nell’identificazione maschile o femminile.

Il rapporto con il padre diviene cruciale per la crescita e la matura­zione del bambino, in quanto egli rappresenta il “principio di realtà”, la forza, l’indipendenza e il controllo di ciò che lo cir­conda, del mondo esterno.

Il rapporto con un padre affettivamente presente bilancia i bisogni interiori del bambino con le esi­genze e le aspettative esterne.

  1. L’assenza del padre. Varie ricerche dimostrano che l’assenza del padre incide sulla strutturazione della persona­lità, in particolare accentua la dipendenza dalla madre. L’assenza grava, in particolare, sulla carenza di autostima, sulla difficoltà di autoafferma­zione e sulla conforma­zione di un’identità maschile debole. Ne consegue che vi possono essere im­maturità generale, difficoltà di adat­tamento e scarsa identifi­cazione con il padre. Tuttavia, va confermato che i maschi con padre as­sente hanno la capacità di adatta­mento e di iden­tificazione etero­sessuale.

E’ il luogo di parlare del rifiuto affettivo.

Nell’ambito della relazione padre/figlio, il rifiuto emotivo è una dei peggiori affronti che si possano fare a un bambino, per­ché con il rifiuto lo si nega nella sua esi­stenza psicologica, lo si castra nella sua presenza sociale e nella sua esi­genza di esserci per qual­cuno, in particolare per il padre. Non vi è peggiore situazione esistenziale dell’insignificanza esistenziale.

L’avere un grave rifiuto emotivo da una figura ma­schile importante come il padre è uno degli ostacoli maggiore alla identificazione. Questo succede sia per i bambini con padre assente sia per quelli con la presenza di un padre rifiutante.

Il rifiuto affettivo genera nel bambino un di­stacco difensivo dal padre: “Non sei tu che non mi vuoi, sono io che non ti voglio… ed io posso fare ed esistere senza di te”. Se nel frattempo il bambino incontra delle figure ma­schili signi­ficative, sostitutive del padre, ha la pos­sibilità di identi­ficarsi con esse e quindi di attivare la sua mascoli­nità. Diversa­mente, in questa inconscia ricerca, l’attrazione omo­sessuale emerge come uno sforzo compensativo del grande vuoto la­sciato dal rifiuto affettivo. E’ la storia di varie persone incontrate nella mia attività psicoterapeutica.

Conclusione – Vi sono ancora tanti aspetti da affrontare in questo cammino di identificazione  e di acquisizione della identità psicosessuale. Di certo, l’ambiente familiare e la gestione dei ruoli maschili e femminili sono determinanti nella formazione di tale identità di genere.

Chi lo vuole negare, lo faccia pure. Ritengo, però, che ciò sia dovuto alla deresponsabilizzazione e, ancora una volta, alla codardia di quanti, che per motivazioni le più varie e le più incoerenti tendono  a negare le conquiste della scienza: il bimorfismo sessuale non esiste solo per essere funzionale alla procreazione, ma per realizzare l’umano attraverso una dualità originaria in tutti gli ambiti della vita.

Sappiamo che l’identità sessuata è una caratteristica ontologica della persona, indipendentemente dal fatto di essere sposati o dall’avere figli. La persona umana non è uomo e donna in quanto è biologicamente animale, ma perché è persona, come dualità corporea che si esprime in una dualità di codici simbolici. Vi è il maschile e il femminile.

Sono profondamente convinto che, sulla negazione di ciò e sulla omogeneizzazione dei sessi, non si costruisca una pedagogia positiva di formazione della personalità e non si favorisca la crescita di persone consce della propria individualità e identità profonda.

La cultura dominante sembra giocare con l’artificio della autoconvinzione e dell’autoreferenzialità di poter far andare il mondo secondo la propria volontà, sino alla negazione dell’essenza dell’uomo. La castrazione psicologica e sociale delle generazioni passate non è sufficiente, infatti, il masochismo della società odierna, o almeno di una buona parte di essa, arriva alla castrazione della propria identità sessuale.

E’ la negazione dell’uomo e della sua lunga storia di umanizzazione.

L’ideologia fa questo ed altro.

Ma l’uomo, con la forza che proviene da Dio, va oltre l’ideologia.

Attraverso il mio lavoro, mi sono confermato nella  convinzione che ogni persona ha delle potenzialità e delle ricchezze interiori che sa utilizzare per affrontare le peggiori avversità, compresa la falsificazione sessuale.

[1] G. Gobbi, I bambini e la sessualità. L’educazione affettivo sessuale da 0 a 10 anni, Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2010, pp.81/91.

[2] G. Gobbi, Op. cit., 2010, p. 83.

[3] G. Gobbi, Op. cit., p. 87-88.

[4] G. Gobbi, Modelli di maturità psicoaffettiva, Quaderno ReS n. 1, Verona 2000.

[5]  S. Freud, 1921, Psicologia delle masse e analisi dell’io, Bollate-Borighieri, Torino 1975, p. 105.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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