La libertà nella coppia coniugale – Gilberto Gobbi –

La libertà nella coppia – Gilberto Gobbi –  

copertinasposarsiLa nuova coppia coniugale, passato il primo pe­riodo di facile dispo­nibi­lità, si ritrova a dover fare i conti con la realtà quotidiana, in cui le esigenze in­di­viduali, temporaneamente accantonate, emergono con pre­potenza. Le reciproche attese  circa la stessa realtà della coppia si con­frontano con le prece­denti idealizzazioni e con le contingenze della con­vi­venza.

E’ allora che emerge con prepotenza come la coppia sia co­stituita da due individualità, con le loro storie personali diverse, che si co­niu­gano e anche si incontrano e si scontrano sulle piccole e grandi cose della vita in comune.

L’investimento psicoaffettivo reciproco com­porta che tra i due si crei una profonda interdipendenza emotiva e comportamen­tale, in quanto l’atteggiamento dell’uno incide su quello dell’altro, sui suoi vis­suti emozionali e affet­tivi, secondo un pro­cesso di circolarità.

E’ determinante per la futura vita della coppia e della famiglia che i due ne prendano coscienza e sappiano gestire tale realtà nel quotidiano.

I due membri funzionano secondo questa rela­zione, per cui il com­porta­mento di un individuo può essere compreso e interpretato nel contesto della re­lazione.

I pensieri, i sentimenti e i comportamenti di ogni membro non solo cau­sano, direttamente o indi­retta­mente, ma anche riflettono ciò che ac­cade nel nucleo nel suo contesto. Ogni persona ha una sua reazione emozio­nale, conseguente con le situazioni che vive, per cui si ritro­va a gestire un’au­tono­mia minore di quello che pensa di poter avere. Per ca­pire i compor­tamenti reci­proci è fon­damentale comprendere il contesto in cui ven­gono agiti.

Frasi come queste sono segnali della percezione di tale ridotta auto­nomia nel contesto della coppia e della famiglia: “Non puoi costrin­germi a pensarla come vuoi tu… Potrò avere un’opinione diversa?…In questa casa non si può neppure respirare?… O si fa come vuoi tu, al­trimenti sono guai!… Potrò una volta tanto fare di testa mia?…”. Sono segnali che indicano una richiesta di autonomia di pensiero e di emo­zioni e sottolineano come l’individuo si senta stretto nel contesto rela­zionale della situazione.

Non va dimenticato, però, che ciascuno reagisce se­condo schemi precedente­mente appresi, che fanno parte della sua storia, e secondo il contesto relazionale in cui si trova.

L’esigenza di libertà è un elemento costitutivo della propria indivi­dua­lità. Reclamare la propria li­bertà di pensiero e di azione è sinonimo di esi­gere la propria autonomia.

Libertà, però, può essere anche sinonimo di au­to­sufficienza, di non vo­ler dipendere da altri, di egocentrismo, quando la libertà viene inter­pretata come il poter fare quello che si vuole.

E’ il dominio del self (l’Io), che con prepotenza si pone e si impone sugli altri, secondo i parametri dell’ideologia imperante fondata sulla autosufficienza nar­ci­si­stica, che esalta la dimensione individuale a sca­pito di quella sociale e della reciprocità. E’ l’aberrazione  della indivi­dualità e la esaltazione dell’individualismo e del sé grandioso infantile.

Lo sviluppo della trascendenza, dell’apertura so­ciale, della recipro­cità viene bloccato.

L’atrofizzazione di queste dimensioni crea delle persone monche, af­fetti­vamente e narcisisticamente chiuse in se stesse.

Da almeno due secoli viene insegnato che “la mia libertà termina là dove inizia la libertà degli al­tri”; che è libero “colui che può disporre di sé”, che non è sog­getto a costrizioni, a limitazioni, a vincoli, a imposi­zioni fisiche o mo­rali. Oggi si presenta come ideale chi può disporre della propria esistenza, senza arbitrarie o for­zate imposizioni esterne.

E’ l’esaltazione di una concezione assoluta della libertà, che ha bi­sogno di essere calata nel concreto della vita reale e della dimensione integrale della per­sona.

L’onestà impone di affermare che la libertà in assoluto per l’uomo non esiste: la realtà intrinseca della persona smentisce quanto viene in­segnato. La vita ci presenta, infatti, questa realtà: la libertà di una per­sona è intrinse­camente intersecata e connessa con la libertà di altre persone. E’ una libertà che si attua nell’interdipendenza e che ri­chiede di essere co­niugata con la re­sponsabilità, una dimensione che sem­pre tra­scende il soggetto stesso.

Si può parlare di spazi di libertà, nel senso di poter fare quello che si vuole, solo in determinati mo­menti.

La vita di coppia fa emergere nella quotidianità come la libertà con­creta è quella che viene gestita nell’interdipendenza e nella reciprocità, e che l’incontro di due libertà e la loro gestione sono de­ter­minanti per la costru­zione dello “spazio vitale po­si­tivo” della coppia. I due libera­mente scelgono di spo­sarsi con quella persona, di condividerne la vita, di as­sumersi l’onere della maturazione reciproca, e l’onere e l’onore di favorire la maturazione dei figli. In una parola di condividere le due li­bertà per farne la libertà della coppia e nella coppia.

Queste dovrebbero essere le intenzioni iniziali di fronte al  matrimo­nio e queste sono le responsabi­lità che i due si assumono reciproca­mente. Compito arduo e difficile, ma non impossibile, che si snoda nel tempo, attraverso un costante equilibrio tra l’esigenza di individualità e quella di appartenenza a una realtà, la coppia, liberamente scelta.

Spesso nel lavoro terapeutico con le coppie pongo ora all’uno ora all’altro coniuge la seguente domanda: “Si sente sposato?” Può appa­rire una do­manda superflua e inusuale. Ho verificato che non solo non è inopportuna, ma spesso identifica il nucleo del pro­blema della coppia: la per­sona si è sposata, ha fatto il viaggio di nozze, ha anche messo al mondo dei figli, però ha conti­nuato a vivere da scapolo, “come se” con il ma­trimonio nulla fosse cambiato nella gestione della propria vita. E uno che “non si sente sposato”, non c’è nella condivisione delle li­bertà e delle respon­sabilità. La casistica sembra es­sere più numerosa fra gli uomini che tra le donne.

Ciascuno dei due, con il matrimonio, continua a fruire del proprio am­bito di libertà, nella gestione di determinate decisioni che sono al di fuori dell’ambito coniugale, così come ognuno ha da sentirsi libero nell’area di coppia di potersi esprimere, chia­rire e decidere, te­nendo  sempre conto che il “sentirsi sposato” e la condivisione richiedono in­terdipen­denza e reciprocità, cioè che la libertà va coniugata nella cop­pia.

Non è una concezione riduttiva, ma di ampio re­spiro, che permette di coniugare l’esigenza di indi­vi­dualità con quella di coesione.

Occorre che alla base dell’esercizio della li­bertà e della corresponsa­bilità vi sia un costante e rin­novato atteggiamento di accettazione reci­proca e di disponibilità ad amare.

Vi sarà, invece, un processo disgregante e nefa­sto per la coppia quando uno dei due o tutti e due lottano per la realizzazione dell’individualità o la coesione a tutti i costi, in un clima di competi­zione.

Il predominio della libertà individuale, voluta a tutti i costi, innesca meccanismi che allontanano  i co­niugi, creano vischiosità, conflittua­lità, rottura. La coppia salta sotto i colpi degli stessi protagonisti: o vi sarà con­flittualità perenne o rottura definitiva, a meno che uno dei due si rassegni alla solitudine pur rima­nendo nella coppia, per diverse ra­gioni.

Il predominio della coesione e dell’appartenenza va ad essere a sca­pito dell’individuazione di cia­scuno dei coniugi, della sua identità e li­bertà. Vi può essere un appiattimento delle caratteristiche indivi­duali ed un soffoca­mento delle individualità, che vengono sacrifi­cate sull’altare di una falsa identità di coppia e sull’esigenza di un’uguaglianza  sterile. Alla base di ciò vi è un’errata – nevrotica – interpretazione della ugua­glianza, cioè, di voler essere uguali a tutti i costi.

I due, invece, sono uguali per ciò che attiene al valore della persona, alla sua intrinseca realtà di li­bertà e di responsabilità, all’esigenza di realizza­zione di sé; sono differenti nella loro struttura di per­sonalità, non solo sotto l’aspetto fisico, ma intellet­tivo, valoriale, decisionale, af­fet­tivo, emozionale, con le impli­ca­zioni posi­tive o negative connesse.

La realtà coniugale, fondata sull’amore tra due persone uguali e dif­fe­renti, si esplica e si articola at­traverso le dinamiche che valorizzano la diffe­renzia­zione, quale ricchezza della coppia, e la ricerca dell’identità della stessa coppia. La differenziazione e la diversità indi­viduale sono la ric­chezza, ma pos­sono anche essere la tomba della cop­pia.

La capacità di coesione e di individuazione nell’amore è un requisito di una relazione psicologi­camente sana, che matura attraverso il pas­saggio da uno stato egocentrico di simbiosi a uno stato di au­ten­tica autonomia e reci­procità.

Nello sviluppo di queste due direttrici fondamentali si poten­ziano e favoriscono il clima psi­coaffettivo in cui la coppia e i figli crescono. Nell’amore occorre avere il coraggio di rischiare la propria individua­lità per costruire l’identità della cop­pia, in cui l’individualità trova il clima favorevole di matu­ra­zione.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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Una risposta a La libertà nella coppia coniugale – Gilberto Gobbi –

  1. Bianca Sghedoni ha detto:

    Barbara Branchetti

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