IN MEMORIA DI MIO PADRE – “IL LICENZIAMENTO E LA GERMANIA” – Gilberto Gobbi –

images Suo padre lavorava in un’azienda agricola, vicino alla casa, che gli era stata data in affitto per il periodo in cui avesse lavorato alle dipendenze del proprietario, dopo avrebbe dovuto traslocare. Era il classico San Martino, che tanti braccianti facevano passando da una corte all’altra. L’albero degli zoccoli non è un’invenzione poetica del regista, ma una realtà che da sempre c’era nei territori del Nord-Est.

La Bassa Veronese non era esente dai “S. Martino” dei brac­cianti. Franco li ha visti con i suoi occhi di bambino. Solo più tardi ha capito.

La casa faceva parte di una serie di casette a schiera, costruite con mattoni essiccati al sole. Due piani, quattro finestre, due sopra e due sotto. Le porte delle case davano direttamente su uno stretto cor­tile, che serviva anche di passaggio ai carri che si recavano nella campa­gna attorno. La ferrovia, che andava da Verona a Rovigo, fa­ceva da confine. Treni ne passavano pochi, lui li vedeva dal cortile, ma molto meglio dalla finestra della camera.

Secondo ordini severi del papà e della mamma non poteva oltre­passare certi confini della piccola corte, che dava anche sulla strada provinciale.

In quegli anni e anche nell’immediato dopo la guerra, varie per­sone erano rimaste sotto il treno. Incidenti, diceva la gente. Suici­dio? Quando i grandi ne parlavano tra loro, cambiavano discorso all’avvi­cinarsi dei piccoli.

Una mattina presto, fredda e nebbiosa, la calinverna da giorni in­combeva sulla pianura, come sempre, suo padre attraversava la pro­vinciale per andare al lavoro. Avrebbe dovuto con un altro brac­ciante e lo stesso padrone andare nei campi a sistemare dei fossi e poi svol­gere altri lavori in corte.

 Mentre nel capannone prendeva gli arnesi necessari, il padrone si affacciava e gli chiedeva che cosa stesse facendo. Senza lasciargli rispondere, il padrone affermava che non c’é più lavoro e che poteva andarsene a casa a cercarsene un altro.

Giovanni, così era chiamato da sempre suo padre, all’anagrafe ri­spondeva al nome di Angelo, capiva dal comportamento del padro­ne che qualcosa era successo durante la notte. Voleva sapere. Non gli era data alcuna spiegazione. Solo, non c’era più posto.

S’arrabbiava, di norma era difficile vederlo alterato, e voleva sa­pere. Gli confermava che non c’era più lavoro e che quello che pote­va dirgli, lui glielo aveva già detto.

Allora Angelo inforcava la prima bicicletta, appoggiata al muro esterno del capannone, ed usciva sulla provinciale. Si dirigeva verso il centro del paese.

La mamma, avvisata non si sa da chi, consegnava Franco alla vi­cina affinché gli desse la colazione e lo custodisse. Inforcava la bi­cicletta e si dirigeva lei pure al centro del paese.

Angelo, dopo dieci minuti, era sulla porta del municipio, entra­va, saliva le scale e si avviava verso la stanza del podestà. Bussava e senza attendere risposta entrava.

Il podestà, che era anche il medico del paese, di norma, ogni giorno già alle sette e mezza del mattino era in municipio, per disbri­gare le poche pratiche. Poi andava in ambulatorio e faceva le vi­site a domicilio.

Angelo si fermava col cappello in mano. Il podestà alzava la te­sta, lo guardava: “Angelo, che cosa succede? Che cosa ti hanno fatto?”.

Lo faceva accomodare sulla sedia davanti la scrivania. Il suo era un comportamento di chi sapeva.

Angelo spiegava, si ripeteva. Non si capacitava della decisione del padrone, di licenziarlo. Il podestà, dopo averlo calmato, gli dice­va: “Angelo, tu non hai la tessera del fascio e non l’hai mai voluta fare… A tutti quelli che non avete la tessera succede questo… Ve la fanno pagare ed io non posso farci nulla, perché sono direttive che vengono dall’alto…”.

Era vero: suo padre, lui stesso glielo ha raccontato, non aveva mai voluto prendere la tessera del fascio e partecipare il sabato alle eser­citazioni e alle marce, organizzate per i giovani lungo le piazze e le strade del paese.

Il gerarca del paese aveva stilato una lista e gli elencati si trova­no in una brutta situazione, simile a quella sua.

Nel frattempo arrivava la moglie nella stanza del podestà, che si raccomandava a lei, affinché Angelo non facesse dei colpi di testa. Si affidava a lei, assicurando che una soluzione si sarebbe trovata.

Per inciso, va detto che il podestà aveva sempre voluto bene alle persone. Aveva accettato la carica affinché altri non gestissero il po­tere in paese in modo brutale. Curava i pazienti, li aiutava, in mille circostanze, aveva salvato molti giovani dalle retate delle SS. Aveva procurato, in anni impossibili, la penicillina per Franco, quando in adolescenza aveva avuto la pleurite, andava a casa e lo curava come un figlio. Anche suo figlio si chiamava Franco, pilota dell’aeronauti­ca, ed era morto in guerra.

Per gli uomini della lista, la soluzione era già decisa dall’alto: o partire volontari per la Libia o andare, sempre volontari, a lavorare nei campi in Germania.

Dopo frenetiche e dolorose consultazioni con le rispettive fami­glie d’origine, i suoi genitori decidevano di partire entrambi, papà e mamma, per la Germania; era più vicina.

E lui? Sarebbe rimasto con i nonni paterni, in un paesino vi­cino, in una casa sulla provinciale. Così disponevano e così avve­niva.

Era ancora piccolo, appena tre anni. I suoi genitori andavano “a lavorare” in Germania.

Sua madre gli ha più volte raccontato l’accaduto, senza varia­zioni o aggiunte.

Gli ha più volte ripetuto che non voleva lasciare suo padre solo, lontano di casa.

Anche lei era rimasta senza lavoro.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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