Individuazione e coesione nella coppia – G.G. –

copertinasposarsiIndividuazione e coesione nella coppia – Gilberto Gobbi – Durante le sedute di consulenza o di psicotera­pia con singoli o cop­pie, spesso sento affermare: “Siamo agli antipodi. Lui al polo nord e io al polo sud… Quanto è difficile incontrarsi… Vorrei sentirlo più pre­sente in fami­glia. Lui, però, sfugge”.

Oppure: “Non so cosa fare. Mia moglie da qual­che tempo a questa parte è come assente, si occupa poco della casa, fa il minimo indispen­sabile, tra­scura il figlio ed esce la sera, rincasando anche tardi. Dice che va con le amiche in discoteca o a mangiare la pizza. Dice anche che ha bisogno di spazio e di tempo per sé. Non capisco… Se chiedo si ar­rabbia”.

Sono due delle tante situazioni in cui vengono meno la coesione e l’identità della coppia e della fa­miglia da parte di uno dei membri adulti: vi è la ri­cerca della propria individualità e libertà a scapito dell’equilibrio del gruppo-famiglia e degli altri mem­bri.

Ciò crea tensione e sofferenza, che spesso sono la premessa di un disim­pegno ulteriore dalla coppia e dalla famiglia.

L’equilibrio della coppia e la sua stabilità dina­mica si giocano co­stante­mente tra queste due dimen­sioni: l’individualità e la coesione. A prima vista pos­sono sembrare contrapposte e dialetticamente antago­ni­ste. Eppure la di­namica di coppia si snoda e si svi­luppa lungo una li­nea, alle cui estremità sta l’esigenza di realizzazione di ciascuna delle due di­men­sioni: da una parte vi è l’esigenza di individualità e dall’altra quella di coesione e di senso di apparte­nenza concreta.

Ciascuno dei due coniugi gioca se stesso e la continuità della coppia at­traverso il valore  concreto, che attribuisce a ognuno di questi due fattori e attraverso il modo, con cui cerca di coniugarli assieme al part­ner. Si tratta di sé, della propria vita, del coinvolgimento e dell’investimento, ideali e/o reali, dentro o fuori dalla coppia, con le relative conseguenze.

Si tratta, appunto, della vita della coppia e della famiglia.

a) L’individuazione

E’ la prima e fondamentale esigenza psicologica del venire al mondo. Ogni essere umano ha bisogno di essere se stesso, di valere e di contare in quanto per­sona, distinta e individuata; di essere conosciuto e ri-conosciuto come tale con le proprie caratteristi­che personali. Il nome è il primo segno sociale di questa individuazione o riconoscimento.

Il nome da solo non basta, occorre dell’altro.

Nell’individuazione si concretizza il bisogno di essere accettato e di sen­tirsi accettato per quello che si è. E’ un’esigenza che permane come tensione co­stante durante la vita, attraversandone tutte le fasi. Può di­venire l’obiettivo inconscio da perseguire a tutti i costi; obiettivo at­torno a cui si organizzano modalità comportamentali e strategie rela­zionali. Le energie psicologiche impegnate e gli eventuali falli­menti nel perseguire tale obiet­tivo sono spesso ori­gine di ansie e di conflittualità interne, di comporta­menti aggressivi e di chiusure in varie circostanze.

L’individuazione, come percezione positiva di sé, facilita la struttu­ra­zione della personalità, fon­dando l’acquisizione della sicurezza di base e dell’immagine positiva del proprio sé corporeo. Viene elaborata secondo i ritmi dello sviluppo, segnati dalla conquista della libertà, dal distacco nella re­lazione simbiotica con la madre, dal con­fronto con il padre e dall’autoreferenza  nelle scelte vitali.

L’individuazione richiede uno sviluppo lento e graduale, che com­porta il passaggio dall’eterodipendenza della fanciul­lezza alla autode­terminazione del periodo post-adole­scenziale e adulto.

b) Coesione e senso d’appartenenza

La realizzazione di sé, fondata solo sulla dimen­sione della propria indi­vidualità, blocca lo sviluppo della personalità a stadi narcisistici ed egocen­trici. Mantiene l’individuo a fasi infantili o adolescenziali, chiuso in se stesso, in una menomata autonomia e li­bertà. Il centro del mondo rimane se stesso e la realtà circostante deve girare attorno a questa identità, che diviene il punto costante e narcisisticamente obbli­ga­to­rio di riferimento.

Uno sviluppo così crea delle persone disfunzio­nali, con profonde ca­renze nella maturazione e nelle modalità relazionali.

La realizzazione di sé non si attua nel vuoto, ma con gli altri e tra­mite gli altri. Assieme all’individualizzazione deve svilupparsi la di­men­sione della socialità, dell’intersoggettività e della re­ciprocità, che sono alla base della formazione della coesione e del senso di apparte­nenza.

Il bambino e l’adolescente pongono le basi della coesione e del senso di appartenenza, vivendo come parte integrante del proprio nucleo fa­miliare e supe­rando i momenti e i periodi di marginalità, connatu­rati con le dinamiche conflittuali della propria età.

Sentirsi figlio/a, appartenente al gruppo fami­liare e vivendone le vi­cis­situdini secondo la propria indivi­dualità e il proprio ruolo, solo ap­parente­mente è in contrasto con l’esigenza di identità, di autonomia e di li­bertà.

Ciascuno, infatti, gioca l’identità, l’autonomia e la libertà nel rap­porto con gli altri, specialmente nelle relazioni all’interno del nucleo familiare.

Vi è spesso l’illusione, da parte di adolescenti e giovani, di poter vi­vere l’identità e la libertà, ta­gliando con la famiglia e anadandosene a vi­vere da soli o con altri coetanei. Ciò viene spesso suggerito anche da alcuni psicologi. Non nego che vi possano essere delle “situazioni li­mite” che ri­chiedano l’allontanamento da casa, per ve­dere di far assu­mere la responsabilità. Di norma, sono situazioni profondamente con­flittuali. Molte volte, però, il ta­gliare con il nucleo familiare, oltre che essere una fuga, diviene una chiusura nel proprio egocentrismo e un non voler misurarsi con le reali circostanze della vita.

Vi è l’illusione di libertà, di aver tagliato i pon­ti e di essere final­mente autonomo. L’allontanamento è solo fisico, perché sotto l’aspetto emotivo la famiglia è sempre presente dentro con i problemi irrisolti. Così l’individuo tende a com­portarsi “come se” loro ( i ge­nitori) non ci fossero, mentre le scelte, che ri­tiene finalmente solo personali, sono profondamente condizionate dal suo sentirsi pro­fondamente in contrap­posizione con loro.

Sono dell’avviso che, eccetto per qualche caso eccezionale, sia me­glio il giovane resti nel proprio ambito fa­mi­liare e apprenda a essere se stesso, ad acquisire la pro­pria individualità, a lottare per la propria li­bertà, a fianco alle per­sone che gli sono più prossime, in una prospet­tiva di coinvolgimento, di re­ciprocità, di coesione e di senso di apparte­nenza.

Paradossalmente ritengo che, quando il gio­vane si sarà sentito li­bero e autonomo nel vivere le situa­zioni familiari, anche quelle conflit­tuali, allora sarà il momento di andarsene a costituire il proprio nucleo fami­liare.

Per un dinamico equilibrio della famiglia occorre che ogni membro sia se stesso, abbia una buona iden­tità e come tale venga riconosciuto dagli altri compo­nenti, e che contemporaneamente vi sia un buon senso di apparte­nenza, la quale crea coesione e sviluppa l’identità del nucleo familiare.

Ognuno riconosce gli altri ed è riconosciuto da essi nella sua iden­tità e differenziazione. Ciò per­mette di creare un clima relazionale e psicoaffet­tivo, che di­viene il clima vitale della famiglia, in cui cia­scun membro co­niuga le due esigenze: l’identificazione personale e la coe­sione familiare.

La strutturazione dell’individualità e l’acquisi­zione del senso di ap­partenenza al nucleo familiare sono elementi della personalità che hanno bi­sogno di ma­turare prima del matrimonio, poiché ognuno li porta con sé nella costruzione della pro­pria coppia.

Le due dimensioni, coniugate con sano equilibrio, facilitano lo strutturarsi di buone relazioni all’interno della coppia e della famiglia.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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2 risposte a Individuazione e coesione nella coppia – G.G. –

  1. Bianca Sghedoni ha detto:

    Ho sempre pensato, da quando avevo 12 anni che mi sarei realizzata solo fuori dalla famiglia. Mia madre, mio padre e mio fratello non mi piacevano tanto ero condizionata dagli stereotipi della moda o della particolarità che i miei famigliari non rappresentavano in nessun modo. Non era odio, ma rifiuto. Forse a priori loro avevano rifiutato me perchè arrivata in un momento difficile dove i piani erano altro dalla venuta di un nuovo figlio?
    Solo al letto di mia madre morente dopo più di settantanni ho rimpianto il tempo che non avevo passato con lei. Quante lacrime in quei giorni mi si scioglievano valanghe di neve.
    Grazie dottore delle individuazioni di percorso che fa, le confermo sono esatte. A me mancava l’individuazione (non sapevo chi ero) e la coesione (non ero integrata nella famiglia). Ho vissuto ai bordi della vita per tanti anni finchè un giorno come il Figliol Prodigo sono tornata in me e ho riscoperto i miei veri valori che avevo seppellito: primo fra tutti la FEDE.
    Sono tornata a casa, dal Padre e dalla mia famiglia, per poi prendere il sano distacco e seguire una Comunità.
    Saluti carissimi
    Bianca

    • gilgobbi ha detto:

      Signora Bianca, grazie della testimonianza. Spero che possa servire ad altre persone. Con cordialità la saluto.

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