Variazioni sul padre – 3 – Padre e figlio – Gilberto Gobbi –

Variazioni sul padre – 3 – Padre e figlio – Gilberto Gobbi –

Nel lontano 1978 mi trovo a svolgere una relazione su “Il rapporto tra genitori e figli” in un paese della Bassa Vero­nese. L’incontro è organizzato dal comitato dei geni­tori della parrocchia. La sala è gremita: vi sono molte mamme e anche parecchi papà. A quanto mi con­sta è una delle prime iniziative, che i genitori promuo­vono sull’educazione dei figli, per sentire l’esperto e spesso per avere ricette sul come comportarsi, poiché gli schemi edu­cativi sono totalmente saltati.

Nella relazione  sottolineo  i bisogni dei figli e l’esigenza di una modifica dei comportamenti dei genitori di fronte all’età dei figli e contemporaneamente parlo dell’esigenza di pas­sare dall’autoritarismo all’autorevolezza. Gli interventi da parte dei presenti sono scarsi. I genitori sembrano attenti, ma spaventati dalla realtà che i loro figli presentano nella relazione familiare e nel comportamento sociale.

Mentre sto cercando di chiarire il concetto di autorevo­lezza e mi sforzo di spiegarne i comportamenti conse­guenti, di­cendo che non vi sono regole fisse nei processi educativi e che ogni situazione familiare é particolare, perché ogni fa­miglia ha un suo clima psicoaffettivo, un modo specifico di vivere le relazioni e le interazioni tra i membri, un signore sui cinquant’anni scatta in piedi e sbotta: “Ha un bel da dire lei. Ma io lavoro nei campi tutto il giorno, non ho studiato, ho fatto solo la terza ele­mentare. Mio figlio, invece, ha se­dici anni e fa le supe­riori, studia e parla molto bene.  Ne sa molte più di me. Io sono ignorante. Che cosa mi dice, lei?

Tutti si voltano  verso il signore, che interpreta i loro pen­sieri e si  permette di interrompermi e di sfidarmi; guardano lui e poi me, in attesa di quanto potrei dire.

Gli do atto di  aver detto delle cose reali. Anche se i  tempi sono cambiati, non è modificata la responsabilità genitoriale: il figlio può  avere più “istruzione” del pa­dre, ma non ha l’esperienza culturale e di vita, la sag­gezza e la responsabi­lità del padre. La funzione genito­riale non cessa in nessun periodo della vita, ma si tra­sforma.

 Mi permetto di sottolineare che, scaricando al figlio la completa responsabilità della propria crescita,  perché ora­mai è grande e sa parlare bene, come genitori avremmo commesso un grave errore, che successiva­mente ci sarebbe stato imputato. Così facendo, in nome della crescita e dell’istruzione, si addosserebbe  al figlio una  responsabi­lità, che è solo nostra.

Aggiungo  che l’essere genitori significa anche sba­gliare: occorre prenderne atto, accettare di poter sba­gliare e di modi­ficare il modo di vivere e d’attuare la funzione paterna. Come i figli anche noi padri non siamo perfetti.

Quindi leggo loro quanto aveva scritto Porot in “Pel di ca­rota”, che avevo tra i miei appunti: “Così te… per esem­pio… io non ti amo perché sei mio padre… noi sappiamo che non è difficile essere padre di qualcuno… io ti amo per­ché… noi conversiamo, come questa sera, in­timamente, tutti e due… perché tu mi ascolti e tu pre­ferisci rispondermi al posto di opprimermi con la tua potenza paterna”.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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