Mani – Gilberto Gobbi –

Mani  – Gilberto Gobbi – 

search Era quello che si dice “una bella coppia”. I due avevano le caratteristiche e le qualità per strutturare una coppia nella “norma”. Per questo si erano sposati, convinti tutti e due di essere fatti l’uno per l’altro.

Si erano conosciuti, adolescenti, frequentando i gruppi parrocchiali; una frequentazione tranquilla, fatta di semplice amicizia, senza la freccia di Cupido. Poi la fine degli studi superiori e lo scioglimento del gruppo. Ciascuno ha preso la strada della specializzazione professionale e l’entrata nel mondo del lavoro. Nel frattempo ognuno  era stato impegnato in brevi e fug­gevoli innamoramenti. “Non trovavo nessuna che corrispondesse al mio ideale di donna”, afferma lui. Lei sorride e con­ferma che anche per lei: “Non vi era un ragazzo che mi facessi veramente innamorare”.

Tutti i due affermano che ogni tanto veniva alla memoria l’immagine dell’altro e dell’altra; un’immagine, che aumen­tava nel tempo sino ad occupare ogni parte del sentimento. Così un sabato pomeriggio lui prende in mano il telefono per chiedere un appuntamento. E’ come se lei stesse aspettando la telefonata. Si incontrano: sono innamorati l’uno dell’altro, se lo dicono e se lo dimostrano. E’ l’iniziato del loro percorso, che dopo quattro anni si conclude con il matrimonio.

Dicono che sono stati anni di conoscenza, di approfondimento dei sentimenti, del carattere, di scontri ed incontri, di su­peramento e di accettazione delle diversità. I due durante il fidanzamento vivono la sessualità, scegliendo di non avere rapporti sessuali se non dopo il matrimonio. Una scelta condivisa e mantenuta, anche se sofferta. 

Dopo un anno e mezzo nasce il loro bambino. Si dicono di volerne almeno altri due.

Fin da subito le difficoltà a realizzare il rapporto sessuale completo sono molte. La signora non sopporta il dolore della penetrazione. Ci vogliono sei mesi di parecchi ed estenuanti tentativi, con arrabbiature e chiusure da parte del marito e pianti e disperazione della moglie. Da parte di lui vi é insofferenza, poca disponibilità alle tenerezze, chiusure e accuse più o meno esplicite che la moglie non si comporta da persona adulta, “grande”. Guardandosi, si dicono che dopo qualche mese senza l’aiuto di nessuno ce l’hanno fatta. I rapporti non sono stati molti, ma sufficienti per attendere una crea­tura, non però per vivere una sessualità di coppia soddisfacente e maturante. Le traversie sono presenti nella voce e sui volti dei due.

Dopo il parto passano mesi prima che lei dimostri un minimo di disponibilità all’amplesso; sempre pronta per le coccole, ma non per il rapporto. Non se la sente, giustificandosi con la solita paura del dolore. Dopo tre anni di matrimonio desiderano di poter risolvere la questione.

Così si ritrovano davanti a me per un primo colloquio. I due sono ner­vosi, mai avrebbero pensato di dover consultare uno psicosessuologo. Hanno tergiversato molto prima di prendere l’appun­tamento, parecchi mesi. Volevano riuscire da soli.

Succede spesso che, di fronte a difficoltà sessuali o problematiche relazionali, la coppia si chiuda in se stessa, tenti e ritenti, creando un clima nevrotico, che accentua la disfunzione. Alcune volte vi sono tentativi extra, come verifica della propria normalità. Quando vanno in psicoterapia, dopo tentennamenti, ripensamenti e accuse reciproche, di norma, dicono che le hanno tentate “tutte”, anche la visita dal ginecologo, il quale ha rassicurato che non vi è nulla di organico. Ora si sentono all’ultima spiaggia. Queste coppie spesso portano una spiaggia con rotami sparsi qua e là, un clima torrido da una parte e instabile dall’altra. Naufraghi estenuati, ciascuno chiuso nelle proprie delusioni e frustrazioni. Il terapeuta dovrebbe essere colui che aiuta a raccogliere e ad assemblare le parti per ricostruire  una nave che sappia riaffrontare il percorso.

Non è ancora il caso di questa coppia. La nave, però, fa acqua e i due , dopo essersi guardati inermi, decidono di aiutarsi, per recuperare la loro idealizzazione di coppia.  Ciascuno ha anche pensato di aver sbagliato partner, ma non  lo ha ancora verbalizzato. Ne ha profondamente paura e lo fa nel colloquio individuale con il terapeuta.

Il primo colloquio con la coppia si focalizza nel ricostruire in parte le dinamiche di coppia, le reti relazionali, la percezione reciproca, le attese e gli aspetti connessi al vissuto sessuale individuale e di coppia. Emerge una tensione conflittuale da parte di lui, estesa anche alla non accettazione di determinati comportamenti di lei nella vita quotidiana; comportamenti, ritenuti alcune volte infantili. La vuole più donna, sotto tutti gli aspetti.

Lei dimostra una certa dipendenza nelle decisioni e su come comportarsi, anche a letto. Ha paura di farlo arrabbiare. Già si sente in colpa per la problematica sessuale, per cui se il matrimonio zoppica, la colpa è sua e non di lui. Il suo potrebbe sembrare un classico problema di vaginismo, connesso con la paura del dolore. In nessuno dei due sfiora l’idea dell’interdipendenza relazionale e comportamentale, cioè che potrebbe trattarsi di una disfunzione della coppia e non solo della signora; che i due, cioè, sono coinvolti nella situazione e si condizionano reciprocamente, in cui attese, desideri e idealizzazioni di ognuno circa l’amplesso giocano un ruolo determinante.

Il primo colloquio con la coppia si  conclude indicando loro di astenersi da qualunque tentativo di penetrazione. Quello che devono fare è solo di trovare il tempo per loro tre volte la settimana e di accarezzare il corpo nudo del coniuge, prima uno dopo l’altro, tralasciando le parti erogene. Nelle settimane successive avrei fatto un colloquio separato con ciascuno e quindi deciso il tipo di terapia da attuare. La signora si dimostra contenta; lui invece: “Solo quello?”. Confermo: “Solo quello!”. Non è eccessivamente soddisfatto, però, per risolvere il problema è disponibile a seguire le indicazioni.

Il secondo colloquio è con la signora, con la quale viene ricostruita la sua storia psicoaffettivo-sessuale. Emerge che ha idealizzato molto l’atto sessuale, lo ha sognato e intensamente desiderato, soddisfacente e gratificante, come espressione di donazione di sé, della sua totalità, all’uomo che ama.

Pur avendo un corpo maturo, che le piace, di cui si prende cura e che ha sempre curato, non si sente totalmente accettata sotto questo aspetto dal marito. Ha la sensazione come se egli abbia un ideale di corpo femminile diverso. Durante il fidanzamento egli era delicato, tenero, sapeva aspettare: hanno deciso assieme di attendere di avere rapporti sessuali, mentre con il matrimonio, fin dalla prima notte, si è dimostrato impaziente, frettoloso di fare, con pochi preamboli, persino aggressivo. Lei ne ha avuto paura, tenendo per sé queste emozioni negative, e trasferendole nel rifiuto al rapporto, giustificando con la paura del dolore. Fin da subito, ogni volta che ha tentato, scattava in lei un’intensa ansia d’attesa di riuscire a “farcela”, mista all’ansia di prestazione di soddisfare le richieste del marito. Eppure ha da sempre sentito che quello era il “suo” uomo, non lo avrebbe cambiato per nulla al mondo.

A mano  a mano che nel colloquio si approfondisce la storia personale e relazionale, emerge con chiarezza che non vi sono aspetti patologici, che necessitano un terapia individuale. La disfunzione sembra risiedere nella relazionalità coniugale. Durante gli esercizi per casa, l’essere accarezzata senza l’obiettivo finale le è piaciuto immensamente, si sentiva tranquilla e rilassata e anche eccitata, specialmente la terza volta, in cui ha sentito intensamente la disponibilità all’amplesso. Dice di aver provato un’eccitazione psicofisica che la spingeva verso suo marito, mai provato prima, se non qualche volta durante il fidanzamento. Conferma di essere sulla strada giusta.

Nella seduta con il marito, oltre che rivisitare aspetti fondamentali della su storia personale, oriento il colloquio verso la percezione che lui ha della moglie, verso gli aspetti della sua personalità difficili da accettazione; le modalità reattive di fronte alle difficoltà della moglie, le proprie attese dal matrimonio e specialmente quelle sessuali. Ne emerge un quadro conflittuale: a fronte di una grande attrazione psicofisica, di momenti molto belli, di condivisioni di ideali, vi sono anche  difficoltà ad accettare “certi” suoi atteggiamenti infantili, o come tali da lui ritenuti. Si sente ancora profondamente innamorato della moglie e, anche se gli è sfiorato il pensiero di avere sbagliato donna. Ora desidera che tutto ciò termini per poter vivere una vita sessuale serena e soddisfacente per tutti e due.

Non si è mai posto l’interrogativo di come il suo atteggiamento nei confronti della moglie nella vita quotidiana e nell’amplesso possa aver contribuito in modo determinante all’insorgere della disfunzione e attualmente interferire nell’accentuazione. Si tratta di modificare l’atteggiamento personale. Solo la comprensione di ciò che può provare la moglie, il porsi in atteggiamento di ascolto dei suoi sentimenti, della paure, dei suoi desideri, gli fa riflettere sulla differenza tra lui e il coniuge, non solo nella vita quotidiana ma anche in quella sessuale. Il tutto lo ha razionalizzato, ma non trasferito nel vissuto. Non riesce a capire il cambiamento della moglie da prima a dopo il matrimonio. Nel dialogo con me si accorge che è stato lui a cambiare comportamento e che ciò può aver inciso sull’atteggiamento della moglie.

Questa presa di coscienza avviene quando parla dell’esercizio dell’accarezzamento. Afferma che fare l’esercizio la prima volta gli è costato molto, perché la sua tendenza è quella di concludere, pochi preamboli e via; tuttavia gli è molto piaciuto e ha percepito che sua moglie si è rilassata moltissimo e si sentiva bene. Ne hanno anche parlato. Si è riscoperto delicato e che le sue mani erano leggere, come se plasmassero qualcosa di molto prezioso. Non aveva percepito resistenze da parte della moglie, anzi, era molto affettuosa, come non mai.

Il compito è  di continuare in questa attività, di viverla e di lasciarsi vivere nell’accarezzare e  nel lasciarsi accarezzare.

La terza seduta si svolge con la coppia. In sala d’attesa seduti vicini, conversano tranquillamente mano nella mano e sono sorridenti. Dopo il saluto, entrano nello stanza continuando a conversare tra di loro. Altre volte atteggiamenti simili significano che la coppia ha risolto il problema. Contravvenendo alle indicazioni del terapeuta si sono lasciati andare, a fare quello che è naturale in una coppia. Non è la situazione di questa. I due affermano che si sentono molto coinvolti, rasserenati, che stanno sperimentato che la problematica si stava risolvendo. L’accarezzamento permette loro di risentirsi, percepirsi reciprocamente, di viversi profondamente coinvolti e attratti. Se non vi fossero state le mie indicazioni avrebbero anche fatto all’amore. Lei dice che le è stato veramente difficile contenersi. Nella stessa quotidianità il loro modo di rapportarsi si sta modificando.

Il marito, parlando delle sue sensazioni durante l’accarezzamento, dice che l’ultima volta, la sera prima, ha avuto una sensazione piacevolissima: percepiva che il corpo della moglie cresceva e prendeva forma sotto le sue dita. “Ed io mi sentivo particolarmente rilassata e attratta da te. Mi sentivo bene nelle tue mani e bene nel mio corpo”, dice lei.

Il colloquio termina raccomandando loro di continuare nell’accarezzamento e di fare quello che si sentivano.

La settimana dopo la seduta è breve. Hanno fatto all’amore, senza problemi, più volte. Non li ho più sentiti. Ogni anno ricevo gli auguri per Capodanno, con una postilla: “Tutto bene, anzi meglio”.

 Mani, che toccano, urtano, spingono, premono, rifiutano.

Mani, che accarezzano, sfiorano, si soffermano.

Mani, che dialogano, accolgono e si danno.

Mani, che fanno crescere.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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