Coppie gay e figli, l’amore non basta – Vittorio Cigoli – Eugenia Scabini

Coppie gay e figli, l’amore non basta – Vittorio Cigoli Eugenia Scabini

Il rischio: anteporre i diritti dei genitori alle esigenze dei bambini. Il paradosso: nostalgia inconscia della famiglia classica

Vittorio Cigoli – Eugenia Scabini –  Il giornale  Mar, 02/07/2013 – 08:53 –
In merito alla controversia su bambini dati in adozione a coppie omosessuali, una riflessione interessante la offre l’articolo «Sul paradosso dell’omogenitorialità» pubblicato sul nuovo numero di Vita&Pensiero, rivista dell’Università Cattolica (di cui anticipiamo uno stralcio).

L’intervento (di Vittorio Cigoli, professore di «Psicologia clinica delle relazioni di coppia e di famiglia», e Eugenia Scabini, professore emerito di Psicologia sociale) mette in guardia sulla pretesa obiettività di alcuni studi anglosassoni che presentano un’immagine rosea della vita degli adottati da coppie non etero. Sarebbero costruiti su interviste fatte a genitori che hanno una percezione positiva fondata soprattutto sulle loro aspettative. Inoltre le ricerche prendono spesso in considerazione bambini in età prepuberale, prima dell’affiorare di pulsioni e tensioni sessuali. Come suggerisce il titolo del pezzo c’è poi un paradosso nelle scelte di omosessuali che per diritto vogliono un figlio: l’identità sessuale, ridotta a costruzione culturale dall’ideologia progressista, gettata dalla porta rientra dalla finestra. E poi la richiesta di diventare genitori non esprime forse una nostalgia inconscia della famiglia classica?

Possiamo partire dalla posizione psicoanalitica classica, chiaramente espressa da Silvia Vegetti Finzi, che fa leva sul triangolo edipico, architrave dell’inconscio, che ritiene essenziale, per un corretto sviluppo dell’essere umano, il riferimento al padre e alla madre. L’identità si costruisce attraverso un processo di identificazione che coinvolge tanto la psiche quanto il corpo sessuato dei genitori e che si delinea nella differenza. Al proposito noi preferiamo parlare, con un termine forte, di «incorporazione» ancor prima che di identificazione: la persona del figlio si incorpora infatti nella storia familiare, cioè ne è parte costitutiva.
Ma anche tra gli psicoanalisti vi sono altre posizioni, come ad esempio quella espressa da Antonino Ferro; si parla in questo caso di sessualità come accoppiamento tra le menti e di funzioni paterne e materne che possono essere esercitate prescindendo da qualsiasi riferimento al corpo sessuato. Si sente qui l’influenza delle teorie del gender e in particolare della queer theory che, in linea con la posizione costruttivista, sostiene la tesi che il genere è una pura costruzione sociale. Una posizione, questa, che riteniamo “riduzionista” perché denega la differenza anatomo-biologica. Questa posizione si inserisce in quel fenomeno che Janine Chasseguet- Smirgel (Il corpo come specchio del mondo, 2005) ha acutamente indicato come rivolta contro l’ordine biologico caratteristica della cultura dell’Occidente che oggi assume varie forme, dalla mutilazione dei corpi e commercio degli organi, agli interventi di mutazione del sesso, alle madri in affitto, al reimpianto di embrioni congelati dopo la morte dei genitori o di un genitore.
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In realtà anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile. Ecco il paradosso. Ma vi è di più, essere genitori fa rientrare inevitabilmente le persone nella logica dello scambio tra le generazioni.
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La famiglia non è solo luogo di affetti, di amore e odio, ma vive anche di un ordine strutturale e simbolico, vive di una dinamica generazionale che ha le sue regole e le sue leggi. Genealogie confuse, assenti o enigmatiche, non facilitano certo il viaggio che fa del bambino un figlio. Nella clinica, specie di orientamento generazionale, ben conosciamo le patologie connesse a tali accadimenti. Ecco infine alcune e non secondarie annotazioni. Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro. Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione e lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più difficili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri «benefici», possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di «omoparentalità» e anche agli adulti che fanno queste scelte. Ma tutto cio non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte cosi esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta». Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i figli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall’«amore». La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di «normalità» nello sviluppo dei figli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure «normalizzare».
*docenti di Psicologia

 

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Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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