Cos’è davvero il “Gioco del rispetto” e quale ideologia esprime? Adriana Scianca

Cos’è davvero il “Gioco del rispetto” e quale ideologia esprime?

Postato il mar 12 2015 – 11:21am di Adriana Scianca

Gioco del RispettoHa fatto molto discutere, in questi giorni, il cosiddetto “Gioco del rispetto”, un progetto nato in Friuli Venezia Giulia nell’ambito delle attività volte alla prevenzione della violenza di genere e che, a partire dalle scuole dell’infanzia, propone dei giochi che si vogliono “educativi” rispetto alledifferenze di genere. Purtroppo, al solito, le proteste contro tale progetto sono state quasi monopolizzate da settori dell’opinione pubblica particolarmente bigotti e sessuofobi (vedi l’isteria sui “genitali” nominati, mostrati, toccati etc), per cui i veri problemi messi in campo dalla campagna sono totalmente sfuggiti. Proviamo a cercare di capire allora cos’è il “Gioco del rispetto” e soprattutto quale ideologia esprime.

CHE COS’È IL “GIOCO DEL RISPETTO” – Secondo le “precisazioni della vicesindaca (sic) Fabiana Martini” pubblicate sul sito del Comune dopo lo scandalo mediatico, “il Gioco del rispetto è un insieme di proposte di gioco per i bambini e le bambine delle scuole dell’infanzia, studiato per trasmettere loro il concetto dell’uguaglianza tra uomini e donne, così come sancito dalla Costituzione Italiana. Attraverso il gioco, i bambini e le bambine apprenderanno che possono e devono avere gli stessi diritti di scegliere in futuro la professione che li realizzerà, così come da piccoli scelgono i giochi da fare a casa”. Si precisa anche che “il Gioco del rispetto non affronta né i temi della sessualità, né quelli dell’affettività. Tra le proposte di gioco non ce n’è nessuna che riguardi l’educazione sessuale, né si toccano i temi dell’omosessualità,della corretta o non corretta composizione della famiglia”. Testi alla mano, la precisazione è parzialmente vera, dato che gli argomenti citati sono comunque indirettamente sfiorati dal progetto. Concretamente, il kit didattico è composto da una scatola di giochi. Dentro questa scatola, spiega il sito del progetto, c’è una storia su “un bambino e una bambina che affrontano le prove avventurose del racconto, esprimendo sempre con grande libertà i loro sentimenti e le loro emozioni”. C’è poi “un classico gioco di memoria, che consiste nel ricordarsi la posizione esatta delle coppie di carte che rappresentano uno stesso mestiere. Ma chi viene rappresentato in questi mestieri? Sempre un uomo e una donna, per qualsiasi categoria”. E infine “altre dieci schede di gioco, che le insegnanti o gli insegnanti sono liberi di proporre ai bambini per farli divertire e contemporaneamente offrire loro la libertà di essere e di comportarsi non secondo stereotipi costruiti, ma secondo i loro naturali desideri”. Vediamo secondo quali coordinate viene fatto tutto ciò, seguendo le Linee guida e le Schede di gioco del progetto, pubblicate da vari organi di stampa fra cui il Giornale (da cui noi le linkiamo).

UNA SCUOLA “ETICA”? – Partiamo da un dato semplice. La scuola italiana attuale, per chi non lo sapesse, non ha una missione “etica”, nel senso della formazione di un tipo specifico di cittadinogender anziché di un altro. Eppure tutta l’impostazione del “Gioco del rispetto” è etica. Gli animatori del progetto sono convinti di avere un compito di civiltà, una missione morale, vogliono trasformare la mentalità collettiva.Nella loro pagina facebook, per esempio, si cita un articolo straniero sul caso, con la seguente didascalia: “Il ritratto di The Guardian su quanto sia difficile il percorso verso il cambiamento culturale in Italia”. Nelle linee guida del progetto si dice chiaramente che si vuole intervenire “modificando la cultura e, quindi, agendo precocemente sulle nuove generazioni”. Ma chi li ha investiti di questo ruolo? Quel “cambiamento culturale” è giusto oppure no? In che direzione va? Chi l’ha deciso? Perché delle strutture pubbliche devono arrogarsi il ruolo di cambiare la cultura? Esistono, ovviamente, culture che è giusto cambiare e pensieri dominanti che vanno combattuti, ma questo deve essere compito della scuola? Chi vuole fare le rivoluzioni si iscriva a un partito, a un movimento, a un sindacato, a un circolo culturale e lì provi a cambiare il mondo, non lo faccia in una struttura pubblica.

DISTRUGGERE IL MASCHIO – Ora, qual è questo cambiamento di cultura tanto auspicato? Anche se tutto il progetto viene giustificato con la scusa di prevenire la violenza sulle donne, la discriminazione delle donne, gli abusi sulle donne, il mancato accesso alle pari opportunità lavorative alle donne, in realtà l’impressione è chel’obbiettivo prioritario sia invece proprio l’uomo. Nelle linee guida si biasima chiaramente il fatto che tradizionalmente venga ritenuto più offensivo per un ragazzo essere una “femminuccia” che per una ragazza il fatto di essere un “maschiaccio”. Si riconosce che “mettere in dubbio l’appartenenza al genere costituisce probabilmente il peggiore insulto e la peggior minaccia per un maschio” e per questo si vuole “prevenire i comportamenti violenti, responsabilizzare i maschi sulle scelte sessuali e riproduttive, farli entrare in contatto con le emozioni e promuovere nuovi modelli di paternità”. La ricerca delle “pari opportunità” non avviene tanto in direzione delle donne soldato, quanto del maschio casalingo: è l’identità maschile che si vuole decostruire. È il maschio la figura intrinsecamente peccatrice, colui che non deve poter essere se stesso. È lui che deve femminilizzarsi, molto più di quanto la femmina non debba maschilizzarsi. In questo senso, vedere in questo tipo di approccio un vero e proprio attentato al pater familias, architrave della concezione familiare indoeuropea, non è affatto peregrino.

SI PUO’ VIVERE SENZA STEREOTIPI? – Che i maschietti siano necessariamente attivi, aggressivi, dominanti e le femminucce passive, pacifiche, remissive è ovviamente uno stereotipo e una semplificazione. Non c’era bisogno del “Gioco del rispetto” per capirlo. Il punto però è: si può vivere senza stereotipi? La cultura è una struttura narrativa e contempla dei ruoli. Ovviamente è bene che la trama di questa narrazione sia quanto più possibile aperta e che i ruoli possano sempre essere interpretati in modo creativo. Ma una cultura in cui non esistano ruoli e ogni individuo sia una tabula rasa su cui scrivere qualsiasi cosa è inconcepibile. In ogni civiltà, sempre, la persona viene gettata in un contesto in cui ci si aspetta da lui un certo tipo di comportamento e anzi viene “addestrato” a interpretarlo. È giusto sottolineare che questi ruoli variano nel tempo e nello spazio, ma va anche detto che la presenza dei ruoli definiti è universale. Il “Gioco del rispetto”, invece, si nutre di un’antropologia ingenua e contraddittoria che di tutto questo se ne frega. Ogni modello tramandato è assimilato nelle linee guida a “strategie manipolatorie e sottili” mentre ci si impegna a “offrire a bambini e bambine, anche molto piccoli, dei modelli di persona (uomo/donna, padre/madre, bambino/bambina) che possano essere il più possibili liberi da condizionamenti culturali”. Liberi da condizionamenti culturali? Ma che vuol dire? Un essere umano non condizionato culturalmente è un assurdo logico, a meno che non si pensi agli “uomini allevati dalle scimmie” di ottocentesca memoria. Diciamo piuttosto che si vogliono imporre altricondizionamenti culturali. La tensione verso la tabula rasa (una roba spazzata via dai libri di psicologia da un paio di secoli) è fortissima in tutto il progetto, tant’è che in un gioco si chiede significativamente ai docenti di immaginarsi come marziani: “L’insegnante propone ai bambini/e un gioco nel quale ‘facciamo finta’ che la maestra o il maestro si trasformi in un personaggio che arriva dallo spazio, da Marte, e quindi non sa bene come funzionino gli umani”. Ma gli esseri umani non arrivano da Marte più di quanto non siano nati in uno stato di natura originario, sono sempre qui e ora, calati in un contesto, eredi di stratificazioni culturali.

GLBT_indottrinamento_scuolaUN RIFIUTO DEL CORPO – Nei giochi proposti nelle schede che accompagnano il progetto, ce n’è, come noto, uno in cui si invitano i bambini a “esplorare i corpi dei compagni”, secondo una terminologia un po’ da film porno che ha fatto immaginare chissà quali diavolerie. In realtà si tratta di guardare la figura propria e altrui (vestiti), di ascoltare il battito cardiaco proprio e altrui (possibilmente, si dice, con uno stetoscopio) e in generale riflettere sulle reazioni dei corpi allo sforzo fisico. Nulla di allarmante, insomma. Di genitali si parla solo avanzando l’ipotesi che siano i bambini a replicare alla maestra che in fondo maschi e femmine non sono proprio così uguali, almeno in una parte del corpo. La raccomandazione a parlarne liberamente, sia pur con un linguaggio adatto all’età, non sembra particolarmente scandalosa, a meno che non si pretenda una scuola in cui se un bambino dice “pipino” tutta la classe deve recitare il rosario per penitenza. Il problema, semmai, è un altro. E cioè non che si inviti a “nominare senza timore i genitali maschili e femminili” ma che lo si faccia per poi spiegare che “tali differenze non condizionano il loro modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con gli altri/e”. L’idea, infatti, è che “i corpi funzionano nello stesso modo”. Eccoci: tutta una miriade di dati biologici, fisiologici, ormonali, psicologici, evolutivi, etologici, antropologici gettati a mare in nome di una ideologia folle. Cosa rispondere a chi crede che i corpi degli uomini e delle donne siano identici, se non per il trascurabile dato accessorio che in un punto alcuni hanno una protuberanza e altri un buco? Ovviamente nell’essere umano l’imperativo biologico esiste sempre come potenzialità su cui poi si innesta una cultura. Ma questo lo sapevamo anche senza il “Gioco del rispetto”. Altra cosa, invece, è dire che la sessualizzazione dei corpi non incide sulla psiche, sul comportamento, sulle relazioni. Siamo di nuovo alla tabula rasa. Stavolta, però, la pagina bianca è il corpo stesso. Loro odiano il corpo. Un buon terapeuta partirebbe presumibilmente dal loro.

Adriano Scianca

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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