Cristiani e atei davanti alla paura – 6 –

Cristiani e atei davanti alla paura – 6 –

foto 3E’ importante in questa nostra storia di paure e di ansia angosciosa, maturare dentro se stessi, andando lentamente verso la serenità, l’equilibrio e le certezze che l’io profondo suggerisce alla razionalità e all’agire. Il superamento della paura significa la vittoria dell’amore che diventa legge della vita.

La realtà è che la nostra cultura ha ucciso Dio per liberare l’uomo, per togliergli il peso di dover obbedire a una legge morale, per emanciparlo dalla dipendenza alla radice del suo stesso essere, da un amore che creandolo lo ha posto nel mondo. La cultura in cui viviamo è dissacrante da questo punto di vista; la sua arma è l’ironia beffarda che non rispetta nulla di ciò che è sacro. Se ne vedono le conseguenze: inevitabilmente alla morte di Dio segue la morte dell’uomo. Dio non si può cacciare dalla vita e dalla storia dell’uomo, perché la sua unità si disfa senza la speranza di qualcosa che va oltre la banalità della vita chiusa in se stessa. L’uomo costruisce se stesso, la sua personalità totale, in vista di un incontro ultimo e definitivo con la verità che è Dio. Questo appello della verità viene cancellato quando la persona si sfalda in alcuni valori isolati, staccati dalla fonte che li origina e li rigenera.

La cultura attuale si sta rendendo conto della morte dell’uomo dopo la morte di Dio; ma non ha voglia di ammetterlo e di guardare la realtà fino in fondo. Molti intellettuali continuano a formulare condanne del terrorismo, della paura, dell’eversione a partire da un vuoto e formale concetto di umanità. Non si può parlare dell’uomo isolandolo dai contesti reali nei quali la sua umanità, la sua cultura e la sua vita stessa prendono forma. Non si può parlare dell’uomo ripudiando i valori che lo legano all’esperienza dell’amore, della famiglia, della vita, della libertà come liberazione da tutto ciò che lo limita e come dipendenza  da un ordine morale che lo esalta e lo fa crescere, della religione, del senso di appartenenza a una nazione, a un popolo, all’umanità. Non si può parlare dei diritti dell’uomo e tollerare la soppressione della vita nascente nel senso della madre.

La nostra cultura è presa dentro questa contraddizione. Essa condanna nel terrorismo il suo esito ultimo, il frutto inevitabile della rinuncia, che essa ha teorizzato, a vivere con vera profondità gli avvenimenti fondamentali della vita. D’altro canto non può e non vuole forse intraprendere il movimento di una reale conversione che recuperi il fondamento ultimo della dignità dell’uomo e dell’amicizia civile fra gli uomini. Non vuole perché troppo attaccata ai dogmi di un pensiero antireligioso, o forse, anche volendo, non può, per la debolezza e timidezza con cui i cristiani rendono ragione della speranza che è in loro.

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Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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