Le sgalmare – Storia d’altri tempi – di Gilberto Gobbi

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“E’ nel ricordo che le cose prendono il loro vero posto”  (Jean Anouilh)

Sua mamma ha sempre lavorato, quando aspettava lui, la sorellina e quando attendeva suo fratello. Per mangiare allora era così. I suoi occhi la vedono partire in bicicletta, dopo averlo consegnato ad una vicina, ad una sua cugina o lasciato dai nonni materni, che provvedevano a portarlo all’asilo, o dalla zia, quando, durante la guerra, era­no sfollati in campagna. Lo ha sempre fatto alzare prestissimo, perché lei alle otto doveva essere sul luogo di lavoro, di norma, a qualche chilometro da casa. Estate o inverno, quello era il ritmo.

Ritornava tra le cinque e le sei ed era già sera. Lo recuperava e  andavano a casa. D’inverno bisognava accendere la stufa per poter riscal­dare la stanza e il fuoco per preparare da mangiare ed avere la brace per intiepidire il letto. Dopo la guerra arrivava anche il papà, qualche mezz’ora più tardi. Chiac­chieravano,  mangiavano e quindi a letto. Dopo il mese di luglio del ’46, occorreva accudire il fratellino, che frignava e occupava il resto della sera della mamma e qualche volta del papà.

Sempre dopo la guerra, prestissimo, lui con altri bambini della frazione partiva a piedi e andava alla scuola elementare, che si trovava al centro del paese, a due kilometri da casa.

D’inverno, con due paia di calze di lana, portava le sgalmare: tomaia di cuoio, suola di legno con strisce di cuoio fermate da chiodi con testa sporgente. Era duro camminarci, ma erano molto pratiche per scivolare sul ghiaccio. Era il gioco preferito nei fossi ghiacciati, vicino a casa. Faceva le gare a chi arrivava più lontano. Erano le sue Olimpiadi invernali. Però, qualche mattina si fermava lungo la strada dal cal­zolaio, che già alle sette era davanti al suo desco e sistemava rapidamente alla meno peggio le urgenze, affinché i piedi non si bagnassero. L’ha fatto più volte, tante. Dal calzolaio il conto era sempre aperto.

Tornava casa da scuola, verso le 13.30, dopo aver percorso, di norma a piedi, il solito tragitto, la bicicletta era un lusso e serviva alla mamma e al papà per an­dare al lavoro. Racconta ai nipoti increduli che aveva molta fame e che spesso a casa non c’era nes­suno. Si doveva scaldare la minestra o la pasta asciutta, che mangiava con un pane, oppure vi erano  delle fette di polenta con un po’ di salame o altro. Sua mamma era nei campi vicini, il fratellino presso qualche signora, il papà in un cantiere di costruzioni, lontano dal paese. Il raduno familiare avveniva alla solita ora, la sera.

Tra i 9 e gli 11 anni, ad una certa ora del pomeriggio, anche se stava giocando, doveva interrompere, rientrare in casa, accendere il fuoco, fare bollire l’acqua e lentamente fare la polenta nel paiolo di rame. Al rientro della mamma con il fratellino e del papà,  la polenta doveva essere cotta o vicino alla cottura. Ve­niva anche sgridato per le solite “cose” tra  bambini, che invischiavano i grandi. Vi era sempre qualche vicina pettegola che raccontava alla mamma i “misfatti”, che spesso erano dei suoi figli, ma che sadicamente attribuiva anche a lui. Sua mamma lo sa­peva, ma, dato che  l’affidava a lei il pomeriggio, doveva anche crederci e quindi sgridarlo.

Le ha anche prese ingiustamente. A volte, per evitare di prenderle, sgattaiolava di casa e si nascondeva al di là della strada provinciale, tra l’erba alta di un fossato, dove non scorreva acqua e nessuno riusciva a vederlo. Lasciava chiamare un po’ e poi usciva a patteggiare. Di norma questo poteva avvenire la sera d’estate. Quando il papà era presente, mediava tra lui e la mamma. Ha sempre saputo, però, che tra loro erano d’accordo e fingevano. Racconta che qualche volta ha pensato di fuggire di casa. Lui sapeva dove andare, la strada la conosceva, bastava che seguisse sempre la statale: sarebbe arrivato dal nonno materno, nella corte dopo il cimitero e il mulino. Lui lo avrebbe ac­colto e protetto. Un po’ tutti i bambini fanno questi pensieri, almeno una volta nella loro vita. Per loro è importante pensare di avere un nonno che li protegge e una nonna che dà loro le caramelle e li stringe al seno.

A quell’età gli si chiedevano tante incombenze: andare a scuola, studiare e fare i  compiti bene, essere bravo, comportarsi bene con le signore (spesso volgari e maleducate), aiutare in casa, tenere il fratellino, accudire le oche (portarle al pa­scolo, raccogliere l’erba nei fossi e lungo il fiume), fare la polenta, andare a raccogliere le­gna d’inverno, frequentare il catechismo il giorno stabilito. In più poteva anche giocare. Anzi, secondo la mamma, giocava sempre. Con la nascita del fratellino, gli si era scatenata una discreta gelosia. Occorre tener presente che sino a nove anni era stato figlio unico. Durante il giorno sballottato di qua e di là, ma aveva la mamma sempre e tutta per sé la sera e la notte. Con il fratellino, tante cose erano cambiate.

In questo ambiente contadino, di ordinaria vita quotidiana, ha appreso i misteri della vita, usi e costumi delle famiglie, che allora avevano come primo obiettivo il garantire il mangiare ai propri figli, poi educarli bene, impartire loro un’educazione che facesse far loro bella figura e fossero socialmente presentabili, con il senso del do­vere (che allora era il senso del lavoro), e con delle ambizioni per il futuro.

Tutto questo secondo i canoni della Chiesa e le leggi dello Stato. Dio era presente con il purgatorio, l’inferno e il paradiso. Ma Dio c’era anche per vivere in grazia, per le opere di bene, per l’aiuto agli indigenti. Dio c’era per la testimonianza dei santi, per i raccolti, gli inverni freddi, le estati calde e afose, le piogge e le tempeste. La sua voce arrivava dai campanili al sorgere del sole, al botto del mezzo giorno, al vespro della sera. La sua voce era nella natura. I nonni, gli zii, il papà e la mamma facevano il segno della croce. Lo  pregavano anche per una “buona notte” e un buon raccolto e che ci fosse lavoro.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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