Il matrimonio, la sua storia e il diritto. Per non ridurre tutto a burletta (e ideologia) – Tempi – Giugno 24, 2013 – Aldo Vitale

Il matrimonio, la sua storia e il diritto. Per non ridurre tutto a burletta (e ideologia) – Tempi – Giugno 24, 2013 – Aldo Vitale

Quale fondamento hanno le richieste di unioni diverse da quelle matrimoniali, monogamiche ed eterosessuali? Se Guareschi ne sa più di Marx

Peppone: Tu ti sposerai come ho stabilito io!
Maria: Tu non hai stabilito niente, l’hanno stabilito i tuoi capoccia e siccome per loro il matrimonio è una burletta lo deve diventare anche per gli altri e così, per prima cosa, bisogna togliere di mezzo il Padreterno!
Peppone: No, il Padreterno non dà nessun fastidio, bisogna togliere di mezzo i preti! E tu li difendi!
Maria: Io non difendo i preti, difendo il matrimonio e non permetterò mai che per fare un dispetto a un prete, mio figlio diventi un pubblico concubino.
Peppone: Eh, gli effetti della maledetta propaganda clericale!

Queste le battute scambiate, nella celebre trasposizione cinematografica dell’opera guareschiana “Don Camillo Monsignore, ma non troppo” del 1961, tra il comunista Peppone e la moglie Maria sul matrimonio del figlio Walter, reo, quest’ultimo, di volersi sposare in Chiesa e non in Municipio.
Tutto per introdurre in modo faceto la serietà della questione principale qui da affrontare, cioè il riconoscimento legale delle unioni diverse da quella matrimoniale, monogamica, eterosessuale.

Come mai, sostanzialmente all’improvviso, si è diffusa l’epidemia legislativa per cui l’unione matrimoniale non è stata ritenuta più in grado di tutelare le pretese dei cittadini? Come mai un po’ da tutte le parti si è cominciato a chiedere una estensione del concetto di matrimonio e di famiglia? Quali diritti si devono riconoscere? E si tratta davvero di una esigenza di carattere giuridico? O è piuttosto una lunga, secolare quasi, battaglia per il raggiungimento di finalità ideologiche che vantano una robusta e risalente tradizione?
Si deve procedere dunque per gradi, data la profondità della questione che in questa sede non può che essere scandagliata solo grossolanamente.

La problematica è senza dubbio complessa coinvolgendo tematiche di ordine antropologico, giuridico, filosofico ed etico, ma per comprenderne la portata ci si può soffermare già soltanto sulla mera dimensione storica del problema.
Da un lato, infatti, si trova la migliore tradizione culturale occidentale, quella per cui la famiglia, come ha scritto Aristotele, è « la comunità che si costituisce per la vita secondo natura», intendendo con ciò che essa pre-esiste allo Stato, che la socialità dello Stato semmai si costruisce sulla socialità primigenia e costitutiva della famiglia, che l’artificialità delle alchimie politiche non può cancellare la naturalità dell’istituto portante di ogni altra configurazione sociale.
Dall’altro lato una concezione opposta le cui radici affondano ancor più indietro, ma che ai fini qui proposti si può considerare originata nel 1921, allorquando, cioè, una delle più grandi teorizzatrici della famiglia come prodotto sociale, Alexandra Kollontaj, si scagliava contro l’unione matrimoniale, foriera, a suo dire, di riprodurre tra donna e uomo lo schema della dicotomia marxiana oppresso/oppressore che su scala sociale vedeva protagonisti il proletario e il borghese.

Essendo stata la Kollontaj una marxista, ella fondava le sue teorie sul presupposto marxista per cui ogni legame sociale ed ogni rapporto umano fossero determinati o determinabili in base alla logica del controllo dei fattori di produzione, fattori destinati a mutare nel corso del tempo e che, segnati come tali dalla escatologia marxiana, erano destinati ad essere acquisiti dalla classe operaia dopo la rivoluzione.

Dopo quel momento, tutto sarebbe stato soggetto a mutazione, anzi ad abolizione, a proletarizzazione: lo Stato, la morale, il diritto, la famiglia, sarebbero stati destinati a scomparire, in perfetta obbedienza al precetto di Marx per cui «comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle» (Il manifesto del partito comunista, cap. 2, 1848).

In quest’ottica, la rivoluzione proletaria, dopo aver cassato tutta l’esistenza a se stessa precedente, avrebbe avuto il compito di apprestare il più grande cantiere di ingegneria sociale della storia, per ricostruire la società, i rapporti tra gli uomini, i nuovi legami sociali.
Il matrimonio e la famiglia non sarebbero sfuggiti a questa pretesa, in aderenza alla nuova coscienza, quella socialista.
La Kollontaj, infatti, scriveva nel 1921 che «l’ideale della borghesia è la coppia sposata; la Moralità comunista al contrario richiede che la personalità dell’individuo si sviluppi completamente avendo rapporti con diversi soggetti di entrambi i sessi. La Moralità comunista incoraggia lo sviluppo di molti e diversi rapporti d’amore con più persone. Il vecchio ideale era l’amore di tutti per tutti, questo richiede la Moralità comunista per la collettività» (Tesi sulla moralità comunista nella sfera delle relazioni matrimoniali, 1921).

Ecco dunque delineate le due opposte prospettive: per la prima, la famiglia ed il matrimonio sono qualcosa di indisponibile, di predeterminato rispetto all’ordinamento Statale, così come poi la tradizione cristiana e quella autenticamente liberale riconosceranno e la cui eco ancora persistente è cristallizzata nella Costituzione della Repubblica Italiana che appunto all’articolo 29 sancisce che: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

Per la seconda prospettiva, invece, la famiglia è soltanto un mero prodotto sociale alla stregua di qualunque altro rapporto di forza ed il matrimonio è qualcosa che limita la libertà, anche e soprattutto per il suo forte connotato dal retaggio religioso. Questo, del resto, sarà tutto il leitmotiv della tradizione giuridico-filosofica socialista, fino ad approdare al pensiero di Jacques Derrida che appena nel 2004 così, appunto, ha scritto: «Se fossi un legislatore, proporrei semplicemente l’abolizione della parola “matrimonio” e del suo concetto dal codice civile e laico. Il “matrimonio”, valore religioso, sacrale, eterosessuale con voto di procreazione, eterna ecc -, è una concessione dello Stato laico alla Chiesa cristiana, in particolare al suo monogamismo che non è né ebreo – è stato imposto agli ebrei dagli europei solo nel secolo scorso e non costituiva un obbligo nel Maghreb ebreo fino a qualche generazione fa -, né, come ben si sa, musulmano. Sopprimendo la parola e il concetto di “matrimonio”, questo equivoco o questa ipocrisia religiosa e sacrale, che non ha alcun posto in una costituzione laica, verrebbero sostituiti da una “unione civile” contrattuale, una specie di patto civile generalizzato, migliorato, raffinato, flessibile e concordato tra partner di sesso o numero non imposti» (Sono in guerra con me stesso).

La tematica del matrimonio delle coppie omosessuali ha una storia diversa, sebbene si intersechi con quella qui così sommamente trattata, per cui è meglio, stante la sua autonomia, non affrontarla in questa sede.
Ciò che qui rileva, dunque, è la circostanza per cui la pretesa del riconoscimento di diritti paralleli o sostitutivi a quelli ancorati sulla famiglia intesa come società naturale, matrimoniale, monogamica ed eterosessuale, ha origini più prettamente ideologiche che giuridiche.

Il riconoscimento delle unioni civili, la legalizzazione di forme familiari diverse da quella naturale, la liberalizzazione della poligamia ( di recente avvenuta in Olanda), in prospettiva la liberalizzazione del polyamore e l’adozione di altri provvedimenti sono tutti il segno più inequivocabile di quanto equivoca sia l’attuale comprensione della dimensione giuridica dell’esistenza. Di qui si deve ripartire per tornare a riflettere e problematizzare tematiche oramai sottratte alla forza della ragione e requisite con la ragione della forza da minoranze ideologicamente agguerrite, ma giuridicamente anemiche.

Su questo campo si misura non solo una differente visione della famiglia e della società, ma perfino una diversa concezione dell’uomo, ovviamente, e del diritto perfino.

Il diritto, infatti, seguendo la prospettiva marxista diventa un mero mezzo di controllo sociale (come bene hanno insegnato i totalitarismi del XX secolo), la pura formalizzazione delle istanze socio-ideologiche che si avvicendano nel tempo, venendo così ad essere negata la costituzione stessa del diritto che invece, come già ammoniva Cicerone nel solco della più genuina tradizione non-ideologica, ma filosofica occidentale, «non su una convenzione, ma sulla natura è fondato», proprio per evitare che tutto diventi una burletta.

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