Il sesso sterile. Farlo spesso, alla svelta e senza salutare – Mattia Ferraresi

Il sesso sterile. Farlo spesso, alla svelta e senza salutare

Tempi – Maggio 13, 2013 Mattia Ferraresi

Farlo perché lo fanno tutti o soltanto perché “succede”.

Farlo come un pomeriggio di studio o come un’ora di palestra.

Il rapporto seriale produce una generazione di giovani infelici.

Il sesso è diventato sterile, è appassito, si è affievolito ed è morto. Non è stata una morte violenta, ma l’esito di un’agonia lenta, un peggioramento graduale e prevedibile, di quelli che rendono sopportabile il trapasso per chi sopravvive. A dirla tutta nessuno si è accorto di nulla, o quasi, e per non sbagliare alla cerimonia funebre si è fatto molto sesso con il mal posto proposito di riportare il morto in vita. E, in effetti, a forza di produrre attriti il cadavere si è rianimato, ma era un essere rabberciato, con i pezzi tenuti insieme da cuciture e gli arti mossi da scosse elettriche indotte, un claudicante eros in formato Frankenstein. Il risultato è apparso sulle prime deludente, poi l’abitudine ha scacciato i cattivi pensieri e tutti hanno ripreso a farlo, il sesso, come se niente fosse.

Donna Freitas, professoressa di studi religiosi alla Boston University, racconta la fine del sesso nel suoThe End of Sex: How the Hookup Culture is Leaving a Generation Unhappy, Sexually Unfulfilled, and Confused About Intimacy, uno studio sociologico basato su 2.500 interviste anonime a studenti universitari americani. La fine del sesso non ha nulla a che vedere con l’astinenza, ça va sans dire. È piuttosto la bulimia che domina la cultura di una generazione ad avere inaridito l’esperienza sessuale, soffocandola nella banalità di uno scambio di sudore. Nei campus la cultura dell’hookup, dell’aggancio, del rimorchio rapido e indolore, è parte integrante della norma: non c’è bisogno alcuno di conoscersi per finire a letto insieme, e per la verità non c’è nemmeno bisogno del letto, basta un corridoio, l’ascensore, il tavolo da biliardo, nessuno dice “fai piano che ci sentono”, ché nella stanza accanto altri fanno lo stesso e nessuno ci fa caso. Le regole d’ingaggio sono fissate da un contratto non scritto che esclude categoricamente appuntamenti galanti, frappé con due cannucce, lume di candela, passeggiate e altre finzioni del corteggiamento che possono indurre la tentazione del coinvolgimento emotivo. Bisogna concentrarsi sull’obiettivo, raggiungerlo e possibilmente non salutare, che magari in quell’ultima occhiata scorre l’ipotesi di una continuazione che complica le cose. Meglio piacersi, fare sesso e astenersi dalle domande.

«Non ci sono legami. Lo fai e basta, e quando lo hai fatto puoi dimenticartene», dice una ragazza che frequenta il primo anno in un’università cattolica. Se l’esperienza è stata abbastanza indifferente emotivamente è consentito ripeterla con la stessa persona. L’hookup è diverso dalla “one night stand”, l’ancestrale botta e via che si pratica dalla notte dei tempi, non è l’amplesso incidentale alla fine di una serata con troppo alcol, promiscua ma a suo modo rituale. È un poke su Facebook, un tacito accordo, un volantino sulla parete del bagno come quello rappresentato sulla copertina del libro, uno scambio ben regolato che si basa sulla padronanza di domanda e offerta: non si offre più di ciò che si cerca, soddisfazione liofilizzata che non lascia traccia.

Un altro impegno in agenda
Dalle migliaia di interviste condotte per la ricerca Freitas distilla tre caratteristiche fondamentali per definire cosa è “hookup” e cosa non lo è: serve un incontro intimo che va dal bacio con la lingua al sesso orale fino al rapporto completo; il gesto è breve, può durare pochi minuti o alcune ore durante una notte; ultima, ma non meno importante caratteristica, è la natura esclusivamente fisica del rapporto. Le parti convengono di evitare qualunque accenno che possa generare una scintilla emotiva. Lo scenario descritto dalla studiosa mette voglia di tornare non si dica al kamasutra, arte amatoria scolpita su uno sfondo sacro, ma anche alla ritualità terragna di un “bunga bunga”, nel quale per lo meno si rintracciano gli accenni di una trama. Cena, conversazione, travestimento, spettacolo e tutto il resto. Nei college americani prevale la riduzione all’atto sessuale in sé, depurato da qualunque traccia di significato.

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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