Benvenuti nella stanza di psicomotricità – Pier Paolo Gobbi

L'aquiloneBenvenuti nella stanza di psicomotricità! – Pier Paolo Gobbi

 Lo psicomotricista lavora nel “setting psicomotorio”, che non è solo una stanza, ma anche una situazione fatta di due o più perso­ne e vari elementi: il tempo, lo spazio, gli atteggiamenti e la metodologia. Ve­diamoli brevemente cercando di coglierne il loro valore:

 1- Il tempo: per essere terapeutico, cioè volto al cambiamento, deve essere un tempo “altro”, diverso dal quotidiano. Non si può venire in psicomotricità tutti i giorni. Solo se un bambino viene una volta o due alla set­timana, può co­glierlo e viverlo così. La regolarità del giorno e dell’ora, consentono il tempo dell’at­tesa, del desiderio, della fru­stra­zione, del pensiero, della individuazione e sepa­razione. (Ricor­date l’importanza del desiderio e come esso nasca dall’assenza del corpo della madre? Nella stanza di psicomotricità accade, in piccolo, la stessa cosa: la regolarità esprime la dinamica di assenza e presenza e quindi già la­vora sul “processo di separazione e indi­viduazione. La regolarità è già ritmo che si innesta in quello af­fettivo del­la relazione primaria con i genitori).

Il tempo è concretamente anche marcare l’inizio e la fine del­l’in­con­tro: dà al bambino il segno della distinzione tra tempo vissuto e tem­po rea­le, fuori dalla stanza.

 2- Lo spazio: anche lo spazio è diverso dal quotidiano. E’ un ambiente dinamico, nuovo, dove il bambino può e­spri­mere sé stesso, anche fa­cendo quello che fuori dalla stanza non può fare o è ritenuto un “pro­blema” o un segno di “patologia”.

E’ per questo uno spazio “caldo” e accogliente, dove sperimentarsi e spe­rimen­tare, scoprire potenzialità e limiti, e riuscire a relazionarsi ed adattarsi me­glio alla realtà esterna.

E’ uno spazio coerente con i bisogni del bambino, con il corpo e­spres­sivo in movimento: non sarà uno spazio né troppo piccolo né trop­po grande, non sarà troppo pieno, proprio per lasciare spazio al bam­bino; sarà facilitatore della speri­mentazione ed espressività: ac­co­gliente, luminoso, pulito.

Lo spazio della stanza di psicomotricità non è casuale, ma orientato e organizzato per rispecchiare tutti i bisogni del bam­bino: egli, collo­candosi in uno spazio piuttosto che in un altro, ci può parlare di sé e il tera­pista può com­prenderlo.

Immaginatevi una stanza e dividetela in quattro porzioni:

 1- vi è un primo spazio, detto “tonico emozionale”, dove ci sono di so­lito un tappeto morbido, cuscini, un pallone grande.

Il bambino, accolto dalle sensazioni di morbidezza, tranquillità, con­tenimento, può sedersi, sdraiarsi, cullarsi, lasciarsi andare, regredire nel tempo, ritrovando le esperienze del dialogo tonico: è lo spazio della “di­pen­denza”, in analogia con quanto fa ogni madre con il bambino pic­co­lo. E’ lo spazio nell’angolo più lontano dal­la porta, proprio perché è lo spazio più regressivo.

Se un bambino va e rimane molto in questo spazio, forse mi sta par­lando di un suo bisogno profondo legato alle e­sperienze toni­che, di con­tenimento, le più affettive.

 2- Vi è poi lo spazio senso-motorio, dove il bambino dopo aver sod­disfatto il suo bisogno primario nel­l’an­golo “morbido”, ora si mette in gioco con il corpo e il mo­vi­mento per soddisfare il bisogno di azione e movimento. E’ lo spazio delle sperimentazione per il piacere di farlo.

E’ lo spazio verso il centro della stanza e andare in questo spazio con piacere e desiderio, è un segno che il bam­bino inizia a uscire dallo spa­­zio fusionale, affettivo e si muove verso l’autonomia. 

 3- Vi è quindi lo spazio simbolico: proprio perché il bambino è in uno spazio diverso dal quotidiano, egli può tirare fuori aspetti di sé “pro­blematici”, conflittuali, fonte di ansia e gio­carli con libertà, senza paura di essere rimproverato, giudicato male o non compreso. A casa, magari, si tiene tutto dentro, a scuola manifesta difficoltà o isolamento, ma nella stanza di psicomotricità ha l’occasione, con un tempo e uno spazio tutto per lui, per “buttare” fuori di sé le sue tensioni, le paure, ecc.

A volte qualche genitore si stupisce, ascoltando da fuori la stanza ru­mori in­soliti, colpi, urla, quasi non riconosce più il suo bambino, che a casa è sempre un “angioletto” silenzioso e composto! Invece sta co­min­ciando a conoscerlo meglio!

Abitare lo spazio simbolico con creatività e relazione è un se­gnale di cammino del bambino verso l’autonomia, l’identità, la capacità di pas­sare dalla realtà percepita a quella rappresentata. A volte, invece, il gioco simbolico diviene fisso, ripetitivo, non evolve per parecchio tempo e occorre ripensare al progetto terapeutico, per fare evolvere il bambino e comprendere meglio la sua domanda principale. Capita anche agli specialisti di non averla compresa bene e occorre l’u­mil­tà di ricominciare o correggere il percorso!

 4- Vi è infine lo spazio della realtà: è lo spazio dove si esercita il con­trollo del corpo e del movimento, che ora è usato anche nel suo valore fun­zionale. Ad esempio, ora è importante saper saltare bene, dentro e fuori il cerchio, si fa bene il percorso di equilibrio, ecc. (Notiamo che l’uso funzionale del movimento, come ab­biamo visto nello sviluppo del bambino, giunge per ultimo, dopo aver vissuto il corpo e il mo­vimento nel loro valore affettivo e relazionale, di desiderio e piacere. Se l’obiettivo dell’attività motoria proposta ai bambini è subito funzionale, non si rispettano le tappe di sviluppo e i suoi bisogni).

Spazio della realtà è anche lo spazio del tavolino, dove quello che il bambino ha vissuto con il corpo, ora lo “proietta” nello spazio ristretto del fo­glio, nel materiale,  tramite l’attività grafica e costruttiva.

Lo spazio della realtà è localizzato nell’area più vicina alla porta, soglia  di accesso alla realtà e al ritorno nell’ambiente quotidiano.

Alla fine di ogni incontro, vi è sempre un piccolo tempo in questo spazio, proprio perché il percorso psicomotorio è come un cammino per aiutare il bambino ad andare dal corpo alla parola, ed è importante che il bambino esprima anche il suo bisogno di rap­presentare ed elaborare le esperienze vissute prima. [Tratto dal libro di Pier Paolo Gobbi, Il maestro degli aquiloni. Conoscere e comprendere i bambini, per aiutarli a crescere, E. CS Evoliution, Verona, 209, pp. 183/186].

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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3 risposte a Benvenuti nella stanza di psicomotricità – Pier Paolo Gobbi

  1. pierpaolo67 ha detto:

    Molto interessante e chiaro! Grazie

  2. Elvira ha detto:

    Non sarebbe male uno spazio tonico-emozionale anche per gli adulti.Qualche minuto di regressione ogni tanto(ma solo ogni tanto) non nuoce.

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