L’importanza della fase edipica per la formazione dell’identità psicosessuale – Gilberto Gobbi

L’importanza della fase edipica per la formazione dell’identità psicosessuale – Gilberto Gobbi

Si parla molto della fase edipica del  bambino (tra 3 e 6 anni) e si afferma che il modo con cui è risolta incide profondamente sulla struttura della personalità e, in particolare, sulla psicoses­sualità, cioè sui processi di identità di genere o psicosessuale. Prende nome da Edipo, mitico personaggio greco, che per una serie di vicende, uccise senza saperlo suo padre, Laio, e, ancora senza saperlo, sposò sua madre, Giocastra. Il mito afferma che, poi, cieco, vagò fino alla morte in varie regioni della Grecia.

La fase edipica è un periodo caratterizzato da un particolare tipo di relazione, che il bambino ha con ognuno dei suoi genitori. Nel bambino maschio si delinea una spinta affettiva diretta unilateralmente verso la madre, mentre la bambina si orienta verso il padre.

Per i maschi, il rapporto oggettuale con la madre è vissuto come una relazione esclusiva. Il pa­dre è sentito come rivale e diventa, quindi, l’oggetto dei fanta­smi aggressivi, nei quali si elimina il padre per poter godere del rapporto esclusivo con la madre. I maschietti affermano di voler sposare, da grandi, la loro mamma.

La bambina, spesso, è presa dal padre e, mentre ricerca la mamma, il padre è il suo “uomo”.

I padri, spesso, vedendosi allontanare dal figlio, non ne comprendono la ragione e si distanziano psicologicamente da lui, la­sciandolo alla madre. Commettono, così, un grave errore affet­tivo, perché il figlio ha bisogno del padre. Nella vita, sempre, è il padre che, con garbo e delicatezza, deve andare dai figli, che a loro volta, con il tempo, cerche­ranno il padre. Non è facile, ma dovrebbe essere così.

Il padre, infatti, oltre che oggetto d’aggressività, è anche un oggetto d’ammirazione e di timore. Il padre è ammirato, in quanto il bambino lo riconosce più forte e più potente e  legato alla madre da un particolare rapporto affettivo, di cui egli vor­rebbe godere; è temuto, in quanto il figlio ha paura della punizione come conseguenza dei propri fantasmi verso la ma­dre e di quelli ag­gressivi verso lui.

Il bimbo si identifica con il padre e vuole il suo posto ac­canto alla donna-madre.

Questa particolare situazione affettiva prende il nome di complesso d’Edipo.

Il senso di colpa nutrito nei confronti del padre, il timore di una sua aggressione, gli atteggiamenti assunti dai genitori nei confronti dei toccamenti ai genitali, della masturbazione e delle tendenze esibizionistiche del bambino e le eventuali con­seguenti mi­nacce, costituiscono il nucleo di un altro profondo conflitto emotivo: l’angoscia di castrazione. E’ l’ansia della deprivazione della struttura profonda della personalità.

Per esempio, a causa della facilità con cui si costituisce questo nucleo ansiogeno, sarebbe bene evitare in questa fase evolutiva interventi demolitori come la tonsillec­tomia, e, in particolare,  interventi sugli organi genitali.

 Nella soluzione dell’ambivalenza tra amore e odio nei con­fronti del padre, per il bambino hanno importanza decisiva i vis­suti di colpa e di timore, sotto la cui spinta egli sceglie po­siti­vamente di rinunciare al possesso diretto dell’oggetto d’amore, la ma­dre, ed attua l’identificazione con il proprio ri­vale, cioè il padre. Da tale identificazione dipende molto il futuro orientamento psicosessuale.

Se, per il maschietto, l’identificazione avverrà con la ma­dre, questa sarà una preferenza negativa, che avrà determinate conseguenze nell’assunzione della propria identità psicoses­suale.

Il processo identificatorio del maschietto con il padre – io sono maschio come mio padre – sembra essere risolutivo per lui per l’assunzione della sua identità psicosessuale. Saranno diverse le conseguenze, se l’identificazione avverrà con la ma­dre, come si è detto sopra.

Nelle bambine queste vicende sono molto complicate, per­ché l’ambivalenza vissuta nei confronti della madre comporta la possibile perdita del proprio oggetto d’amore e di fiducia (il padre), e il ridimensionamento dell’autonomia e della sicu­rezza. Inoltre, le diffe­renze anatomiche nei confronti del ma­schio possono essere vissute come mancanza, che comporta la difficoltà d’accettazione della propria identità femminile e possibili esigenze compensato­rie (tra cui successivi atteggia­menti da maschiaccio).

La soluzione della fase edipica per le bambine, motivata dal timore di perdere l’amore della madre, è più graduale e meno complessa di quella maschile, poiché la spinta è meno intensa e meno dinamica dell’angoscia di castrazione.

 Anche per la bambina il complesso si risolve positiva­mente quando l’identificazione è con la madre. In fasi succes­sive vi sarà il consolidamento dell’identificazione, e durante l’adolescenza,  il distanziamento dalla madre stessa, per acquisire una propria identità femminile, simile ma diversa da quella della madre.

In sintesi, si può affermare che la soluzione positiva del con­flitto è fondamentale per il riconoscimento della propria identità personale, per la futura evoluzione della sessualità adulta, e la scelta del proprio ruolo sociale. “Si nasce bambini, ma si di­venta maschi, come si nasce bambine, ma si diventa femmine”, scriveva Freud.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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