L’identità psicosessuale del bambino – Gilberto Gobbi

L’IDENTITA’ PSICOSESSUALE DEL BAMBINO – Gilberto Gobbi

Uno degli aspetti, che emerge dalle domande dei bambini, è quello sull’identità sessuale: l’essere maschio o femmina e il sentirsi maschio o femmina.

Con quali comportamenti si manifesta il problema della identità sessuale? – I bambini si pongono la domanda e qualche volta anche chiedono ai grandi perché si è maschi o perché si è femmine. Le prime semplici spiegazioni, che sembrano sufficienti al momento, non lo sono con la crescita. Con il tempo, le do­mande si ripresentano e, con la crescita e con le esperienze so­ciali diverse, i bambini chiedono e richiedono, sofferman­dosi sulla diversità anatomica.

Dimostrano una particolare sensibilità all’identità sessuale dei compagni e delle compagne. I giochi, le prese in giro, le af­fermazioni esplicite, le allusioni e la ripetizione di epiteti, di­cono che nella seconda infanzia il problema è presente. Ri­dono, si coprono la faccia, canzonano, fanno gesti irrisori, ri­petono cattiverie.

Quello a cui gli adulti alludono i bambini invece lo  ren­dono esplicito.

I maschietti, in particolare, sono terribilmente “cattivi” con un loro compagno che percepiscono effeminato e lo can­zonano: “È una bambina! E’ una bambina!”. Non lo vo­gliono nel gruppo, nel gioco di movimento. A chi tocca un tale trat­tamento, le sofferenze psicologiche sono intense e lasciano, di norma, tracce profonde nel tempo.

Le bambine, invece, di norma hanno un senso di prote­zione nei confronti di questo compagno, che tenderà a fre­quentare sempre di più la loro compagnia.

In questa età, tra i 6 e i 10 anni, in alcune bambine si svi­luppa il senso del maschiaccio, che vuole giocare con i coeta­nei maschi e competere con loro. I maschi le cercano quando si tratta del gioco, non per altre attività.

E’ importante, per una buona educazione e formazione della personalità, il saper cogliere da parte degli adulti gli aspetti profondi dell’identità personale e  creare un clima psi­coaffettivo, che favorisca una crescita armonica delle varie di­mensioni della personalità.

La comprensione reciproca e l’accettazione delle diffe­renze fisiche e psicologiche dovreb­bero costituire il tessuto co­stante della convivenza in tutte le età. Il rispetto va esigito, an­che con forza.

Gli educatori, se non educano su questo, su che cosa edu­cano?

IL PERCORSO  VERSO L’IDENTITA’

Lo sviluppo dell’identità comporta una articolata intera­zione tra mente e corpo, tra aspetti intrapsichici ed estrapsi­chici, tra l’indivi­duo e il sociale.

Qual è il percorso dell’identità? – Il feto si sviluppa come maschio o come femmina dal pa­trimonio genetico e dall’apparato ormonale.

Con la nascita, il bambino e la bambina entrano nell’inte­razione familiare e nel contesto sociale e fanno i conti con le attese relative al proprio genere di appartenenza, cioè con l’in­sieme di norme sociali (non scritte, ma reali), che regolano i comportamenti e i ruoli delle persone del gruppo familiare e sociale, compresi quelli sessuali. Sembrano essersi codificati nel tempo dei ruoli attribuibili a ciascun sesso, per cui ognuno deve attenersi a questi comportamenti prescritti.

Così, con la nascita inizia e prosegue il percorso indivi­duale d’acquisizione e di strutturazione dell’identità psicoses­suale (identità di genere), che nel­la sua evoluzione prevede delle fasi fondamentali.

Il primo periodo, in cui il bambino già parla di sé al ma­schile o al femminile, è tra i 2 e i 3 anni, con l’ac­qui­sizione del linguaggio,

Di norma, tra i due e tre anni, il bambino ha la percezione della propria identità sessuale (sesso maschile o femminile) e si iden­tifica come maschio e come femmina. Riteniamo che vi siano problemi d’identità se, in questa fase, un maschietto si definisce continuamente come femmina, o viceversa se una bambina si definisce come maschio.

Un altro periodo importante lo troviamo tra i 6 e i 7 anni, alla conclusione della fase edipica, quando i bambini, tra l’al­tro, ac­quisiscono la continuità temporale, imparando a distin­guere il prima e il dopo, tenendo presente che per un prima o dopo storico, occorre­ranno ancora degli anni (verso i 12). Ciò comporta che la co­stanza e la permanenza di genere si struttu­rino e che il bambino sappia che  è maschio e lo sarà per sem­pre, così che è femmina e lo sarà per sempre.

Un terzo periodo fondamentale per l’identità psicosessuale è quello dell’adolescenza, in cui dovrebbe definirsi l’identità e struttu­rarsi definitivamente sia l’identità sia l’orientamento ses­suale, cioè aver raggiunto inderogabilmente la convinzione in­tima della propria mascolinità o femminilità.

 IDENTITA’ COME PERSONA

Per una maggiore comprensione di questo processo evolu­tivo e per una maggiore chiarezza su che cosa s’intende, quando si parla di identità, mi soffermo ad analizzare la molte­plicità del suoi contenuti, perché le dimensioni della pro­pria identità sono varie.

Vi è un nucleo di base dell’identità, come sog­getto? – Ogni individuo ha una sua identità personale, che si riferi­sce alla persona, come soggetto: è il proprio quid, che com­prende tutta la realtà della persona nei suoi vari aspetti.

E’ la percezio­ne e la coscienza che il soggetto ha di sé, della pro­pria esistenza.

E’ ciò che la persona è, si sente e si vive, con le varie e ar­ticolate di­mensioni.

L’identità fa riferimento sia ai pro­cessi consci sia a quelli inconsci, alle dinamiche indivi­duali e so­ciale, soggettive e in­tersoggettive, che appartengono ad un nucleo profondo, in cui la persona si riconosce come se stessa, diffe­rente da tutte le al­tre.

Da ciò comprendiamo come ogni persona sia una realtà diversa da qualunque altra e sia un valore al di là da ogni rico­noscimento dell’altro.

 Questa realtà identitaria è costituita da varie sfaccettature, tra loro intrinsecamente interdipendenti:

  • Identità ontologica,
  • identità legata al sesso biologico,
  • identità di genere (psicosessuale),
  • identità di ruolo sessuale.

 IDENTITA’ ONTOLOGICA

Che cosa vuol dire identità ontologica? – E’ l’identità che sta alla radice dell’essere (on, in greco, essere).

E’ propria dell’essere, dell’esistere della persona come sog­getto, in quanto appartiene al genere umano. Come tale la per­sona è soggetto di diritti, fonte di significati prettamente per­sonali, che la dif­ferenziano dagli altri animali, la accomunano nella parità con tutti gli altri uomini, e nello stesso tempo la di­versi­ficano da tutti gli altri simili.

L’identità ontologica va alla radice dell’essere persona, della pro­pria esistenza e del proprio valore. Per certi aspetti è un a priori, in cui il soggetto umano con il concepimento si immerge: non è lui a costituire l’essere, ma lo tro­va e diviene essenza di sé, ha solo da ricono­scerlo e contemplarlo, da sco­prire e da completare nel tempo. E’ da questa identità origina­ria profonda che la persona parte per il cammino di realizza­zione.

Costituisce la radice etica della vita individuale e sociale.

Il soggetto-persona è valore in sé dal momento della sua genesi e durante tutto il percorso della sua vita, al di là della direzione in cui si può orientare, e della considerazione che in varie epoche la società gli può attribuire.

La comprensione di tale identità personale mette in moto tutto l’apparato psichico e valoriale dell’uomo per portare a maturazione il progetto insito nella persona, nel tempo e nello spazio concesso dalla vita.

E’ sulle coordinate “spazio-tempo” che l’uomo vive la sua avventura terrena.

IDENTITA’ LEGATA AL SESSO BIOLOGICO

Qual è l’importanza del sesso biologico? – Alla nascita, ora anche prima con l’ecografia, ogni indivi­duo vie­ne identificato come maschio o come femmina, dalla sua conformazione degli organi sessuali esterni.

Come tale gli è dato un nome e codificato con un’identità maschile o femminile, deri­vante dalla presenza del tipo degli organi genitali.

L’identità sessuale puramente biologica è legata al fatto di avere un assetto ormonale a prevalenza di testosterone o di estrogeni pri­mari o secondari morfologicamente di tipo ma­schile o femminile.

Il riconoscimento rappresenta l’inizio di un percorso, che segna intera­mente e profondamente il soggetto nella storia della sua vita.

Non sono, però, solo i genitali che fanno un uomo o una donna. Certo, però, che è il primo passo verso l’acquisizione dell’identità psicosessuale.

Con la nascita comincia, infatti, un cammino che attra­versa fasi diverse, simili per tutti, ma con la ca­ratteristica propria di ogni persona .

Anche se tali fasi sono identiche, la loro in­tensità, la durata e il periodo sono diversi.

IDENTITA’ DI GENERE O PSICOSESSUALE

In che cosa consiste e qual è la sua importanza? – E’ la convinzione personale, fondamentale, di essere un ma­schio o una femmina.

Di solito sin dalla primissima infanzia, il bambino e la bambina riconoscono l’appartenenza all’uno o all’altro sesso e comin­ciano a identificarsi, assumendo in sé le relative caratte­ristiche psicologiche dell’uno o dell’altro sesso.

Inizia col sentirsi profondamente femmina o maschio. Il bambino ha  la percezione del proprio Sé corporeo già tra i due e tre anni.

Nella stragrande maggioranza dei casi, la percezione co­mincia con l’i­dentità di sesso e diviene completa con l’identità psicosessuale. Si può affermare che per la maggior parte delle persone, se si na­sce maschi ci si sente maschi, se si nasce femmina ci si sente femmina.

Vi sono i casi in cui vi è un errore, come nel transessuale, per cui il soggetto nasce maschio, ma ha l’identità di genere femminile (si sente e si vive donna) e viceversa per la fem­mina, per cui vi è un’i­dentità maschile  in un corpo di donna.

In sintesi, l’identità di genere fa parte della componente es­senziale del pro­cesso di costruzione dell’identità. Si riferisce al vissuto di apparte­nenza ad un genere o ad un altro (maschile o fem­mi­nile) o in modo ambivalente ad entrambi (bisessualità, in cui l’identificazione non è chiara e determinata, ma oscilla tra il maschile e il femminile).

L’i­dentità di genere o psicoses­suale, proprio perché è un perce­pirsi e un viversi, si presenta come un’esperienza di per­cezione sessuata di se stessi a se stessi e agli altri, di apparte­nere ad un sesso e non ad un al­tro.

Da tale iden­tità dovrebbe scaturire l’esigenza d’accetta­zione in­te­grale di sé, del proprio corpo, della propria identifi­cazione, dell’ap­par­tenenza al maschile o al femminile.

Vi sono delle tappe attraverso cui si forma l’identità, che costi­tuiscono i processi d’autoidentificazione sessuale, cioè l’in­tima convinzione della propria mascolinità o femmini­lità.

 Tale pro­cesso d’autoidentificazione sfocia o nel ma­schile o nel femminile.

Anche nella transessualità l’iden­tifica­zione psi­cosessuale (il sentirsi e il viversi maschio o fem­mina) sembra essere molto chiaro, non vi è un terzo sesso, ma solo una per­sona con un corpo maschile che si connota come fem­mina, o una per­sona con un corpo femminile, ma si vive come uomo. Con questi presupposti il transessuale non è un omo­sessuale.

Come rendersi conto dell’identità psicosessuale del proprio figlio? – Non è semplice, ma neanche impossibile. In un passato, non tanto lontano, si dava per scontato che la tendenza sessuale era di conseguenza legata all’identità di sesso, vale a dire che la con­formazione fisica era garante dell’orientamento sessuale.

Ora, con l’evolversi delle ricerche, sappiamo che è necessa­rio sentirsi e viversi nella propria identità. Occorre pas­sare  dall’identità del sesso all’identità psicosessuale, che de­termina l’orientamento della sessualità di un soggetto.

Questo ha favorito l’identificazione di una serie di fattori e di fenomeni, che con l’evolversi della crescita del bambino permettono di chiarire l’orientamento sessuale di base.

E’ lo­gico che ciò comporta la capacità di osservare atten­tamente, senza pregiudizi e senza preclusioni, i differenti com­porta­menti e atteggiamenti del bambino, come il modo con cui il fi­glio vive il proprio corpo, gli organi genitali, parla di sé come maschietto o come femminuccia, predilige giochi, ve­stiti, sce­glie attività e la compagnia dei compagni. Questi aspetti, con la crescita, si accentuano sempre più, e divengono dei criteri di valutazione dell’orientamento sessuale.

Non necessariamente un bambino aggraziato e gentile ha tendenze omosessuali, è solo un bambino che ha acquisito un modo aggraziato di atteggiarsi con gli altri.

Teniamo presente che un bambino, che vive in un am­biente femminile, tende ad imitare ed avere comportamenti si­mili alle sorelle o alla madre, e non necessariamente è omoses­suale.

Ho rilevato l’importanza del clima psicoaffettivo fa­miliare (ciò che si respira in casa) circa la riconoscimento o la sva­luta­zione dei ruoli maschi e di quelli femminili.

Vi sono in casa degli atteggiamenti, dei linguaggi, dei modi di essere e di trattare le persone, che qualificano e valo­rizzano l’identità di ciascuno e i differenti ruoli, e altri, invece, che dequalificano e svalorizzano.

Una bambina, per esempio, che vive in un ambiente che   svalo­rizza la donna, come contrapposizione tende ad imitare i maschi, assumen­done i comportamenti più sgraziati. Sarà un “maschiaccio”, e in tal modo assume, per un certo periodo, un atteggiamento negativo per tutto ciò che appare femminile. Non necessariamente diverrà una lesbica, ma faticherà molto nell’adolescenza e nella giovinezza ad ac­quisire una dimen­sione che le permetterà di vivere pienamente la sua femmini­lità.

Il clima psicoaffettivo, che si vive in casa circa la sessua­lità, l’identità psicosessuale e il ruolo sessuale, diviene il fat­tore determinante, assieme all’eredità, della strutturazione, ac­quisizione, elaborazione che ogni membro ha circa la propria identità psicosessuale e il proprio orientamento.

 Il bambino – maschietto – deve poter percepire che è bello essere maschio come suo papà, com’è bello per la mamma es­sere femmina. Lo stesso la bambina deve sentire che per lei è bello essere femmina come la mamma, e che è bello per il papà essere maschio.

IDENTITA’ LEGATA AL RUOLO

Ciascuno vive se stesso, la sua dimensione psicoaffettiva in un contesto sociale. Anche l’essere uomo o l’essere donna è soggetto all’influenza di questo ambiente, che ha una serie di attese e di aspettative nei confronti del soggetto, in quanto uomo o donna.

L’identità di ruolo, quindi, è il risultato dell’insieme di aspettative e di attese, quindi di ruo­li, con cui gli uomini e le donne si debbono confrontare in una data cultura e in un dato momento storico, in quanto appartenen­ti ad un sesso.

Ciò comporta una serie di comportamenti che una persona adotta per dire a sé e agli altri la propria mascolinità o femmi­nilità (es.: il modo di vestire, di atteggiarsi rude o dolce, ecc.).

Sono aspetti influenzati dalla cultura, da usi e costumi, che han­no attribuito dei ruoli maschili o femminili ai differenti sessi.

Nella famiglia, per esempio, si esercita l’identità di ruolo sessuale, quando si dice alla bambina: “Tu, che sei donna, pre­para la tavola… Aiutami a lavare per terra… ecc., ecc.”

I modi, con cui i ruoli maschili e femminili determinano dei comportamenti relativi, sono molteplici e li abbiamo sotto gli occhio tutti giorni.  Senza rendersene conto si fa educazione sessuale, quando si dice ad un maschietto: “Smettila di pian­gere, perché sembri una femminuccia!”, magari detto dalla mamma. Si perpetuano così dei ruoli sociali, che provengono da epoche arcaiche, fondati sulla forza e sulla debolezza.

I bambini devono imparare il valore umano sia dell’essere maschi sia dell’essere femmine, e che vi sono delle differenze, ma che il valore di persona è sempre e comunque lo stesso.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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6 risposte a L’identità psicosessuale del bambino – Gilberto Gobbi

  1. Kristina ha detto:

    Ho cresciuto dai 6 anni la figlia di mio marito, orfana di madre dalla nascita, lei è stata sempre molto forte di carattere, impulsiva, nervosa e molto dotata fisicamente, abile per gli sport, intelligente, sveglia, bella e dominante. La bimba, non avendo la madre ha avuto sempre un rapporto molto forte con il padre, quasi idilliaco , gelosa, possessiva, e questo ha condizionato molto il suo rapporto con me, ho cercato in tutti i modi, ma non mi ha mai voluto vedere come madre. Mi ha sempre vista come una intrusa e anche una rivale che le ha portato via il papà, cosa assurda perché lui e un padre molto presente e adora sua figlia nel modo giusto, come un genitore fa con una figlia che ha perso la sua mamma. Da piccola si è sempre mostrata attratta dai bambini, alle elementari sognava di sposare il suo compagno di banco e si faceva bella per farsi vedere da lui, da adolescente tutto nella norma, cotte, storielle d’amore con coetanei e più avanti anche amori molto passionali, aveva praticamente perso la testa per un ragazzo tanto che ha tradito il suo fidanzato. E andata via da casa dopo i 23 anni, e adesso ha 35, ha fatto la sua vita e adesso ci ha fatto sapere che convive con una donna e la vuole sposare.
    Ho due domande, si può diventare lesbica in età adulta? e l’altra… può essere che rifiutando la sua parte femminile sta rifiutando me, o che io non sono riuscita a essere un valido esempio nella sua maturazione, nella formazione della sua identità come donna? A volte mi viene in mente una teoria assurda… lei da piccola sempre diceva, quando divento grande mi sposo papà. Avendo sempre avuto un rapporto quasi ossessivo con suo padre, come se non si considerasse la figlia ma la partner, potrebbe essere che stando con una donna gli sembri di non tradire il padre?

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    • gilgobbi ha detto:

      La teoria di cui le parla non è così tanto assurda. Le ipotesi sono varie come è vario il movimento interiore della ragazza, che ora ha trovato nella situazione attuale una sua collocazione. Dire che fin da subito, cioè da piccola vi fosse questo orientamento, è molto difficile tendo conto del percorso psicoaffettivo che ha avuto. Occorrerebbe conoscerla molto più profondamente per poter fare certe affermazioni. Mi auguro che abbia trovato un suo equilibrio psicoaffettivo.

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  2. Kristina ha detto:

    E quello il mio dubbio…sarei serena se sapessi che ha trovato una identita vera. Cuando gli ho chiesto riguardo alle sue storie affettive con maschi nel passato, gli ho domandato se queste fossero un test o una finzione o semplicemente un esplorazione davanti a un dubbio gia presente, o un ripiego, lei mi ha detto chiaramente: so che per voi sarebbe molto piu facile se io vi dicesse che non erano vere relazioni o che non funionavano. Ma purtroppo non è cosi. Li ho amato e sono stata benissimo, anche felice con loro, ma adesso sto con lei. Questo mi lascia aperta la domanda se la sua attuale situazione sia cosi vera o definitiva e puo trovare un equilibrio psicoaffettivo in questa relazione.

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  3. gilgobbi ha detto:

    Nelle risposte date sta anche la risposta alla domanda iniziale.

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  4. Mary ha detto:

    Buongiorno ho un bambino che a giugno compie 4 anni e a novembre e’ nata la mia seconda figlia. Fin da quando ero incinta mio figlio ha voluto bambole passeggino ecc. adesso che e’ nata La cosa sta peggiorando vuole solo bambole, trucchi, tacchi e tutto ciò che sia da donna. Questo può essere legato alla nascita della sorellina oppure e’ gia Il suo orientamento?! Grazie

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    • gilgobbi ha detto:

      Messa così, è difficile e arduo dare una risposta. Occorre approfondire le dinamiche e verificare una serie di fatti, atteggiamenti, vissuti, relazioni che permettano una conoscenza del bambino e del suo ambiente. Con cordialità

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