Crisi di coppia: non so che fare – Gilberto Gobbi

Crisi di coppia: non so che fare – Gilberto Gobbi

Lei trentatré anni, lui quaranta. Vent’anni di conoscenza, di cui uno di convi­venza, dodici di fidanzamento e sette di matrimonio.

Ora lei, Giovanna, vive una profondissima crisi matrimo­niale, in cui ogni aspetto della relazione è rimesso in discus­sione, anzi sradi­cato dalle fondamenta. Nella sua vita molto lentamente è entrato un altro uomo, conosciuto, per caso, in lontane spiagge tropicali. Lui separato, con un figlio a carico in un’altra nazione, che vede ogni due o tre mesi. Da un anno e mezzo vi è la frequentazione con Giovanna per svaghi, pas­seggiate sulle montagne, ferrate, incontri in trattoria e in pale­stra. Il tutto favorito dall’atteggiamento di estrema apertura e massima fiducia di Antonio, il marito di lei.

Giovanna e Antonio formano una coppia aperta a nuove e vecchie amicizie e a relazioni sociali; la loro casa  è sempre spalancata agli amici. Antonio ha la massima fiducia, perché la donna che vuole stare con lui deve sentirsi libera nella rela­zione, cioè convinta e sicura di vo­lergli stare assieme, senza controlli né costrizioni. Di gelosia da parte di lui neppure un cenno.

I due si erano conosciuti quando lei aveva 14 e lui 20, suo­nava strumenti vari in un’orchestrina di paese. Tutte le ragaz­zine ne erano infatuate, ma solo lei diveniva prima la sua ra­gazza, poi la fidanzata, quindi la convivente e poi la moglie. Ora è in profonda crisi matrimo­niale. Vuole un gran bene ad Antonio, ma è innamorata dell’altro.

Antonio e Giovanna avevano percorso strade parallele: la scuola media supe­riore, l’università sino alla laurea, con per­manenza in città diverse durante la settimana e l’incontro il sa­bato e la domenica. Durante l’università lui aveva avuto solo qualche lieve titubanza circa la relazione con Giovanna, che, invece, aveva vissuto una  turbolenta e difficile re­lazione con un coetaneo universitario psicopatico, di cui lei credeva di es­sersi innamorata. Due anni tribolati in cui si sentiva de­siderata, oggetto e centro di attenzione costante, con atteggiamenti pa­tologici. Lei la descrive come una relazione ossessiva, che ha lascito profonde tracce nei suoi vissuti. A quel tempo sem­brava aver scardi­nato dentro di sé la relazione con Antonio, benché non avesse avuto il co­raggio di lasciarlo.

Giovanna era la prima figlia, maggiore di quattro anni della so­rella, di una delle tante normali famiglie piccolo bor­ghese di provincia.  Casa di proprietà, madre casalinga, padre quadro-dirigente in una piccola in­dustria. Una coppia molto unita, anche da valori religiosi, che i due si erano impegnati a trasferire alle figlie.

Giovanna aveva strutturato una buona dose di conformi­smo e di irrequietezza, di obbedienza e di adeguamento ai va­lori degli adulti e contemporaneamente di irrequietezza e in­stabilità psicoaffettiva.

Oggi le due tendenze, adeguamento e instabilità, sono pre­senti in dosi massicce e confliggono tra loro: deve deci­dere se stare con il marito o andarsene di casa.

L’innamoramento tormentato nei confronti del collega universi­tario era durato due anni. A luglio del secondo anno (il terzo di uni­versità) era profondamente in crisi, sfociata in una discreta depressione. Mentre i suoi genitori erano molto preoc­cupati della si­tuazione, il fidanzato sembrava non dare troppo peso. Anzi, dimo­strava una certa insensibilità. Per Giovanna l’importante era che lui ci fosse, come e perché non era molto significativo. Anche in quella circostanza l’importante era non perderlo e che lui non si allonta­nasse, non l’abbandonasse. Lui considerava il tutto come un cammino di maturazione di Gio­vanna, che doveva attraversare i suoi problemi e risolverseli.

Tra i due non vi era una vera intimità psicologica tale che permettesse di comprendere e affrontare le problematiche della coppia e quelle di ciascuno. Antonio seguiva una sua filosofia di vita e cercava di essere il più distaccato possibile dai pro­blemi delle persone vicine. Figlio unico di una coppia molto benestante, si era laureato ed era entrato in uno studio di pro­gettazione, senza ambizioni di successo e di car­riera. Sin da piccolo, per poter sopravvivere aveva assunto un atteg­gia­mento di distanziamento da una madre intrusiva, e pur essen­done molto affezionato, si sentiva anche molto condizionato. Lo stesso atteggiamento di distanziamento l’aveva trasferito anche nei confronti di Giovanna, che ne risentiva molto per la sua instabi­lità e insicurezza. Lei si percepiva dipendente da Antonio e necessi­tante di appoggio e controllo.

All’interno di queste dinamiche è comprensibile come vi sia stata la convinzione che bastasse un bel viaggio avventu­roso per lande sconosciute a vivere nuove emozioni, per far superare la crisi di Giovanna. Tanto è vero che al ritorno da questo viaggio i due ripresero la relazione nella “normalità” e tutto sembrava cambiato. Vi era stata solo un’apparente quiete, perché le problematiche psicoaffettive di Giovanna erano solo sopite e coperte dall’esigenza di conformismo alle situazioni richieste da Antonio e dalle due famiglie.

Per certi aspetti, Antonio, senza rendersene conto, aveva favorito negli anni il distacco di Giovanna e il relativo attac­camento di lei ad una terza persona, prima all’università e ora all’uomo della spiaggia e delle passeggiate sui monti. Da mesi quest’ultimo cerca di con­vincerla in modi ossessivi quotidiani, quasi di ora in ora, che solo lui la ama e la renderà felice. Sms, mail lunghissime, estenuanti telefonate, sino allo spasimo. Non vi è stato il rapporto sessuale, perché lei si è opposta, ma in­tense situazioni di intimità. Fortissima l’attrazione, sia fisica sia psichica.

Quando Giovanna ripensa alla sua vita con il marito, la vede come “normale” nelle sue varie fasi. Il mettersi insieme a 14 anni, di­ventare fidanzata, attraversare la crisi universitaria, rientrare nella relazione, convivere e quindi sposarsi. A suo tempo le era sembrato di aver  superato la crisi universitaria, solo ora prende coscienza che vi era stata solo una sospensione e aveva ricacciata nel profondo le problematiche psicoaffet­tive, che ora sono riemerse con una intensità travolgente.

Infatti, è stato “naturale” rimuovere i problemi con lo spa­simante uni­versitario ed accettare l’offerta del fidanzato di an­dare con lui in va­canza in luoghi esotici:  quindici giorni in­tensi, il tra­sferimento da un luogo all’altro, immersa nella ri­soluzione della quotidianità. Giovanna al ritorno dalla vacanza sembrava rinfrancata e rientrata nella quotidianità della rela­zione col fidanzato, pronta, a breve, ad andare a convivere. La sua irrequietezza e nel contempo la sua conformità a quanto le era richiesto dal gruppo so­ciale (genitori, suoceri, amici, peri quali loro formavano una “bella coppia”) erano i suoi veri pro­fondi compagni di vita.

Solo molto più tardi, dopo l’anno di convivenza e durante i sette di ma­trimonio, prendeva coscienza di non aver risolto i problemi dell’in­stabilità psicoaffettiva e della conflittualità nei confronti delle condizioni e degli ob­blighi imposti della vita coniugale. Gli è stato proposto la convivenza e lei l’ha accet­tato, era tempo di sposarsi e lei lo ha fatto; dopo qualche anno era dovere avere un figlio e lei si è sottoposta all’esigenza, il figlio non veniva, mentre nel frattempo arrivava al rifiuto della relazione coniugale e ad esplosione in una re­lazione extra ma­trimoniale. Proprio nel periodo della forzata ricerca del figlio e del rifiuto interno dell’obbligo di figliare, vi è stato l’avvicinamento ad un altro uomo.

Ora, Giovanna sa che deve decidere, anche per le non-de­cisioni del passato. Non può restare con il marito, per il ri­spetto che gli deve, ma neppure andare a vivere con l’altro. Sente che deve affron­tare la vita da sola, per riappropriarsene, saper vivere i molteplici aspetti con responsabilità e fiducia in se stessa.

La scelta è di uscire di casa convinta che deve affrontare la vita da sola.

Alcune brevi annotazioni – Alcune semplici considerazioni sulla vicenda di Giovanna e di Antonio.

Le annotazioni non hanno il sapore amaro della critica, ma vogliono sottolineare alcune dinamiche psicologiche da loro vissute nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza, che hanno inciso profondamente sui vissuti dei due durante la vita di coppia.

1) Una prima considerazione va fatto sul periodo dell’infanzia sia di Giovanna e sia di Antonio. Come emerge dall’analisi, Giovanna non ha potuto identificarsi con gli aspetti positivi della madre, ne ha solo colto la sua dimensione impositiva e punitrice. Nel contempo la fi­gura del padre era quella di una persona buona, che sapeva voler bene, ma dietro la mamma, figura dominante.

Antonio, nella sua infanzia, si difendeva da una madre in­trusiva, attraverso modalità tendenzialmente anaffettive ed aggressive. Tale atteggiamento si è espresso poi nella coppia come difficoltà di manifestare i suoi sentimenti e di com­prendere l’instabilità emotiva di Giovanna. Il suo motto era “chi mi ama mi segua”. Aveva la concezione che non spettasse a lui creare il clima psicoaffettivo di compren­sione, ma a Gio­vanna, che era la più “debole” e quindi toccava a lei. Gio­vanna per anni aveva cercato di convincersi che Antonio era così, e lei aveva biso­gno della sua sicurezza nella vita.

2) Emerge con chiarezza che le problematiche psicologiche di­sfun­zionali (irrisolte o parzialmente risolte) delle fasi prece­denti (infan­zia, adolescenza, giovinezza) si ripropongono con maggiore intensità sulla vita di coppia, tanto da creare i pre­supposti della separazione o quanto meno di una vita di coppia intensamente conflittuale.

L’instabilità affettiva di Giovanna l’ha spinta per due volte a ri­cercare fuori della coppia affetto, riconoscimento, il biso­gno di se­durre, di attivare cioè atteggiamenti seduttivi che Antonio non le ri­conosceva e non erano necessari, perché, se­condo lui, il bene c’era e il resto era superfluo.

Inoltre la sua incapacità di decidere sugli affetti era sotto il con­trollo del conformismo e dell’adeguamento agli altri, al loro parere. La decisione di lasciare Antonio è bloccata da ciò che gli altri potrebbero dire: lei era sempre stata una “brava” ragazza. Così gli altri la vogliono: una brava ragazza.

3) La convivenza more uxorio di un anno era stata vissuta da lei come un passo necessario. Antonio lo voleva. La casa era pronta – una delle tante dei suoi di Antonio -, la mobilia era stata acquistata, la laurea di lui era imminente, lei si era già laureata nel giusto tempo e già lavorava. Così avrebbero avuto il tempo opportuno per cono­scersi meglio e preparare le nozze, avvenute con più di 160 invitati, tra pochi parenti e molti amici.

Sia durante la convivenza che dopo il matrimonio, lei non si sentiva né innamorata né soddisfatta della vita di coppia. Ad Antonio era molto affezionata, l’aveva conosciuto a 14 anni, e da allora erano diventati grandi assieme, meglio lei era cre­sciuta con lui, dipendente da lui.

4) In vent’anni, che cosa hanno condiviso? Dall’analisi si può affer­mare: tutto e poco. Tutto: casa, letto, amici, viaggi (uno all’anno, in cui stavano bene assieme). Poco: ciascuno aveva la sua vita intima psicoaffettiva, i propri svaghi, le proprie spese, il proprio conto in banca (le spese erano divise in parti uguali). Così non si può parlare di una vera intimità psicologica, cia­scuno teneva dentro, aveva una vita interiore con scarsa comu­nicazione: lui non era propenso a “smancerie”, lei doveva contenere gli impulsi emozionali e creativi. Tuttavia per gli amici erano una “bella coppia”.

Lui aveva stretto un forte legame con la famiglia di Gio­vanna, che, per contro, era in costante difesa dalla suocera, che a suo dire tentava di intromettersi nella vita della coppia anche con generosi doni, da lei  con la separazione restituiti al mit­tente.

5) I due avevano costituito una coppia molto “aperta”: manca­vano i confini dall’ambiente esterno (gli amici di lui erano sempre di casa), eccetto che nei confronti delle rispettive fami­glie.

Vi erano, invece, tra loro i confini psicologici, come si è già visto, per cui l’intimità psicologica era molto limitata. Ciò influiva sulla vita ses­suale, discretamente ridotta. Con il tempo in lei si era ridimensionato il fattore della scelta e della perma­nenza nella relazione. Se questa coppia viene analizzata attra­verso i tre fattori fondanti dell’amore coniugale: intimità psi­cologica, attrazione sessuale e scelta/decisione, la troviamo profondamente carente su tutta la linea.

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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