“Sposati e sii sottomessa” – Invito alla lettura

Sposati e sii sottomessa” – Invito alla lettura

Vorrei consigliare alle donne, mamme, insegnanti, ma anche agli uomini, che frequentano questo blog, la lettura di un libro intelligente, “vivo”, a tratti irriverente, come un bambino. Un libro per vivere l’avventura bella e tremenda della vita e dell’educazione con rinnovato slancio e sano realismo. Un libro che è diverso da molta manualistica dolciastra e sostanzialmente ipocrita, che va per la maggiore.

Il titolo dice molto “Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura”, di Costanza Miriano, edizioni Vallecchi.

Ma non inganni, perché “sotto ci si mette chi è più solido e resistente, perché è chi sta sotto che regge il mondo”.

Un piccolo assaggio sul padre: “Ogni volta che vedo un padre tremebondo alle prese con un imperioso bambino di quattro anni che pretende categoricamente di fare quel gioco troppo pericoloso per la sua età, il piccoletto che dà in escandescenze e lui, il presunto capofamiglia, che contratta, e in ginocchio strappa al bambino il consenso di scendere dal gioco in cambio di altri sette giri sull’elefantino rosa, mi chiedo che fine abbiano fatto i padri.

Me lo chiedo quando vedi maschi adulti maltrattati da bambini, presi a calci qualche rara volta, molto spesso a male parole e senza neanche ricevere un ceffone in cambio. Quando vedo ragazzini che ignorano scientemente i richiami dei genitori i quali gridando “Matteooo!” cercano di far uscire dalla piscina una specie di bestiolina ingovernabile e quando finalmente l’adorabile Matteo si decide a obbedire non buttano neanche il videogioco della creatura nel più vicino corso d’acqua, così giusto per ricordargli con calma, chi comanda. Me lo chiedo quando leggo lo stupore nei volti dei vicini di ombrellone nel vedere bambini normali che obbediscono, non volentieri e non sempre sorridendo, ma insomma rispondono agli stimoli esterni. Mi chiedo chi mai, non certo quel padre tremebondo, parlerà ai figli di coraggio, di onore. Chi leggerà con lui Cuore o I ragazzi della via Pal, e gli parlerà di Nemecsek che muore per non tradire il suo dovere. Io non so come verranno su i miei figli, probabilmente più o meno nella media, ho deciso da tempo che non pretendo di avere fenomeni in casa, ragazzi geniali o speciali, perché lo scopo della vita è la vita eterna e non il Nobel o tanto meno il successo. Forse apriranno una ferramenta e andrà benissimo (basta che non si chiami Non solo viti, triste, o la Boutique della Rondella, pretenzioso). Ma intanto se io o, molto meglio, il padre diciamo “Si va via”, si va via senza che il dibattito in merito si protragga per ore.

“Come fate?” mi è capitato di sentirmi chiedere. Non lo so perché lui dice “Conto fino a tre” ma al tre non ci è mai arrivato e non so ancora cosa succederebbe. Semplicemente, i figli sanno che noi abbiamo poche idee, ma chiare; non li consultiamo per ogni decisione e ci siamo conquistati una credibilità anche con qualche simbolica punizione e più con tanto, tanto, tempo speso con loro. Perché farsi obbedire dal lettino sotto l’ombrellone, in posizione supina, non si riesce; non ci si fa ascoltare senza buona volontà e dedizione, a meno non farlo con la violenza, ma quella non vale.

Uno dei principi fondamentali della vita -tu sei quello che fai- con i figli può essere verificato abbastanza facilmente, perchè loro mettono in pratica quello che vedono fare, non quello che sentono dire. Sentono con gli occhi. Io per esempio sono in grado di esporre ai bambini esaurienti teorie sull’importanza di mangiare rigorosamente a pasto, solo che purtroppo generalmente lo faccio con la bocca piena di formaggio; io spizzico mentre cucino, nello stesso istante in cui nego loro un antipasto. E, guarda caso, non mi spiego perché, questa cosa del mangiare è oggetto di continua contrattazione.

Per lo stesso motivo è inutile lasciare attestati di stima ai figli quando poi li si critica a ogni passo che fanno ed è difficile che funzioni quando gridi a un bambino: “Non urlare!”. Né si può insegnare a suon di scapaccioni a non picchiare gli altri bambini.

 L’autorità viene dal riconoscimento o dall’autorevolezza e io in effetti ho un certo carisma.

Ogni volta che lancio un proclama in casa , tipo “Fra tre minuti tutti alla porta con le scarpe e la giacca” allo scadere del minaccioso ultimatum c’è gente stravaccata sul divano che mangiucchia, chi pettina le Barbie, chi ascolta la musica, chi è intento a terminare una perlustrazione manuale delle proprie narici. E’ lì che mi riprometto di candidarmi alle prossime presidenziali, io, la trascinatrice delle folle.

Per fortuna con il padre non funziona così.

Se lui parla lo ascoltano. Il fatto è che credo che siano soprattutto i padri a dover riprendere in mano, con impegno e voglia di fare, il proprio ruolo. E in questo caso la responsabilità, per una volta, non è prima di tutto delle donne, ma dei loro compagni.

I padri di oggi devono rimboccarsi le maniche e tornare a incarnare la regola.

Un padre può essere un superbo cavallo di uno Zorro in erba, duellare con le spade laser, farsi pettinare da aspiranti parrucchiere e poi anche uccidere ragni, cacciare fantasmi, preparare meravigliose merende a base di trigliceridi. Ma principalmente – invece che rammaricarsi di non poter allattare, ne ho sentito più di uno – deve guidare, indicare una strada, dare l’orientamento generale, aiutare a tradurlo ogni giorno, mettere limiti dare sicurezza.

Può cercare di condividere obiettivi e scelte, soprattutto quando i figli crescono, ma si sa anche imporre all’occorrenza. Perché alla domanda “Che ne dici, Andreuccio, facciamo i compiti?” non esiste bambino al mondo che risponderà “Sì, volentieri”; né lo farà alle domande “che ne pensi andiamo a casa?” quando si sta sgolando con gli amici in una partita di acchiapparella, o “Andreuccio, secondo te è ora che andiamo a dormire? ”quando sta facendo qualsiasi attività, persino nettare gli interstizi tra le piastrelle del bagno, che all’ora della nanna tutto è meglio del letto per un bambino.

Eppure sempre più spesso sento genitori chiedere ai figli pareri sulle indicazioni che sarebbero loro a dover dare.

Questo dipende dall’idea base che, avanzata dall’Illuminismo, ormai è prevalsa diventando quella di massa: la bontà sostanziale e totale dell’uomo. Se tu pensi che quell’esserino che hai di fronte, messo alle giuste condizioni, saprà trovare dentro di sé le motivazioni e la forza per scegliere sempre il bene, l’autorità a che serve? L’umanità si autoregolerebbe.

Quanto all’autoregolamentazione, proviamo a offrire una festa di seienni un piatto di cruditè di verdure e

uno di caramelle gommosissime di puro colorante, proviamo a dire davanti a un cesto di giochi “mettetevi in fila e prendetene uno alla volta pensando anche a chi viene dopo di voi”, proviamo a dire “spegni tu la Playstation quando pensi sia giusto dedicarti un po’ alle lettura di

questa bella parafrasi dell’Eneide”.

Chi ha elaborato questa teoria non ha mai visto un bambino cavare gli occhi all’amichetto per impossessarsi della sua macchinetta, che in quanto più grossa e più lucida deve necessariamente essere conquistata. Non ha mai visto soavi bambine bionde strapparsi un gattino di peluche a morsi. Non ha mai visto ragazzi ricolmati di regali adombrarsi solo perché anche il fratello aveva ricevuto un regalo “fichissimo”.

E non ha mai guardato con onestà intellettuale neanche gli adulti, che dalla mattina alla sera, se va bene, combattono contro le proprie cattive inclinazioni per cercare di essere almeno per quel giorno una persona decente, a volte indossando maschere più o meno coprenti sopra il proprio verminaio interiore.

Questo se va bene, perché in altri casi il suddetto adulto impiega tutte le proprie energie per ottenere dalla mattina alla sera, il massimo vantaggio con il minimo sforzo, a partire dal sorpasso a destra, per continuare con un lavoro mal fatto o scaricato sul collega (così rimane più tempo per spettegolare di quello che oggi non c’è). E via con una trafila di cattive azioni neanche troppo fantasiose – il male è banale – ma eseguite con tenacia e continuità, per saziare la sete che abbiamo tutti di potere, di privilegio, di comodità (che alla fine, a ben vedere è desiderio di approvazione e amore).

Perché in ognuno di noi c’è quel seme di male che noi cattolici chiamiamo peccato originale, per il quale per tutta la vita cerchiamo di imparare una disobbedienza creativa, e senza il quale la mentalità del mondo proprio non si spiega.

Questa lotta per la conquista della libertà e della vera felicità è il senso della nostra vita, e noi dobbiamo continuare a impararla fino al nostro ultimo giorno e provare a insegnarla ai nostri figli dal loro primo. Non solo per il premio futuro, ma perché così si vive felici già da oggi. E noi credenti pensiamo che senza Dio, un Padre buono che tifa per noi, non si vinca.

Tutte queste certezze non le sappiamo insegnare perché non le abbiamo neanche noi.

Adesso il dubbio si porta molto. Dire di non avere certezze fa molto intelligente. A dire il vero a me l’uomo che ha opinioni rocciose e mena fendenti coraggiosi piace moltissimo. Non so, non sono forse nella media perché ne vedo pochi in giro, si vede che l’articolo non è richiesto.

Ma per quanto riguarda i padri non mi sbaglio di sicuro. Non possono circolare con l’adesivo  “Non seguitemi mi sono perso anch’io” attaccato sulla schiena. Deve essere proibito per legge, e se non hanno certezze le devono trovare urgentemente dall’istante in cui il loro erede esce dalla sala parto.

Il problema è che l’uomo si è perso come padre, ma anche come uomo.

Sarà frutto di altre trasformazioni, economico socio politico psico qualcosa, chiamate qualcuno che io non so rispondere, ma mi sembra che troppi siano in ricerca di identità. “Lo sai qual è l’ultima tendenza uomo dell’estate?” mi chiede mia sorella.

No che non lo so qual è la tendenza, alla cocomeraia di ferragosto non ce lo siamo chiesti. Qui va la secchiella d’acqua, lo scherzo di quest’anno come dei quindici scorsi. “E il … scia … del costume maschile” mi rivela mia sorella dalla garrula località.

“Cosa? Il risciaquo del costume maschile?”. Non sento bene, ma il risciacquo non mi pare una grande novità in fatto di tendenza. Anche mio marito risciacqua i suoi pantaloncini lunghi fino al ginocchio quando l’acqua salata gli irrita la pelle; e il modello è lo stesso di mio

suocero, invariato da quando lo conosco.

“No, non il risciacquo. Il push-up! Un taglio, boh?, una cucitura sulla parte anteriore dello slip che dà

a l l’armamentario una particolare forma, diciamo aerodinamica, e particolarmente valorizzante le dimensioni”.

Mi dispiace, sarà l’età, ma trovo quel tipo di uomini eccitante come il cofano di un furgoncino. Lucido, bombato, ma totalmente inerte. Non so quale percentuale di uomini riguardi questo nuovo approccio al fisico, né se siano soprattutto i più giovani. Sta di fatto che vedo con scoramento tantissimi ragazzi curati, vanitosi, un vago sentore di femmina, una frequentazione dell’estetista per la depilazione senz’altro più fitta della mia, ore e ore di palestra. A me il maschio così fa tanto l’effetto “lisciato come il cane di un signore”, come si dice a Perugia.

Io sospetto che tra la perdita di identità, tutti i vari transgender, metrosexual e anche gli uomini effeminati, insomma tra il push-up del costume e la perdita di un’idea condivisa e solida di paternità ci sia un legame, ma, lo ammetto, non riesco a dire quale. (da “Sposati e sii sottomessa – pratica estrema per donne senza paura” Costanza Miriano, ed. Vallecchi, pagg. 69-79)

Costanza Miriano è nata a Perugia e vive a Roma. È sposata, e sottomessa, almeno così le piace dire e ha quattro bambini. È cattolica e dunque, quasi sempre di buonumore. E’ giornalista al tg3. Avrebbe anche studiato lettere classiche, ma, visto che ogni tanto le viene il dubbio che l’aoristo passivo sia un insetto particolarmente mite, non sa cos’altro aggiungere al suo curriculum, se non che ha corso varie maratone, il che poi è venuto utile nel gestire una famiglia estrema. E’ rappresentante di classe, ed esperta in multitasking, in grado contemporaneamente di: allattare un pupo, correggere, male, un compito e bruciare uno sformato.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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