Di padre in figlio – 19 marzo

Di Padre in Figlio – 19 marzo

Una pagina per noi padri e sulla nostra responsabilità educativa, nel giorno della nostra festa.

“Se è vero quel che ho cercato di dire, che i figli vengono al mondo come Dio comanda, vengono al mondo con ciò che è davvero necessario, tutto il problema dell’educazione è spostato su di noi. Il  problema dell’educazione sono gli adulti, non i ragazzi, non i bambini. Il mestiere del bambino è guardare.Non lo sanno, non lo sanno quando hanno un anno, quando sono nel grembo materno; ma credo che fin dal grembo materno i nostri figli ci guardino, sempre, con la coda dell’occhio.

Ci guardano sempre.

Sembra che facciano altro, sembra che giochino fra loro, che facciano i capricci, sembra che mangino, che dormano, che siano all’asilo, che vadano a scuola; ma l’attività vera che fanno è guardare: guardano sempre l’adulto che hanno di fronte, prima il genitore e poi mano a mano le altre figure di adulti che incontrano – cioè la maestra, gli insegnanti – e poi l’ambiente circostante. Allora capite in che senso tutto il problema è spostato su di noi: parlare di educazione è parlare di adulti, non è parlare dei bambini.

Certo, non sono così ingenuo da pensare che non abbia valore la conoscenzadi una serie di dinamiche psicologiche, capisco bene che c’è da parlare anche del bambino, del suo percorso; ma l’educazione ha come protagonista, ha come soggetto attivo l’adulto, perché è lì che è puntato lo sguardo del bambino, è lì che è puntato lo sguardo dell’alunno.

Seconda premessa, dunque: la realtà non è mai veramente affermata se non è affermato il suo significato. Che cosa vuol dire? Vuol dire che la responsabilità dell’adulto è rispondere in qualche modo a quella domanda di bene, a quella domanda di senso, di felicità. Cioè vuol dire che l’educazione è una testimonianza; e questo ha alcune conseguenze importanti. Se è così l’educazione non è questione di discorsi, le parole in educazione sono assolutamente secondarie. Noi ci fidiamo molto dei nostri discorsi, delle nostre prediche, delle nostre raccomandazioni, e invece le parole in educazione contano pochissimo; a volte servono – raramente – per descrivere un’esperienza che si fa, ma mai la possono sostituire. L’educazione è la testimonianza di un bene che si vive.

L’educazione non ha quasi bisogno di parole. O meglio, l’unica parola che ha senso nell’educazione è la risposta a una domanda che si pone, che i figli esplicitamente pongono; mai dare risposte a domande che non si pongono, che i ragazzi non avvertono come urgenti per sé.

Quando sto davanti a mio figlio, quando penso alle stelle e al significato del mondo, questo desiderio di verità diventa subito in me, come in ogni uomo, un desiderio di bontà, voglio che la vita sia buona per me e per tutti i miei fratelli uomini. Siamo fatti di questa volontà di bene, di questo desiderio di bene e ci alziamo ogni mattina e lavoriamo per cercare questo bene, per fare in modo che il tempo non sia inutile! È la speranza con cui ci alziamo ogni mattina, anche quando non ce ne rendiamo conto, il desiderio che il tempo non sia inutile, che la giornata sia buona, che sia utile per costruire cose buone per noi e per i nostri fratelli uomini. Non c’è altra ragione per cui possiamo avere il coraggio di mettere al mondo dei figli se non per questa speranza di bene. Dobbiamo ricordare che la natura del nostro cuore è questo desiderio di conoscere la verità, di amare il bene e costruire cose buone”.

 (dal libro di Franco Nembrini, Di Padre in Figlio. Conversazioni sul rischio di educare (prefazione del card. Camillo Ruini), Ares, Milano 2001.

 

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Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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Una risposta a Di padre in figlio – 19 marzo

  1. escorte gril ha detto:

    Ho scoperto il vostro sito web e il blog su google e ho letto alcuni dei tuoi post iniziali. Proceda per tenere alto l’operano che è molto buona. Cercherò da ora di studiare un po’ di più di voi!… In bocca al lupo !

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