Le anse del fiume – 9.L’estate – Gilberto Gobbi

Le anse del fiume – 9.L’ESTATE – Gilberto Gobbi

Nella casa dello zio dove mangiavano in cinque, vi era posto anche per un sesto. Franco, tra la metà di giugno e quella dell’ago­sto del ’46, era stato il sesto. Gli avevano sistemato un pagliericcio in un’ampia stanza semibuia, ricavata da un grande granaio-riposti­glio. Era un pagliericcio vero, riempito di paglia, la stessa che ser­viva in stalla a Nerina, la cavallina dello zio.

In quell’estate assolata, quando non voleva che lo trovassero, si rifugiava spesso nel suo ripostiglio, si sdraiava sul letto e si ad­dormentava. Più di una volta lo cercavano e lui non rispondeva, perché addormentato. Le cugine lo sgridavano, fingendo dispera­zione e chissà quale catastrofe.

Era un’estate melanco­nica e triste, aveva i suoi pensieri. Era stato allontanato da casa con la giustificazione che dallo zio si sa­rebbe trovato molto bene, avrebbe giocato molto, avrebbe mangia­to tante angurie e amarene, il sabato e la domenica. Poi nella corte dello zio vi erano tanti bambini della sua età con cui giocare. Era già stato molto tempo lontano dai suoi e non accettava volentieri un ul­teriore allontanamento da casa.

Così il papà e la mamma avevano deciso. La mamma da mag­gio diventava sempre più grossa, e forse sarebbe dovuto andare al­l’ospedale, così dicevano, non stava tanto bene e aveva bisogno di riposo.

Le scuse da raccontare ai bambini, gli adulti le hanno a portata di mano. I bambini fanno finta di credere, comprendono più di quanto gli adulti pensano.

I bambini sentono di là di sette porte e di sette pareti. Gli adul­ti spesso hanno nei confronti dei bambini una sensibilità da elefan­te.

Lo avevano allontanato da casa. Gli avevano anche chiesto se gli sarebbe piaciuto avere un fra­tellino o una sorellina. Gli avevano pure detto che, forse, Santa Lucia sarebbe venuta abbastanza presto a portare un fratellino. Non hanno mai parlato di sorellina. Lui, però, sapeva già tutto: aveva ascoltato le donne del vicinato parlare di sua mamma che era incinta e di come avrebbero fatto, perché Angelo non aveva ancora un lavoro fisso e chi lavorava era sua madre.

Gli dicevano di desiderarlo, un fratellino. Nella sua famiglia, come in tante altre, S. Lucia era la santa dei desideri, per questo, forse, sempre Santa Lucia a lui avrebbe portato un pallone di cuo­io, il primo della frazione.

In quel tempo era solo il Curato del paese ad avere due palloni di cuoio, con cui faceva giocare i bambini e i giovani il sabato, dopo le riunioni dei chierichetti o il catechismo.

Così, terminate le scuole, si trovava a casa dello zio con le tre cugine. Era sempre triste, quando non giocava con gli altri bambini della corte e si scatenava su e giù dagli alberi. Le cugine, che cre­devano di capire l’animo infantile, perché anche loro erano state bam­bine, dicevano che stava crescendo e che aveva nostal­gia della mamma.

Lui ascoltava e taceva, pensava che non ca­pivano niente, pro­prio nulla. Le osservava farsi belle la sera nella loro ca­mera, in cui si lavavano. Gli era vietato entrare. Qualche volta le spiava del buco della serratura. Curiosità infantile. Non se ne sono mai accor­te.

Sempre troppo prese a confabulare tra loro, immerse nei loro pettego­lezzi, non gli elargivano una carezza, una coccola, neanche la zia, solo qualche sorriso. Aveva la sensazione che la sua presen­za era mal sop­portata, infatti, l’aveva imposta lo zio.

Quello che un bambino di nove anni prova in un ambiente freddo è difficile da riprodurre. Eppure giocava, andava nei campi, dietro la corte con altri bambini, si arrampicava sugli alberi, co­glieva more sui gelsi, gli capitava di rompere la maglietta e i panta­loni. Per la zia era un pro­blema, perché era stato depositato solo con due pantaloni corti, uno per la festa e l’altro per i giorni feriali, così anche poche ma­gliette.

E’ stato tutta una mattina in camera, mentre la zia e una cugi­na, che lavorava da sarta, gli cuciva un nuovo pantalone con stoffa loro. Lo zio aveva tirato dietro qualche parolaccia, perché le due si met­tessero all’opera.

Il pomeriggio aveva i pantaloni nuovi e una canottiera dello zio, ridi­mensionata a sua misura. Aveva, però, l’obbligo di non uscire dalla corte, di non arrampicarsi sugli alberi, di “fare il bra­vo”.

Con i compagni aveva in pro­gramma, quel giorno, l’esplora­zione di un albero molto alto, dietro il cimi­tero, sulle cui fronde avevano intravisto un nido d’uccelli. No­nostante gli inviti pressan­ti, faceva “il bravo”, mentre gli altri bambini andavano dietro il ci­mitero.

Di fronte alla casa dello zio, dall’altra parte della provinciale, da due giorni stazionava un gruppo di braccianti, che presidiavano l’entrata di una corte, dalla cui stalla, venivano forti e prolungati muggiti. Vi era una cinquantina di mucche che attendevano di es­sere accudite e munte ed alcune di avere i vitellini attaccati.

Quel pomeriggio, non potendo giocare, Franco si era seduto sul gradino, davanti alla porta di casa ad osservare i braccianti.

Nel frattempo le donne erano tranquille, perché lo avevano vi­sto seduto sui gradini d’entrata.  Al loro richiamo, rispondeva: “Sono qua!”. Gli avevano gridato: “Mi raccomando, sta’ lì! Non muoverti!”

Era obbediente, ma gli si chiedeva troppo. Pensava a come ri­solvere la situazione.

Un invito dell’uomo col fucile lo salvava dalla situazione d’i­nerzia.

Uno di questi uomini, armato di fucile, mentre altri avevano ba­stoni e tridenti, lo chiamava a sé, gli chiedeva se non aveva nulla da fare e se gli faceva un grosso piacere: di andare oltre la curva della provinciale a vedere se venivano i carabinieri o la camionetta delle guardie, e di correre immediatamente ad avvisarlo.

Era il padre di uno dei compagni di gioco, che abitava in una casa dietro il cimitero, uno “con la testa calda…, un rosso”, così di­cevano le donne.

Così Franco andava oltre la curva.

Dopo un certo tempo ritornava di corsa ad avvisare che i cara­binieri stavano arrivando in bicicletta. Quindi ritornava a sedersi sui gradini, davanti alla bottega.

 Sparivano fucili e bastoni. All’arrivo dei carabinieri, era chia­mato in casa da una cugina. Non gli era permesso di stare fuori, ma dalla finestra poteva vedere.

Dopo un lungo parlottare i carabinieri riprendevano la strada da dove erano venuti. Il capo, dopo che i carabinieri erano spariti dietro la curva della strada, faceva riapparire fucili e bastoni e into­nava “bandiera rossa”, mentre un bottiglione di vino magicamente appa­riva con i bicchieri da una sporta di paglia.

Franco, dalla finestra, osservava ogni movimento.

Le mucche muggivano sempre più frequentemente. Gli uomi­ni continuavano fino a notte fonda a bere, a cantare e a giocare alle carte davanti al portone chiuso della corte.

Lo zio quella sera era molto nervoso, per cui le donne si limi­tavano nei loro commenti.

Franco, andato a letto, tardava ad addormentarsi. Nel sogno, poi, continuava a rivedere la scena dei carabinieri e nel sottofondo a sentire il muggito delle bestie.

Il mattino successivo, il solito picchetto continuava la guardia. Vi era una strana tranquillità. Dalla stalla nessun muggito, in corte vi era calma, alcune signore pulivano l’aia, parlottando sotto voce.

A tavola, a mezzogiorno, una cugina raccontava che quella notte, mentre alcuni braccianti continuavano a fare la guardia sulla strada, altri attraversavano il Menago, che dall’altra parte confina­va con la corte, e assieme al padrone sistemavano la stalla, munge­vano le mucche, attaccavano i piccoli alle madri, davano loro da mangiare e preparavano il letto con paglia nuova.

Franco aveva scordato l’episodio che gli è riemerso alla me­moria leggendo un libro del Guareschi. Tutto il mondo è paese, an­che quella piccola frazione sulla provinciale, che da Verona va ver­so Legnago.

Lui era stato testimone inconsapevole di uno dei tanti avveni­menti della lotta dei braccianti e salariati dell’immediato dopo guerra, nelle campagne della pianura padana.

Era pure stato testimone delle barbarie della seconda guerra mondiale, della povertà e della meschinità psicologica dei grandi.

Spesso li guardava con occhio smarrito, i grandi: non li capi­va.

Un pomeriggio di quel luglio del ‘46, con il solleone sul pic­colo paese e sulla campagna, mentre era nell’attesa di poter avere il permesso di andare a campi, dal paese lungo la provinciale arriva­va sudato il papà, in bicicletta. Era allegro e portava una bella noti­zia: era nato il fratellino, maschietto e mamma stava bene. Franco avrebbe dovuto essere contento.

Il papà lo faceva lavare, mettersi le cose più belle (quelle delle feste), perché lo portava a vedere la mamma e il fratellino.

Così saliva sulla canna della bicicletta del papà e tra una chiac­chiera e l’altra arrivavano all’ospedale. Veramente era più suo padre a parlare, lui era molto silenzioso, come sempre quando doveva as­similare certe cose dei grandi.

La cosa più bella era che la mamma stava bene.

Dopo una breve fugace visita, la sera, era riportato dallo zio.

In quei giorni di fine luglio il picchettaggio finiva, i braccianti ritornavano a lavorare a condizioni migliori. I padroni qualcosa ave­vano mollato.

Solo a metà d’agosto, la festa dell’Assunta, fatta a casa dello zio con risotto e pollo arrosto, ritornava a casa.

Il pomeriggio, il papà arrivava con due biciclette, una era quella della mamma, così Franco poteva pedalare per conto suo, dietro a suo padre, solo qualche volta davanti. Il rischio era che passasse qualche macchina. In quel pomeriggio assolato, non ne passò nean­che una.

 La mamma aspettava a casa con il fratellino attaccato al seno. La famiglia si ricongiungeva ancora una volta.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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Una risposta a Le anse del fiume – 9.L’estate – Gilberto Gobbi

  1. Carla ha detto:

    Questi racconti sono piccole perle di una lunga collana.

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