Le anse del fiume – 7. Maggio 1945 – Gilberto Gobbi

Le anse del fiume7. Maggio 1945 – Gilberto Gobbi

Almeno per la sua generazione, il mese di Maggio è associato alla Madonna, ai fioretti, all’esplosione della primavera, alla possibi­lità di andare scalzo, ma anche alla poesia del Manzoni dedicata alla morte di Napoleone, il “5 maggio”. La stragrande maggioranza della sua generazione ha fatto le elementari e neanche tutte le classi, tuttavia il “5 maggio” era d’obbligo: i maestri la facevano imparare – le prime due o tre strofe – a memoria.

Per Franco maggio è stato un mese particolare, soprattutto, la fine di un incubo e l’inizio di una nuova vita.

Ancor oggi, a sessant’anni e più di lontananza dal quel cinque maggio del 1945, il ricordo è vivo e presente. I particolari sono nitidi, soffusi di lucide emozioni. Ha provato più volte a dare un nome a queste emo­zioni, ma la parola lo ha sostenuto solo in parte. Spesso il linguaggio verba­le non trova l’espressione esatta del linguaggio corporeo. E’ più faci­le descrivere i comportamenti che decifrare le emozioni.

La guerra, ufficialmente, era terminata il 25 aprile, così diceva­no, e l’Italia poteva considerarsi liberata. I soldati italiani, quelli ri­masti vivi, stavano raggiungendo le loro famiglie e i cari superstiti. Anche tra la popolazione vi erano stati deportati e morti, non solo tra i soldati in guerra.

La mamma e Franco, con un carretto trainato da un asino e l’a­iuto di un’amica della mamma, si trasferivano dalla campagna, ad una casa sulla provinciale, di proprietà del nonno materno, all’estre­ma periferia, a sud del paese.

Un vicino aveva prestato carretto ed asino. Le poche cose erano state accatastate sul carro, sua madre era salita, aveva preso le redini e aveva guidato l’asino attraverso le strade di campagna sino alla nuova destinazione. Franco seguiva con la bicicletta, ora pedalava davanti, sparendo dietro una curva, ora aspettava e poi riprendeva a pedalare dietro il carro. Per lui era un gioco, sapeva condurre la bici­cletta “da grandi”. Quelle per i piccoli allora non c’erano, o se c’era­no non le aveva mai viste.

Era una giornata calda, di fine aprile.

Già da qualche giorno, in paese e in altri vicini, alcuni soldati erano tornati. A loro erano richieste notizie di altri commilitoni: spesso erano partiti as­sieme, avevano combattuto sullo stesso fronte, aveva­no pure fatta assieme la prigionia, ma  non erano ancora ritor­nati.

Le notizie correvano. Si diceva che molti reduci erano al se­guito degli Americani, che salivano al Nord e trovavano sacche di resisten­za. In più, il Po, con i suoi ponti crollati sotto i bombarda­menti, sbar­rava la possibilità di una rapida risalita verso il Veneto.

Così ad Ostiglia era necessario costruire un ponte di barche e ci voleva tempo, anche se gli Americani erano rapidi, avevano tutto il necessario, ma occorreva del tempo.

Nella fantasia della gente gli Americani non solo davano la cioccolata, ma soprattutto erano onnipotenti. Avevano scacciato i Te­deschi

La gente parlava, le notizie si diffondevano attraverso i campi, da una corte all’altra, da un casolare all’altro, verso la piazza del pae­se. Vi era sempre qualcuno che aveva notizie più nuove.

Il mercato del martedì di quella settimana, come da sempre, da tempi immemorabili, era la fonte delle notizie, di banco in banco.

Anche chi non sapeva, raccontava, perché lo aveva sentito dire, che il ponte era sorto come un miracolo: era come se avesse assistito in prima persona alla sua costruzione.

Ognuno aggiungeva qualcosa, toglieva e ampliava: nelle varie voci vi era la speranza di vedere riapparire il padre, il fratello, il ma­rito, il figlio da un momento all’altro, dietro la curva della provincia­le o lungo il sentiero dei campi.

La notizia, che il grosso dell’esercito americano con i reduci ita­liani aveva oltrepassato il Po e si stava dirigendo verso Verona, era rimbalzato nella notte. Lui la mattina l’aveva sentita.

Otto anni sono otto anni: si è svegli, curiosi, riservati, si os­serva, si ascolta, si macina, si tace. Qualche volta si parla se gli adulti lo permettono.

Lui pensava molto e parlava poco. Sarà una caratteristica della sua vita.

In quei giorni Franco era particolarmente serio, si appartava, quando di norma dovevano tenerlo, perché una ne pensava e due ne faceva. Gli piaceva muoversi, correre, giocare, ma sapeva anche sta­re seduto ad ascoltare la Radio Vaticana o a leggere un libro d’av­venture. Libri in casa ce n’erano pochi, sarà la vita a farlo innamora­re dei libri, d’ogni genere.

In quel periodo era D. Angelo, il curato, a prestargli, ogni setti­mana, per anni, un libro. Quando grande ha potuto disporre di sce­glierseli ed acquistarli, è sempre stata una grande soddisfazione. E’ contento perché il piacere della lettura si è trasferita ai suoi figli.

 Quella mattina l’aveva passato in cortile, davanti a casa, a gio­care da solo o con due bambine più piccole, accuditi dalla loro mam­ma, che, quando non li vedeva, urlava come un’ossessa. A due­cento metri passava il Menago e aveva paura che andassero a gio­care sulla sponda, come qualche volta era successo.

La sponda era alta, si scendeva per un breve ripido viottolo fino all’acqua, dove le donne andavano a lavare i pochi panni.

Sua mamma era nei campi, dall’altra parte del fiume, a lavo­rare. Sarebbe tornata a mezzogiorno e poi si sarebbe recata da sola, con la bicicletta, in un paese vicino, dove un signore, che era partito con il papà, era tornato: sperava di avere notizie.

Da dopo il trasloco, sua madre era molto ansiosa, agitata, intrat­tabile. Non le si poteva dire nulla. Franco si ero permesso di afferma­re che era sicuro che il papà sarebbe tornato. Come risposta un pro­lungato singhiozzo con abbondanti lacrime. La dovette conso­lare, stringendola forte forte.

Così, sua madre, il primo pomeriggio, riprendeva la bicicletta, af­fidava il figlio ad una sorella, che abitava a cinquecento metri ed aveva pure il marito disperso in guerra, e si dirigeva al paese.

In casa di questa zia, bisognava non fare rumore, non correre, perché il signor Arturo, da sempre il capo della famiglia, andava a letto, come ogni pomeriggio a riposare e anche il cugino di cinque anni, figlio della zia, doveva dormire.

Così con il permesso della zia era andato in cortile, davanti alla casa, chiuso da una siepe che lo divideva dalla strada provinciale. Poi aveva vagato nel campo sotto le vigne, dietro la casa ed era an­dato a sedersi su un carro sotto il portico.

Nel campo aveva trovato un bastone e con il coltellino, portato di nascosto da casa, si era messo ad incidere delle figure sul legno. Tempo addietro aveva osservato un giovane istoriare un bastone e lo stava imitando: gli riusciva bene.

Le ore non passavano mai. Una volta la zia era uscita a control­lare dov’era. Lo aveva visto tranquillo sul carro e se n’era tor­nata in casa.

La giornata era calda, afosa, il cielo lievemente coperto. Di quando in quando passavano delle automobili, dei carri trainati da buoi, gente in bicicletta. Li sentiva, alzava la testa distratto, poi ri­prendeva ad incidere.

I pensieri vagavano dalla mamma al papà. Era triste e aveva vo­glia di piangere, ma anche di correre e di giocare a calcio. Come tro­vare compagni nei paraggi? Ve n’erano nella corte accanto, ma sape­va che il signor Arturo non li voleva nel suo cortile e lui non poteva andare dall’altra parte.

Il signor Arturo, che la zia chiamava “zio”, era irremovibile. Per cui Franco se ne stava accovacciato sul carro in attesa che la mamma tornas­se. Non arrivava mai. In casa non vi era alcun movimento: tutti dor­mivano, o così sembrava.

Tra le sedici e le diciassette, un uomo in bicicletta si fermava davanti al cancello, apriva ed entrava nel cortile davanti alla porta di casa. Contemporaneamente lo chiamava più e più volte. Era suo zio Pietro che gli gridava: “Franco, vieni, vieni a vedere chi arriva… C’è tuo papà”.

Franco lo guardava e gli diceva di non scherzare. Allo zio, infat­ti, piaceva scherzare e più volte lo aveva fatto con lui. Si era an­che arrabbiato, per questo lo zio era stato sgridato dalla nonna. Lo zio Piero era tornato dal fronte russo, qualche mese dopo l’armistizio, si era imboscato, sfuggendo alle retate dei nazifascisti.

Franco non aveva fatto a tempo ad arrivare dove c’era lo zio, che altre due biciclette uscivano dalla curva, attraversavano la strada e si fermavano davanti al cancello: il nonno materno e suo padre. Lo zio non aveva scherzato, suo padre era lì davanti a lui, che scendeva dalla bicicletta.

Avveniva un grande e prolungato abbraccio…, lungo, lungo. Ma quell’abbraccio e altri successivi non cancellavano il tempo d’as­senza e gli abbracci mancati di tutti quegli anni, il periodo della Ger­mania, della guerra e della prigionia in meridione.

Suo padre lo ricordava bene, lo aveva visto cento e cento volte nelle poche fotografie che erano nel comodino della mamma e in una che da sempre dominava sulla credenza. In cucina.

Del matrimonio non ce n’erano, ma una di quando faceva gli anni di leva, in divisa da soldato di cavalleria. Le guardava spesso, di nascosto della mamma, per non vederla piangere.

Quell’uomo sul cancello era suo padre, un po’ più in corporatu­ra rispetto alle fotografie, con qualche ruga, che sulla foto non c’era.

Lui era tra le sue braccia.

La zia, il signor Arturo ed altre persone del caseggiato vicino si stavano raccogliendo nel cortile, quando arrivava trafelata in biciclet­ta sua madre, che era stata avvisata in piazza dell’arrivo di An­gelo. L’abbraccio tra suo padre e sua madre è stato lungo, le lacrime mol­te.

La gente parlottava, lo zio e il nonno spiegavano l’accaduto. Il papà era arrivato e si era diretto alla casa del nonno, perché sapeva che quando era partito i due vi erano andati. Li credeva ancora là.

Varie persone, a piedi o in bicicletta, si fermavano, abbracciava­no e si congratulavano. Era una festa.

Solo la zia era in disparte, con suo figlio per mano: suo marito non era ancora tornato; si diceva che era prigioniero degli Inglesi in Algeria. Sarebbe ritornato a luglio.

Il cinque di maggio aveva cambiato la sua vita. Dopo anni, fi­nalmente, la sua famiglia era riunita.

Quella sera dormiva volentieri nel suo letto e non più con la mamma, come negli ultimi tre anni.

Annunci

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
Questa voce è stata pubblicata in Articoli, Pubblicazioni, Ricordi e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.