Le anse del fiume – 6.Sotto lo stesso tetto – Gilberto Gobbi

Le anse del fiume – 6. Sotto lo stesso tettoGilberto Gobbi

Nato in febbraio, a sei anni, Franco aveva fatto la prima comunione ed era diventato chierichetto. Era ancora all’asilo. Su insistenza del par­roco, aveva frequentato il catechismo per la prima comu­nione. Lo sapeva tutto a memoria e aveva vinto anche le gare, che di norma erano svolte davanti alla popolazione, durante le funzioni della domenica pomeriggio.

Per mano ad una compagnetta, usciva dall’asilo, il primo pome­riggio, e si recava in parrocchia al catechismo e poi ritornava per an­dare a casa. Così alla presenza della mamma, di una sua amica e dei nonni materni faceva la prima comunione, una domenica di aprile, dopo Pasqua. Suo padre non c’era. Era in guerra.

La mamma gli aveva fatto confezionare un vestito blu da una sarta che abitava in mezzo alla campagna. Era andato due volte “alle prove”. Lo potè mettere poche volte.

Dopo l’8 settembre del ’43, i tedeschi avevano occupato la sta­zione dei carabinieri del pae­se e requisito altri edifici, si erano spinti verso la bassa vero­nese sino nelle più piccole fra­zioni disperse nei campi. Controlla­vano e comandavano.

 Nel frattempo, ad ottobre sempre del ’43, Franco cominciava a frequentare la prima elementare.

I cacciabombardieri passavano sempre più spesso sulla direzio­ne verso il Brennero e verso le città del Nord-Est. Verona, quale nodo stradale e ferroviario strategico, era un obiettivo frequente: sganciavano le bombe sulla stazione, lungo le linee ferroviarie e le arterie stradali.

Di giorno e di notte facevano buona guardia lungo la provincia­le i caccia dell’una e dell’altra parte, ognuno mitragliava a vo­lontà. Spesso, al rumore in lontananza, ci si doveva rifugiare nei fossi e nei cunicoli scavati a forma di elle al margine della strada nei campi adia­centi.

Ci furono vari episodi, che convinsero la mamma che la casa del nonno non era più sicura per loro due e che occorreva rifugiarsi in un altro ambiente.

Un avvenimento decisivo è stato l’essersi trovati sotto il fuoco dei caccia americani, che mitragliavano un convoglio tedesco, che passa­va nei pressi del palazzone, sulla provinciale.

Sua mamma, il nonno e altre tre persone di una famiglia vicina stavano sistemando il campo dietro la corte. Con loro c’era anche Franco.

Il campo era seminato a piselli. Con la zappa occorreva sradica­re l’erba e smuovere la terra dei lunghi e numerosi solchi. Anche Franco con una zappetta faceva quello che poteva.

Sulla provinciale transitava un convoglio tedesco, proprio nelle vicinanze del campo.

Improvvisamente due aerei arrivavano radenti il suolo e mitra­gliavano una prima volta il convoglio. Tutti si buttavano supini in un fossato, fermi, immobili. Franco rispondeva al richiamo della mam­ma: era lì vicino, tra le spine, a fianco di un giovane che lo te­neva stretto.

Gli aerei ritornavano più e più volte a mitragliare. Da terra i te­de­schi rispondevano con le mitragliatrici. Le pallottole fischiavano da tutte le parte sulle loro teste. Un camion bruciato, due tedeschi fe­riti.

Dopo qualche giorno Franco ritornava nel fossato con altri bam­bini e trovava delle pallottole conficcate nella terra poco lontano dal luogo in cui lui si era accovacciato.

Ricorda ancor oggi l’accaduto, il convoglio, gli aerei, la sparato­ria. Di quelle persone del fossato è rimasto l’unico.

Di recente è passato da quelle parti e si è fermato ad osservare. Il palazzone c’è ancora, ristrutturato e quel campo è stato urbanizza­to: sono sorte delle palazzine. Il fosso è stato ripianato e le piante ro­bi­nie sradicate. Un muro di sassi e cemento divide lo spazio della vec­chia corte dalle nuove costruzioni.

Tra il ’43 e il ’44 Franco riusciva a terminare la prima elementa­re.

La guerra conti­nuava, gli aerei bombardavano Verona, di giorno e di notte. Spesso le luminarie dei bombardamenti erano visti a venti chilometri. I bambini in braccio dormivano, mentre i più grandicelli erano curiosi e volevano vedere e sapere. Gli adulti s’infastidivano delle trop­pe domande.

Ci furono altre incursioni lungo la provinciale e un bombarda­mento sulla stazione e la linea ferroviaria del paese.

Una domenica del ’44, mentre Franco serviva la messa delle dieci, celebrata da don Vincenzo, gli aerei improvvisamente fecero irruzione sulla stazione ferroviaria di Bovolone, sganciando una quantità enorme di bombe.

Qualcuna cadde non lontano dalla chiesa.

Le poche persone presenti uscirono e cercarono rifugio dove potevano. La messa continuava. D. Vincenzo, imperterrito, prose­guiva con le formule e le preghiere, mentre Franco era inginocchiato sul primo gradino. Aveva finito di suonare il campanello della consacrazione quando si sentiva strappare e condurre in sacrestia. Era sua madre, che gli toglieva la vestina e se lo trascinava fuori della chiesa, in piazza.

Oramai gli aerei erano lontani. Vi era già chi parlava di morti e feriti. Si seppe, più tardi, che vi erano stati danni alla stazione, al convoglio carico di carri armati, cannoni e mitragliatrici e alla linea ferroviaria. Nessun morto né ferito.

Per sua madre questo episodio fu l’ultimo. Lo stesso pomerig­gio riprese la bicicletta e andò da sua sorella a circa sei chilometri, che, con la sua famiglia numerosa, abitava in un grande casolare, in mez­zo alla campagna.

Lì si era già rifugiato il podestà di Cerea con la famiglia (moglie, figlia di diciotto anni e un figlio piccolo di sei), che aveva occupato un appartamento dietro la corte. La sorella e suo marito accondisce­sero a cederle il tinello (l’entrata) in cui mettere i pochi mobili (tavo­lo, sedie e credenza) e una camera al piano superiore, di passag­gio, dove ci stava un letto matrimoniale.

Così, alla fine della primavera del ’44, Franco si ritrovò a casa dei cugini, ben cinque, lui figlio unico.

Qualche bisticcio, qualche zuffa non solo tra bambini, ma an­che tra sorelle. Sua zia aveva il marito a casa, che accudiva la stalla e la­vorava la campagna come bracciante. Non era andato in guerra per la famiglia numerosa, e se ne vantava.

Vi erano gelosie e incomprensioni tra sorelle. Con gli anni, Franco potè capire che risalivano a tempi lontani, alla loro infanzia. Tra le due sorelle vi erano dieci anni di differenza, sua madre era la più giovane e, come tale, così dicevano, era la beniamina del nonno. In più il marito della zia non era ben visto in famiglia, sembrava che il nonno non avesse tanta considerazione di lui. Gli aveva messo in­cinta la prima figlia.

Franco non capiva, ma sentiva, ascoltava e si poneva tante do­mande, le cui risposte vennero con il tempo. I suoi studi lo hanno facilitato.

Dopo un po’ di tempo, un giorno arrivò un gruppo di tedeschi, che occuparono una parte di stabile ancora libero. Erano delle “SS”. Così, nella parte della casa che dava sull’aia, con una sola entrata, abitava­no la famiglia della zia e la sua (lui e la mamma), mentre nella parte che dava sulla campagna vi erano due entrate, una per la fami­glia del po­destà e l’altra per i tedeschi, una decina, che avevano una camionetta, un camion e quattro grossi cavalli.

Ai suoi occhi quella località era in capo al mondo; per arrivarci occorreva attraversare campi, seguire strade sterrate, polverose d’e­state e fangose d’inverno. Sua madre faceva quella strada in bicicletta due volte al giorno per recarsi al lavoro. La Balilla del podestà sobbalzava e andava adagio.

Gli aerei, li vedeva alti alti. Squadriglie di bombardieri in for­mazione si dirigevano verso Nord-Est. Il rombo arrivava cupo e con­tinuato. I caccia non si facevano vedere, perché il luogo era lon­tano da ogni via di comunicazione importante. La ferrovia e la pro­vinciale passavano a qualche chilometro.

Le notizie arrivavano con il podestà e la signora, che ogni matti­na si recavano con la Balilla in paese dove gestivano un negozio di stoffe. Uno, o forse l’unico, ancora aperto.

Vi erano mezze frasi, parole smozzicate, “vi sono i bambini, aspetta, dopo…”, “…davvero?”

Franco passava, ascoltava, taceva, ca­piva. A febbraio del ’45 aveva com­piuto appena otto anni. Aveva capito che quel pi­lota ame­ricano, il cui aereo era stato colpito, era caduto col paraca­dute in mezzo alla campagna tra Cerea e Sanguinetto, e ora si tro­vava nella soffitta della casa. La famiglia del podestà lo accudiva.

Aveva sentito dei rumori venire dalla soffitta. Gli era stato detto che erano i topi, che facevano le loro scorrerie. Aveva fatto finta di credere. Aveva capito e si era fatto capire dalla mamma che lui sapeva. Così la mamma in casa della signora, la moglie del podestà, di fronte alla figlia e al podestà stesso, si faceva promettere, giurare, di non dire nulla a nessuno, specialmente ai suoi cugini.

Mantenne il segreto fino a quando i tedeschi se n’erano andati e il pilota era sceso in carne ed ossa.

Lo aveva immaginato un extraterrestre. Invece, era un giovanot­to alto, robusto, con capelli neri. Un giovane come tanti altri. Nulla di straordinario.

Allora si poteva permettere di svelare ai cugini che da tempo sa­peva dell’aviatore americano su, in soffitta. I cugini non gli credeva­no, anche la loro mamma, la zia, diceva che Franco barava. Non c’era verso di convincerli, affermavano che era una grossa bugia. Sua mamma gli diceva di lasciar stare e di non badarci.

Lui, però, si sentiva un eroe, perché con il suo silenzio aveva contribuito a salvare la vita di un americano, venuto in Italia per libe­rarla.

Questi pensieri se li teneva dentro, non li poteva manifestare a nessuno.

Con il tempo comprendeva quanto quel silenzio e quel segreto gli erano stati di tirocinio per altri silenzi e altri segreti. Tanti.

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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