Le anse del fiume – 4. Radio Vaticana

Le anse del fiume – 4. RADIO VATICANA

Dopo l’otto di settembre del 1943, Franco ha passato ore ed ore, il pomeriggio, seduto su un divano di una casa signorile ad ascoltare la radio. Era l’unica famiglia ad avere la radio tra le tante che abita­vano in quella frazione del paese.

Franco e sua madre, dopo la partenza del padre per la guerra, sono andati ad abitare presso la casa del nonno materno, dove era nata e morta sua sorella, a un chilo­metro e mezzo dal centro del pae­se, nel “palazzòn”, dopo il cimitero e il mulino sul Menago.

La casa dove andava ad ascoltare la radio era della famiglia proprietaria del mulino.

La mamma andava a lavorare e lui a casa con la nonna o in com­pagnia del nonno, che lavorava i campi e badava alla stalla. Gli zii non erano ancora tornati, uno dalla Russia, l’altro dall’Albania.

 Il pomeriggio, “Radio Vaticana” trasmetteva continuativa­mente, per circa un’ora, liste di nominativi di militari dispersi, sui vari fron­ti, ma ancora vivi.

Lui non aveva cognizione di come facessero a trasmettere tutte quelle notizie; una cosa sapeva: che di suo padre si erano perse le tracce, che la mamma continuava a piangere, che lui era triste, che il mondo era cattivo, che ancora una volta il suo papà non c’era nelle liste della Radio.

Malgrado stesse molto attento, il nome di suo padre non lo ave­va mai sentito. La radio continuava a dare cognomi e nomi, per un’o­ra. Poi suonava una musica e quindi rinviavano al giorno suc­cessivo. Così ricorda.

Durante le trasmissioni, qualche pomeriggio la signora, che era sempre molto gentile con lui e gli parlava in italiano (non era verone­se), anche lui si sforzava di parlarlo, gli offriva dei biscotti fatti in casa. Entrando da fuori, se ne sentiva il profumo venire dalla cucina.

La signora era giovane e non aveva figli, e più di una volta gli si sedeva accanto accarezzandolo. Era molto dolce. Spesso, termi­nata la trasmissione, verso le sedici, gli dava altri biscotti da portare alla mamma, che al ritorno dal lavoro, verso le diciannove, gli chie­deva e richiedeva se era stato attento, se non si era distratto, se aveva sentito bene.

Più di una volta Franco le ripeteva a memoria una sfilza di nomi. Ancora non bastava alla mamma: lui, domani, avrebbe dovuto essere ancora più attento, perché, non si sa mai che si fosse distratto.

Ha saputo dalla nonna che la mamma si era messa in contatto con persone della Croce Rossa di Verona, su indicazione del dottore del paese, che ogni volta che stava male, andava a casa a visitarlo e ad ordinargli le medicine. E’ sempre stata una figura importante nella vita della sua famiglia, quel medico.

Neanche dalla Croce Rossa arrivavano notizie.

Radio Vaticano continuava a trasmettere, ma di suo padre nulla. Con il tempo, non ricorda quanto, non gli era più chiesto di passare pomeriggi ad ascoltare tanti e tanti nomi.

Si rifiutava di pensare che suo padre fosse morto. Più volte scac­ciava questo pensiero. Di tanto in tanto sentiva il nonno sgridare la mamma, perché doveva essere più fiduciosa e pensare di più a suo figlio, che sentiva e soffriva.

Il nonno, spesso, se lo portava nei campi e nella stalla e faceva con lui delle lunghe chiacchierate. Rispondeva ai perché di Franco, come l’altro nonno paterno. Qualche volta gli diceva che voleva sa­pere troppo, che doveva crescere, sarebbe andato a scuola e allora avrebbe imparato tante cose. Gli diceva anche che da grande doveva studiare, perché “chi ha cultura se la cava meglio”. Però bisognava andare in città.

Anche questo nonno aveva studiato, aveva il diploma di quinta elementare, mentre la nonna si era impegnata con tenacia ad impara­re a fare la sua firma. Ne era fiera di fronte alle donne della sua età, che non avevano fatto neanche questo.

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