Il padre non è eterno

 

IL PADRE NON E’ ETERNO – Gilberto Gobbi 

Anche per il figlio il trascorrere degli anni del padre di­viene lo specchio, in cui si riflette il suo presente e il suo futuro.

Quel padre, inizialmente onnipotente e successivamente ridi­mensionato e riconosciuto nella sua reale identità, ora si presenta sempre più necessitante. Il tempo inesorabilmente ca­povolge la situazione: il padre ha bisogno del figlio.

Ma in questo suo riconoscerlo, il figlio vorrebbe la conti­nuità del padre nel tempo: i padri non sono eterni, se non nell’intenzionalità, perché anche il ricordo è destinato a cessare lentamente con il pas­sare delle generazioni.

L’eternità sulla terra è solo intenzionalità.

A volte, una relazione tra padre e figlio, intrisa d’una con­flit­tualità esasperante, manifesta o sotterranea, fa crescere in questi il desiderio della morte del padre, percepita come libe­razione da vin­coli e catene, non tanto materiali quanto psicolo­gici. Sono situa­zioni al limite dell’esasperazione e della tenuta delle potenzialità umane. Ma all’uomo è possibile anche questo: volere la morte di chi gli ha dato la vita.

La morte viene quando viene.

E, allora, come aiutare il padre?

Di fronte alla morte si è impotenti, tut­tavia, il legame del debito può aiutare il figlio ad avere una serie di atteggiamenti, che facilitino l’accostamento del padre a questo fatto ineluttabile.

Mi viene di condividere ciò che anni fa ho letto in un libro di Campione: “Forse bisognerebbe fargli capire che chi deve morire può vincere la sua solitudine, o almeno attenuarla cercando di morire per qualcuno, in funzione di qualcuno, dando alla sua morte un senso che riguarda gli altri che restano” (Campione, F., Il deserto e la speranza. Psicologia e psicopatologia del lutto, Roma 1990)..

Solo così la morte, non essendo per chi resta solo una “perdita” ma anche l’apertura per loro di un nuovo oriz­zonte di senso, sarà sì assurda per chi muore ma feconda per gli altri. Lui potrà morire consape­vole di aver affidato agli al­tri che restano un significato, che può rendere la sua morte per loro sensata e per lui non solo necessaria ma forse anche utile, al di là di sé.

E’ la dimensione dell’accettazione della vita in funzione della morte, che comporta un lavorio semplice e complesso di ricerca e di significato della vita durante tutto il percorso che è concesso. Ciò richiede aprirsi alla trascendenza e alla va­lorizzazione della traiettoria “vita-morte”. Diviene la re­alizzazione estrema e concreta dell’intersoggettività, che ricomprende in sé il morire per­ché altri possano vivere, ai quali si lascia qual­cosa di fondamentale di sé. E’ gioioso e arricchente, leggero  e duraturo lasciare di sé in eredità al figlio la te­stimonianza di una vita vissuta come incessante ricerca di senso e di significato.

In questa prospettiva il padre permane come figura di de­side­rio, che permette al figlio di affrontare il lutto per la per­dita attra­verso la riacquisizione di un nuovo slancio e senso per la vita, nel ricordo sereno di ciò che il padre gli ha lasciato.

Con la morte si ricompone il cerchio della funzione pa­terna: la paternità come realtà umana destinata ad altri.

 Vivrò al di là della morte,

e canterò al tuo orecchio

anche dopo che l’onda immensa

mi avrà ricondotto nell’immenso abisso.

Sederò alla tua mensa

benché privo di corpo,

e mi recherò con te fra i campi,

spirito invisibile.

Mi metterò con te al lato del fuoco,

ospite non visto.

La morte non cambia se non le maschere

che ci coprono il volto.

Boscaiolo rimane il boscaiolo,

agricoltore l’agricoltore,

e colui che scioglie la sua canzone al vento

la canterà anche alle mobili sfere. (Gibran)

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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