Una coppia funzionante nella sua disfunzionalità

UNA COPPIA FUNZIONANTE  NELLA SUA DISFUNZIONALITA’ 

Gilberto Gobbi

 ” La coppia è l’ambito dell’incalcolabile” 

Carla chiede un colloquio perché vuole a tutti i costi recuperare il marito. Gli sono stato indicato, perché credo nella coppia, e non consi­glio di separarsi dopo appena un colloquio, anche se le proble­matiche relazionali di coppia presuppongono un intenso conflitto. Ri­tengo neces­sario approfondire e verificare se effettivamente non ci sono i presuppo­sti per un recupero positivo della relazione.

Sono sposati da sette anni e lui quattro settimane fa se n’è anda­to a vivere in un residence. Da allora tutte le sere torna a casa, cena con loro, mette a letto la bambina, saluta e se ne va.

Lei non capisce, si volevano tanto bene, hanno sempre fatto assie­me molte cose, prima e dopo il matrimonio, che hanno voluto en­trambi e assieme lo hanno organizzato. Anche la figlia, l’hanno volu­ta entram­bi. E’ vero, hanno caratteri profondamente diversi, ma non è mai stato un problema, o, almeno, così sembrava fino a poco tempo fa.

Lei, ragioniera, impiegata in una multinazionale come segreta­ria della presidenza, è pignola, precisa, formale, diligente. Vuole le cose al loro posto. La sua immagine deve essere sempre perfetta.

Lui, rappresentante, è abituato a girare, modificare programmi, im­provvisare. Vestire in modo o nell’altro per lui è lo stesso. Suona la sera in una band: la musica è la sua grande passione, da sempre, da quando frequentava il liceo scientifico. Dopo due anni d’iscrizione all’università ha abbandonato per il lavoro e si è sposato per amore a venticinque anni.

Il loro primo incontro è stato un colpo di fulmine, come si dice, e un’esplosione d’erotismo. Lui se n’è innamorato immediatamente, lei più lentamente.

Prima del matrimonio le divergenze c’erano, ma erano sottaciu­te. Per paura della rottura i due sopportavano e tacevano, con la spe­ranza, illusione, che con il matrimonio le cose sarebbero cam­biate.

Nei successivi colloqui emerge che non era un’illusione covata solo da lei, ma anche da lui. Di norma sono più le donne a voler cambiare gli uomini. L’uomo, però, quando si mette nella testa l’idea che la donna deve cambiare, diviene ossessivo e assume un comportamento insoppor­tabile.

Carla lo vuole a casa, perché lo ama, perché è disposta a fare qua­lunque cosa per riconquistarlo, anche a cambiare alcuni suoi atteggia­menti.

Io premetto sempre che per fare un percorso di coppia occorre esse­re in due, disponibili a farlo. Se si è in uno solo, si conclude ben poco. E’ necessario essere disponibile a conquistare, ma occorre pure essere disponibile a farsi conquistare. E’ vero, però, che vi sono delle situazio­ni terapeutiche, in cui si lavora con il singolo “come se” vi fosse la cop­pia. Per il processo di circolarità e per le reciproche influenze comporta­mentali, le modifiche che avvengono in uno, la persona in psicoterapia, producono dei cambiamenti nell’altro membro (non presente).della cop­pia

Solo al terzo colloquio sostiene che il marito, secondo lei, frequen­ta un’altra donna, da qualche tempo a questa parte. Non sa che impor­tanza dare a questa relazione. Ad ogni modo, relazione o no, lei lo vuole a casa con lei e la figlia, perché “quello è il suo posto, accanto a me e a nostra figlia”.

Racconta che Antonio, suo marito, tutte le sere va a casa, gioca con la bambina, s’interessa della salute della moglie e del suo la­voro. Assie­me definiscono gli ultimi dettagli dell’appartamento, che hanno acqui­stato e che sarà pronto a metà di giugno, prima delle fe­rie. Mette a letto la figlia, gli legge una favola, saluta e se ne va verso le 22.30, per ritor­nare la sera successiva. Così da quando è uscito da casa.

L’appartamento è quasi pronto. E’ gennaio, vi è ancora tempo, ma occorrerà pensare al trasloco e a chi andrà ad abitarci. La pro­prietà è condivisa. Lei ci vuole andare tutti e tre.

Cerco di indagare con la signora il perché il marito vada tutte le sere a casa. Non se ne capacita, non capisce, ritiene che sia  solo per la figlia e che di lei non gliene importi nulla. Mi permetto di insi­nuarle il dubbio che il marito vada anche per lei, Carla, e che nel frattempo con il suo comportamento è come se le volesse dire: “Ci sono, ma non per te. Come sei ora, non mi vai…, ci sarò quando cambierai…”.

Le suggerisco di dire al marito che sta facendo una serie di colloqui e di chiedergli se è disponibile a venire ad un incontro da solo, perché, vista la situazione, avevo manifestato il desiderio di in­contrarlo.

Lui mi telefona e fissiamo l’appuntamento.

Svolgo due colloqui con lui, in cui manifesta la sua esuberanza, la voglia di vivere, di progettare, di ritornare con la famiglia. Af­ferma che la relazione con un’altra donna è solo una sbandata, che non se n’è an­dato per questo, ma perché con la moglie è impossibile vivere, perché ha mille restrizioni, cento remore, in tutti i campi.

Antonio sa di essere una persona difficile, ma non impossibile. Dice di dimostrare di sapersi assumere le proprie responsabilità, ma “vuole vivere, vivere, vivere”. Anche se c’è il nuovo appartamento, o cambiano tra loro determinate cose, oppure ad abitarci vi andrà la mo­glie con la figlia e lui si troverà un bilocale in affitto.

Non ha bisogno di farsi conquistare perché: “Quella donna, io la amo, la amo maledettamente…, e anche lei mi ama…, ma dob­biamo cambiare…, trovare un accordo, dei compromessi, nuovi equilibri”.

Alla fine del secondo colloquio, propongo un incontro con la mo­glie, per affrontare le problematiche che uniscono e quelle che dividono. Poi si vedrà. Quando si fa terapia di coppia, si sa come si inizia, ma non v’è la certezza che i due riprendano il cammino as­sieme. A volte la con­clusione è la separazione, con una buona atti­vazione della comunicazio­ne.

L’immagine che mi rimanda questa coppia è quella che ho avuto molte volte con altre.

Ognuno si trova da una parte opposta del ponte a guardare l’altro, in situazione d’attesa e di provocazione. Ciascuno vuole che sia l’altro a fare il primo passo verso di lui, perché, chiuso in se stesso, ritiene che “ciò è giusto”.

Purtroppo, spesso, nessuno dei due si muove e prende l’iniziativa di andare incontro all’altro, ma resta fermo nella propria posizione.

Con il tempo, uno dei due, se non entrambi, volta le spalle e s’in­cammina verso un’altra direzione.

Il ponte dovrebbe permettere di incontrarsi in una zona centrale, in un territorio comune dei due. E’ lo spazio psicoaffettivo della coppia, in cui ciascuno possa ritrovarsi.

Nella dinamica di coppia, quando i due sono arrivati ad essere uno di fronte all’altro dalla parte opposta del ponte, occorre che uno dei due si muova, perché si modifichi la situazione.

In questa coppia mi sembra che c’è la disponibilità a trovare la zona comune, lo spazio psicoaffettivo in cui ri-generare la relazione. Il lavoro lo dirà.

Il colloquio avviene il sabato mattina. Quel giorno sono solo a la­vorare nel centro, dove vi sono altri tre studi per altri operatori.

I due si accomodano sulle poltroncine di fronte alla scrivania, per cui, per potersi guardare, ognuno si deve girare verso l’altro. E’ come se tra i due vi sia uno spazio neutro, una terra di nessuno.

Introduco la seduta premettendo che la signora Carla si era ri­volta a me “per essere aiutata a riavere suo marito” e che il marito aveva accet­tato di confrontarsi per vedere di “riavere una moglie di­versa”, la stessa donna, ma “diversa”, perché è “ancora innamorato di lei”.

Carla ascolta e sta per sbottare, ma la blocco col cenno della mano, perché ritengo che non è il caso di lasciare esplodere l’aggressività.  Così mi rivolgo a lei perché esprima il suo pensiero sulla presenza del marito a casa ogni sera, il quale accompagna a letto la figlia, parla con Carla dei problemi della nuova casa e poi se ne va a dormire altrove.

Carla ritiene che il marito vada solo per la figlia. In quel mo­mento lui la guarda e sbotta: “Ancora una volta non capisci: io vengo per te, per vederti, starti vicino e decidere che cosa fare, per­ché, sono una be­stia e io ti amo… Lo vuoi capire?”. Concitato, le prende la mano, lei si lascia andare, si alza, gli si avvicina e se lo abbraccia.

Il primo abbraccio dopo tanto tempo. Vi è anche un rapido ac­cenno ad un bacio.

Questo chiarimento permette di andare oltre, di far emergere gli aspetti positivi reciproci, come persona, e di far mettere in risalto ciò che li ha unito e che ancora li unisce fortemente. Anche se i due tendono ad elencare gli aspetti negativi, spetta al terapeuta richia­marli e riportarli alla positività. Con questa coppia riesce facilmente, con altre occorre un’attenzione particolare.

Questo primo colloquio assieme permette di far sì che i due ripren­dano ad esprimere l’affettività. I due sono molti fisici. La più sostenuta è la signora. Malgrado ciò, concordiamo una serie di col­loqui in cui af­frontare le reciproche richieste ed imparare ad ascol­tarsi reciprocamen­te.

L’ascolto non è facile, perché ciascuno si sente ferito e non ascolta­to. La storia relazionale pregressa condiziona la possibilità di apertura e di accettazione reciproca. Dico loro che ci vorrà del tempo e della dispo­nibilità.

I due confermano di avere tempo e disponibilità.

I colloqui si susseguono settimanalmente. Carla continua a vi­vere nell’appartamento con la figlia, Antonio ad andare la sera a cena e ad accudire la figlia, e poi a dormire altrove. Già al secondo colloquio dice di aver lasciato la persona e di aver preso una camera presso un motel (ne dice anche il nome). Nel frattempo program­mano le ferie e assieme sistemano la nuova casa. Escono assieme per l’arredamento, le tende, la nuova cucina. Vanno per mano ed an­che abbracciati.

Programmano di farsi le ferie, ritornare e quindi fare il trasloco e continuare la psicoterapia fino a quando sarà necessario. La setti­mana prima di partire per le ferie, d’accordo con Carla, Antonio ri­torna a dor­mire sotto lo stesso tetto.

I due hanno strutture di personalità profondamente diverse, in certi momenti si potrebbe invocare l’incompatibilità di carattere, tanta è la chiusura reciproca. L’incompatibilità non c’è, ma la diver­sità che impa­rano ad accettare e che diviene la ricchezza della loro coppia. Se non vi sono altre persone affettive che intralciano il per­corso, e vi è un minimo di amore, anche se sopito sotto le ceneri del tempo, la coppia ha gli stru­menti per riscoprirsi, per ricomporsi, per rivitalizzarsi.

Così è per la coppia di Carla ed Antonio, che si fanno seguire in psicoterapia per un altro anno, dopo il trasloco nella nuova casa.

In terapia i due si confrontano, si scontrano, si chiudono, si ascolta­no e ascoltano. Imparano a capire le emozioni dell’altro e a verbalizzare le proprie. A mediare le proprie esigenze e richieste.

Ho chiesto, di poster scrivere di loro. Non hanno avuto remore, perché “se si crede nell’amore, occorre mettercela tutta per realiz­zarlo. Non è semplice, è impegnativo ma gratificante nel tempo. E’ troppo fa­cile abbandonare di fronte alle difficoltà”. E’ lui che parla e rivolgendo­si alla moglie: “Vero, moglie, che è così?”

Per anni non li ho più visti. Succede, alcune volte, che andando per il mondo s’incontrano alcuni ex-clienti, che, tra un saluto e l’altro, ti di­cono della loro vita.

Loro, passarono anni, prima di incontrarli.

L’antivigilia di un Natale mi trovavo con mia moglie per la spesa in un supermercato. Il carrello si era riempito e stavamo af­frontando un ultimo corridoio per poi passare alla cassa.

Improvvi­samente mi sento chiamare dall’altra parte del corridoio. Alzo gli occhi e vedo un signore che spinge un carrello straripante e si dirige verso me.

Dietro viene una ragazzina di 10 anni e dietro ancora una si­gnora spinge un passeggino con un bimbo di un anno, circa. Li rico­nosco: An­tonio, la figlia più grande e la signora Carla con il nuovo nato.

Durante i convenevoli, esprimo il piacere di averli incontrati e af­fermo, vedendoli, che tutto procedeva per il meglio. Antonio, gli occhi sorridenti, barba incolta, vestito così così, – lei, invece, era elegante -, rivolto a me, dice: “Si ricorda come ci aveva definiti? Una coppia fun­zionale nella sua disfunzionalità… Noi siamo così, funzioniamo e bene nel nostro modo di vivere. La nostra è proprio una disfunzionalità fun­zionante… Vero, moglie, che ci vogliamo tanto bene?”

Strette di mano, complimenti per i due meravigliosi figli. Reci­proci auguri di Buon Natale e Buon Capodanno.

Li ho rivisti passeggiando per il centro, sempre funzionanti nella loro disfunzionalità, mano nella mano.

[Tratta da materiale di memorie non pubblicato Le anse del fiume, Verona 2010]

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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