La porta e la maniglia

 LA PORTA E LA MANIGLIA

    “La maniglia apre solo dall’interno.

     Nessuno può aprire quella porta se non l’inquilino” G.G.

     Anni fa seguivo un giovane di 24 anni, inviato da uno psichia­tra, perché “aveva bisogno di psicoterapia”.  Fino ad allora lo aveva soste­nuto con qualche colloquio, lo monitorava una volta al mese e lo sup­portava con antidepressivi.

Era il tempo in cui gli psichiatri stabilivano i cri­teri della salute mentale dei veronesi. Gli psico­logi potevano essere utilizza­ti e consultati per i test, l’orientamento scolastico e qualche colloquio di sostegno.

Io ero av­viato alla professione di psicoterapeuta.

In città che cosa fosse la psicoterapia poco o nulla si sapeva, eravamo pochi psicoterapeuti e qualcuno che svol­geva l’atti­vità di psi­cologo dell’orientamento scolastico e professionale. Così è stato per anni. Con il tempo gli psicologi si sono moltipli­cati e gli psicoterapeuti hanno raggiunto una loro visi­bilità nelle struttu­re e nel tessuto sociale veronese.

 Mi stavo facendo conoscere attraverso le varie conferenze per i ge­nitori e gli incontri con gli adolescenti. Andavo anche per qualche corso per fidanzati. Il mio nome appariva di quando in quando sul quotidiano locale nella rubrica “Ap­puntamenti”. Più di una volta mi si tele­fonava per sostituire qualche psichiatra, che all’ultimo momen­to aveva degli im­pegni improvvisi, più impor­tanti  dell’incontro in provincia sull’edu­cazione sessuale. Allora erano in modo parti­colare le parrocchie ad or­ganizzare questi incontri e logicamente chiamavano “persone fidate”.

Andare nelle nebbie della provincia, tra gente, che usciva allora dalle case la sera e si affac­ciava a discutere di responsabi­lità educati­va dei figli, che cominciavano a contestare, non era agevole. Dopo qualche anno – due o tre – non ho sostituito più nessuno: ero chiama­to in prima battuta. Poi gli incontri si sono allargati ai corsi per fidan­zati, alla comu­nicazione e alla sessualità della coppia. E’ stato un crescendo.

 Confesso che ero rimasto sorpreso e lusingato quando lo psi­chiatra, con cui avevo avuto un duro scontro sul lavoro degli psicolo­gi, mi aveva cercato per chiedermi la disponibi­lità di se­guire in psi­coterapia un gio­vane depresso, suo paziente.  Aveva ascoltato un mio in­tervento in una tra­smissione di una delle prime radio lo­cali. Le era piaciuto il di­scorso sui giovani che rimangono adolescenti e che non realizzano il salto nell’età adulta.

Se­condo il suo parere il giovane che m’inviava era uno che non vo­leva crescere, diventare adulto e as­sumersi le proprie responsabili­tà. Ab­biamo concordato che il gio­vane mi avrebbe telefonato: po­teva essere un segnale che avrebbe desiderato l’aiuto terapeutico. L’essere mandato in psicoterapia come un pacco postale, non porta ad alcuna conclusione. Lo psichiatra conveniva.

Diamogli un nome, a questo giovane, ne ha diritto: Luca, anche se mi leggerà, preferirà il suo vero nome, ne sono sicuro. La riserva­tezza ce lo impone ed è giusto che sia così. Luca è un nome abba­stanza diffu­so, perciò molti e nessuno possono ricono­scersi.

Luca aveva 23 anni, era depresso. Entrava nel mio stu­dio, si dirige­va alla poltrona e vi si sprofondava. Braccia abbandonate sui braccioli, testa reclinata, faceva un tutt’uno con la poltrona. Occhi abbassati, fronte e faccia tesi, che contrastavano con l’abbandono del resto del corpo.

Era depresso: glielo dicevano tutti. Secondo lui, la sua era una con­dizione se­gnata: nessuno lo poteva tirar fuori. Così era riuscito a far pre­occupare tutti. Da mesi non lavorava: aveva lasciato perché non se la sentiva di fare sempre le stesse cose.

Un biennio di scuola media superiore, come tornitore, poi a lavora­re in un’azienda meccanica. Il mi­litare svolto tra caserma, ospe­dale mi­litare e civile e casa. Poi il rientro in azienda, al tornio: ogni giorno gli stessi pezzi, la sera la televisione, il sabato fuori con gli amici, la dome­nica nulla.

A 22 anni il primo innamoramento, i primi rapporti, qualche falli­mento sessuale, ansia, nuovi fallimenti, sensi di colpa, l’abbandono del­la ragazza e del lavoro, chiusura in casa, con­sulta­zione dallo psi­chiatra ed ora si trovava nel mio studio.

 L’immagine che mi ero formato di lui, che andava prendendo sem­pre più forma, era di un bam­bino pic­colo accovacciato nell’ango­lo, a succhiarsi il dito.

A mano a mano che si susseguivano le sedute, l’immagine del de­presso nell’angolo assumeva una con­formazione ben pre­cisa. In quello stesso periodo seguivo altre per­sone “depresse”. Ciascuna aveva una ben chiara collocazione nell’ideogramma che avevo ela­borato.

Luca era ancora accovacciato nell’angolo a piangersi addosso, una si­gnora di 35 anni si era alzata e cercava di trovare una posi­zione eretta e di fare i primi passi nella stanza; l’impiegato di 39 già si era avvicina­to alla porta e stava afferrando la mani­glia per aprirla. Altre persone era­no uscite e stavano percorrendo le strade del mondo, al­l’aria aperta.

 A Luca ho raccontato come lo vivevo e come vedevo l’immagi­ne della sua situazione, e poi, nel tempo, l’ho ma­nifestata a tante altre persone.

Il depresso è uno che, per cause molteplici, si è lasciato andare, si è chiuso in una stanza, da solo. Si è ac­covacciato nell’angolo più lontano dalla porta, per eliminare i rumori. Ha pure chiuso le fine­stre e tirato le tende perché non filtri luce dall’esterno. La stessa luce in­terna è da lui spenta. Nel suo angolo si piange addosso e si lamenta che non ha forze, che non vi è luce, che non vede alcuna via d’uscita. Si è segregato in un tunnel, che sembra senza uscita senza uscita.

Si è chiuso in se stesso, in una stanza, la cui porta ha la mani­glia che apre solo dall’interno. In quella stanza nessuno può entrare, per via dell’apertura sono interna.

Tutti possono bus­sare, suggerire, in­dicare, ascoltare, chiamare, sol­lecitare. Nessuno può aprire quella porta se non l’inquilino, che si è chiuso dentro. Nessuno si può so­stituire a lui, né madre né padre, neppu­re il terapeuta.

Neanche il te­rapeuta, che è impotente di fronte all’onnipotenza del depresso e a quella porta con maniglia interna.

In vari casi è necessario che la persona si faccia aiutare sia dalla farmacologia e sia dalla psicoterapia.

Per poter uscire occorre che l’inquilino stesso si alzi, riprenda a camminare, si avvicini alla porta, la apra.

Occorre che accenda la luce interna, tiri le tende, apra le impo­ste e faccia entrare la luce dall’esterno e permetta di condividere il contenuto di quella stanza con altre persone.

Luce! La prima cosa, quella più difficile, è alzarsi e fare luce dentro e aprire la porta, che è una porta con la maniglia che si apre solo da dentro.

Una volta aperta la porta, il paziente muove i primi passi nel corri­doio e s’incammina per uscire. E’ ancora un percorso pieno di insidie e di tentazioni regressive, di ritornare nella stanza, mentre la luce intensa alla fine del corridoio invita a camminare e richiama alla libertà.

 Più di un cliente mi ha raccontato un sogno. Scen­deva una scala ri­pida, verso una specie di cantina o antro, arrivava in un luogo buio, av­vertiva un senso di paura e si sentiva rinfrancato alla vista di uno spira­glio di luce intensa, che fil­trava da sotto una porta in fondo alle scale. Luce e porta inquietanti.

Titubava e poi apriva quella porta che dava direttamente all’a­perto. S’incammi­nava e si ritro­vava rinfrancato.

Anche la porta del so­gno si apriva dall’interno.

[Tratto dal libro inedito Le anse del fiume, Verona 2010]

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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