Il dilemma

IL DILEMMA – Gilberto Gobbi

 

“Ha la sua ora tutto e il suo tempo ogni cosa

  sotto il cielo” (Qohélet)

“Soffro molto. Aiutami a morire”, così mi si rivolgeva. Trent’anni, laureata in psicologia, aveva ancora solo qualche giorno di vita. Un male incurabile la stava da mesi consu­mando tra enormi sofferenze.

Aveva appena iniziato ad assaporare, dopo anni di formazione e l’analisi personale, la soddisfazione di un breve periodo di consu­lenza psicologica presso un con­sultorio familiare d’ispi­razione cri­stiana.

Il giovedì sera, all’ospedale, seduto accanto al suo letto, mi ero sentito di risponderle: “Ti aiuto a vivere”, con l’ansia nel cuore, mi­sta a ribellione. Siamo rimasti d’accordo di rivederci la domenica successiva, la sera, al mio ritorno da impegni professionali che mi portavano per qualche giorno fuori città.

Il nostro dialogo, continuato per anni, si è fermato in quella mia promessa di rivederla e di continuare ad aiu­tarla a vivere.

Quella stessa domenica, il primo pomeriggio, aveva cessato di sof­frire.

Ha senso a trent’anni? Aveva fede: continua a vivere.

Un’infinità di volte, durante le sedute, mi sono sentito rivol­gere le domande: “Ha senso tutto questo?”

Di fronte alle sofferenze fisiche o psichiche irrompono frasi come: “Mi sento morire… Non ne posso più… Provo un’angoscia di morte… Tutto, ma non questa sofferenza… Vorrei farla finita… Perché proprio a me?” E dopo un lavoro psicoterapeutico soddisfacente: “Mi sento ri­nato… E’ un altro vivere… La vita, ora, la si può vi­vere!… Ci sono i problemi, ma si possono af­frontare… E’ pro­prio vero, occorre sa­perli affrontare…”

Con la psicoterapia alcuni problemi non si annullano, perman­gono, altri si trasformano d’intensità e rilevanza. Cambiano, però, l’atteggiamento del soggetto di fronte ad essi e il suo modo di af­frontarli.

La vita e la professione mi mettono costantemente di fronte al bi­nomio: benessere/sofferenza, vita/morte. Il desiderio d’onnipotenza della persona, chiuso nella trappola della soffe­renza, spesso senza speranza, cozza contro il limite della realtà umana.

Il desiderio d’onnipotenza, a volte, mi spingerebbe ad osare: “Alzati e cammina”, oppure: “Vieni fuori e vivi”, come Qual­cuno duemila anni fa si poteva permettere di dire e di fare. In­vece occorre del tempo, un lavoro paziente, fatto d’empatia e di tecnica, di una presenza carica della sofferenza, di speranza e di fi­ducia, d’umile revisione e di attento confronto sul cammino che si percorre assieme.

Vi è soddisfazione quando si vede il cliente ripren­dere la gioia di vivere: soddisfazione, che s’accompagna ridimensionata ai pro­blemi quoti­diani e alle sofferenze di altre persone..

Di fronte ad alcuni pazienti, chiusi in se stessi, sovrastati dalle loro problematiche, mi si presenta l’immagine di Cristo nei Getze­mani, che, nell’angoscia dell’abbandono totale e della solitudine più assoluta, grida: “Passi da me questo calice”. Egli, però, può ag­giun­gere: “Non la mia volontà, ma la tua”.

Per Cristo vi è un Padre Onnipotente, a cui può gridare la sua angoscia.

Per l’uomo, spesso, neanche quello, e anche quando grida: “Passi da me questo calice”, non sa a chi rivolgerlo. Lo grida a me, uomo.

Mi soccorre l’immaginazione e mi aiuta la fiducia nelle poten­zialità umane, nella capacità della persona di riprendersi e di cammi­nare per le strade del mondo.

Il terapeuta aiuta la persona ad aiutarsi.

L’immaginazione è una risorsa fonda­mentale della sua profes­sione e una valvola per l’igiene mentale del terapeuta.. Rifugio, difesa, liberazione?

L’esperienza mi ha insegnato che l’immaginazione è una buona fonte di riflessione sul lavoro terapeutico, sul coinvolgimento perso­nale e sul dilemma umano, del tera­peuta e del cliente.

Il dilemma umano – afferma Rollo May – è quello che insorge dalla capacità dell’uomo di sperimentare se stesso come oggetto e come soggetto allo stesso tempo.

Ho appena terminato una seduta con una signora di ventinove anni, due anni di matrimonio, che si vive inca­pace di rapporto coi­tale. Non ne ha mai avuto. Si vive in­capace, malgrado l’intenso de­siderio di donazione totale. Sto annottando degli appunti di ciò che ritengo l’essenziale del colloquio. Rifletto sull’intensità psicoaffet­tiva del vis­suto della signora nel vivere la conflittualità di sentirsi og­getto problematico di se stessa.

Poi scorrono nella mente numerose persone, seguite negli anni di lavoro, che si fermano alcuni istanti, con le loro ansie e i loro problemi. Ne rivedo alcune nel primo colloquio, altre nel cammino tera­peutico, altre ancora al momento del di­stacco dell’ultimo seduta. Da ognuna è venuta cordialità e riconoscenza. Mi soffermo su alcune persone, imma­ginandole nel loro quoti­diano, capaci di fare unità tra le due dimensioni, mentre altre devono continuamente lottare per fare sintesi.

Riappare anche la signora, impotente di fronte all’oggettività corporea, con l’atteggiamento con cui è uscita qualche minuto prima dal mio studio. Mi pare di leggere nel suo atteggiamento il dilemma, sperimentato tante volte nei suoi vani tentativi di superare la disfun­zione dell’oggetto-corpo. Si era sperimentata soggetto ed oggetto. Oggetto corporeo: disfunzionale, non re­attivo, oppositivo, limitante. Soggetto: desideroso, volitivo.

Si rende visibilmente plastico in questa persona, come tante volte in altre, il dilemma umano: lo sperimen­tarsi soggetto ed og­getto allo stesso tempo, ed il prevalere della percezione del sé/oggetto,  limitato e limitante.

Tutto ciò diviene riflessione sul lavoro, sull’approccio tera­peu­tico e sulle modalità di vedere il cliente/persona.

Lo posso vedere come oggetto, quando lo assumo in termini di categorie diagnostiche, cioè un organismo che corrisponde in modo maggiore o minore a questi o a quegli schemi del manuale diagno­stico. E’ l’atteggiamento con cui vedo il cliente come oggetto d’anam­nesi e di diagnosi, il che, per un certo verso, è legittimo, anzi necessario e richiesto dalla stessa attività terapeutica.

Il viversi, però, come oggetto – oggetto disfunzionale – è già una caratteristica dello stesso paziente, specialmente di quello psi­cosomatico o con disfunzioni del sé corporeo.

Non ha biso­gno di sentirsi vissuto come tale anche dal te­ra­peuta. Anzi, il sentirsi vissuto come soggetto volitivo, capace e au­todetermi­nato, armonico nel suo essere, è una delle prime esigenze che richiede al terapeuta, anche se spesso non lo dice esplicitamente. Per questo domanda un intervento di un’altra persona. Il messaggio, spesso implicito, che porta è: aiutami a vivermi come sog­getto e aiutami ad aiutarmi.

L’atteggiamento “obiettivo”, seppur legittimo e neces­sario, non mi permette, però, di identificarmi in quel mo­mento con lui, d’empatizzare con quello che lui prova. Fintanto che lo vedo come og­getto, non posso sperimentare le sue ansie, la portata del suo vis­suto disfunzionale, il suo non viversi come soggetto. Mi è richiesta la capacità di sperimentare un’empatia sogget­tiva anche per capire il suo linguaggio e far emergere il signifi­cato nascosto dei suoi simboli e di quella sua predominanza di per­cepirsi og­getto totalmente condi­zionato.

E’ lo stesso lavoro che comporta il superamento del dualismo, con cui il terapeuta può vedere il paziente: come oggetto, quando si rifà agli schemi, ai test, ai dinamismi e agli aspetti generali a cui si riferisce il comportamento del cliente; e come soggetto, quando em­patizza con lui e si sforza di vedere il mondo non con i propri occhi, ma con quegli del cliente.

Il dilemma, di fronte a cui ci si trova, sembra es­sere quello tra il voler essere “assolutamente li­bero” e quello di sentirsi “assoluta­mente limitato”: l’essere un dio onnipotente o un individuo limitato e impotente. Non appaiono mediazioni, né soluzioni di convivenza, quando il grido della sofferenza cancella l’anelito d’asso­luto.

Sono due modi antitetici di vi­versi, specialmente quando le di­sfunzioni del sé psicofisico s’impongono deci­samente condizionanti.

Il dilemma non è superato dalla capacità di viversi come “puro oggetto”, né da quella di sperimentarsi solo come “sog­getto”, ma dalla capacità sintetica di sperimen­tarsi in entrambe le situazioni, di vivere il rapporto dialogico o anche dialettico tra le due dimen­sioni, di cogliere l’anelito d’infinito nel limite del quotidiano.

Quando, nel percorso terapeutico (o personale), il rapporto tra i due aspetti assume la dimensione dia­logica, la coscienza si fa vis­suto e una situazione radi­calmente nuova si apre a possibilità impensabili, alla libertà di movimento circa l’oggetto, all’accettazione del di­lemma come realtà esistenziale dell’uomo.

E’ accettare l’ambivalenza della realtà che ci circonda e che è dentro di noi. La cappa egocentrica, entro cui la persona è rinchiusa, si rompe e l’orizzonte si apre alla trascen­denza.

L’ideale di sé è vissuto nelle situazioni, in cui la vita col­loca ognuno.

Esiste il polo Nord perché c’è il polo Sud e viceversa. E’ lapa­lissiano che vi sia l’aspetto positivo e quello negativo, ma se non è parte della nostra esistenza, ci preclude la vi­sione e l’accettazione della nostra vita.

Accettare l’ambivalenza – il positivo e il negativo – in modo costruttivo, è accettare il dover ricercare il senso alla vita. In tale prospettiva la vita interroga e ciascuno trova la risposta o le ri­sposte da dare, rinvenendo senso e significato in esse.

Il dilemma quotidiano permane nell’uomo e si colloca tra l’interrogare la vita e voler da essa le “nostre” risposte e il lasciarsi interro­gare dalla vita e dare noi le risposte congruenti. Il lasciarsi interrogare dalla vita e dare le risposte è il cammino di umanizzazione.

La crisi avviene quando le domande vicendevoli, dell’uomo alla vita e della vita all’uomo,  e le risposte reciproche collidono, sono tra loro conflittuali.

[l presente articolo è tratta da materiale inedito di memorie, Le anse del fiume, Verona 2010]

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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