Sull’altra riva del fiume

SULL’ALTRA RIVA DEL FIUME – Gilberto Gobbi 

“Il dialogo è possibile se vi è la certezza delle proprie idee” (G.G.) 

Le ideologie non dialogano, sproloquiano (G.G.)

 Sull’altra riva del fiume vi è il complesso degli edifici ospeda­lieri, con vari padiglioni che terminano con l’orribile struttura della Geriatria. Per 12 anni ho insegnato psicologia alla Scuola per Infer­mieri Profes­sionali, situata al piano terra di ginecologia. Erano gli anni caldi della contestazione sociale e non. Quando all’Università volevano il voto po­litico e, presso la Scuola, la sufficienza solo per la presenza alle lezioni.

Sobillati dai sindacati della triplice e da qualche professore “prole­tario e progressista”, alcuni alunni pretendevano il passaggio in massa all’anno successivo, in nome e per conto di un loro sapere infuso.

Era il periodo del “secondo me…” e le persone blateravano, con presunzione di un sapere innato: ignoranza diffusa, che con il tempo si è elevata anche a prassi educativa. Per giustificarla, si è  rispolve­rata persino la maieutica socratica. Ha occupato anche le cattedre, a vari livelli.

Il “secondo me” è penetrato ovunque, in tutti campi dello sci­bile umano, anche nell’ambito cattolico, e permane in certuni am­bienti come prassi di fronte ad ogni argomento.

Non importa conoscere, sapere, importante è poter dire che “secon­do me…”.

Imperava anche: “Non è giusto che…”. Il problema dell’essere “giusto o ingiusto” proliferava anche tra i ragazzini delle scuole ele­mentari e delle medie, che spesso erano addestrati dagli in­segnanti a do­mandarsi: “E’ giusto?”

Vari insegnanti di fronte a “è giusto?”, in qualunque momento, in­terrompevano la lezione e si crogiolavano di fronte ad una do­manda così intelligente, che permetteva ai ragazzi di smuovere l’intelligenza (secondo i nuovi Soloni dell’educazione). In nome e per conto del “se­condo me” e di “è giusto?”, il tempo passava e l’ignoranza cresceva. In tutto ciò ci guadagnava la diffusione di un atteggiamento supponente di “la critica per la critica”.

 Un secondo anno degli allievi infermieri professionali, con cui vi era stata un’ottima intesa e un buon profitto l’anno precedente, era divenuto effervescente e contestava eventuali compiti e interro­gazioni, per il semplice motivo che “non era giusto che…”.

Che cosa non fosse giusto non lo si capiva, o, almeno io non lo comprendevo. Vi era stato un professore che aveva fatto una burla d’in­terrogazione e, tra una chiacchiera e l’altra, in piena assemblea di clas­se, aveva distribuito sufficienze a tutti. Altri avevano fatto un su e su, con voti più che positivi.

Vi era stato il tentativo da parte di alcuni allievi di chiedermi un esame–colloquio proforma: due ore di discussione tutti assieme con voto collettivo.

Al termine delle lezioni del primo anno, dopo aver dato il tempo necessario per lo studio, avevo fatto svolgere un compito scritto con re­lativa correzione e colloquio individuale. La valuta­zione variava da 10 a 4, con due allievi rimandati a settembre (la prassi era ancora in vigore). Per me l’anno scolastico si era chiuso senza intoppi, o così sembrava. Il rendimento mi era parso più che buono.

A settembre vi erano stati gli esami di riparazione con esito positi­vo.

Nel frattempo ero stato riconfermato nell’incarico d’insegnare psi­cologia nei vari corsi. Ogni anno vi era l’assegnazione di tale in­carico.

 Prima dell’inizio delle lezioni d’ottobre, era arrivata una lettera, firmata dagli allievi di questa classe, al Consiglio d’amministrazione della struttura ospedaliera. Mi si accusava d’abuso di potere, di es­sere politicamente s-corretto, mentre su uno striscione, apparso nei corridoi dell’università presso l’altro complesso ospedaliero di Borgo Roma, mi si appellava “servo dei padroni e del potere”.

Nel frattempo erano iniziate le lezioni ed io entravo regolar­mente nelle varie classi, facevo la lezione, davo gli opportuni stimoli d’apprendimento. Dopo la metà di ottobre, per qualche giorno, sul fare delle tredici, arri­vavano a casa varie telefonate di personaggi politici di sinistra del Con­siglio d’Amministrazione. L’esortazione era che mi ritirassi dall’inse­gnamento perché la mia era una pre­senza di turbativa dell’attività didat­tica. La parola era “turbativa”. Come se vi fosse l’asta dell’insegnamento della psicologia.

Al più accanito sinistrorso, che per la terza volta insisteva al telefo­no, ho risposto che mi sarei ritirato alla seguente condizione: che aves­sero il coraggio di fare una denuncia od un esposto, in cui dimostrassero che: 1) non avevo i requisiti per insegnare (avevo ti­toli e abilitazioni), 2) non sapevo insegnare (facevo da anni forma­zione sulla psicologia dell’insegnamento e sulla didattica agli inse­gnanti della scuola di Stato), 3) avevo mancato di rispetto agli allievi (in anni d’insegnamento non era mai successo), 4) avevo ammaz­zato qualcuno, 5) non ero politicamente corretto. Dovervano portare prove concrete. Terminavo la telefonata: “Quando lei e la sua congrega politica avrete fatto questo, sarò io a denunciavi, per diffamazione ed altro. Sap­pia anche che la telefonata è registrata”.

Questo alle tredici, alle sedici facevo lezione al terzo anno, una le­zione molto tranquilla. Alle diciotto il Presidente del cda mi cer­cava presso la direzione della scuola per un colloquio, che si svol­geva nel suo studio il giorno successivo. Voleva sapere da me la si­tuazione. Logicamente si era informato su di me da varie fonti. Devono avergli parlato bene. Lo capivo dal suo modo di esprimersi nei miei confronti.

Il colloquio terminava con un nulla a procedere, anzi a continuare nel­l’insegnamento, e con l’inizio di una relazione sincera tra i due.

Il presidente aveva compreso la situazione, cioè, che al di là del mio nome vi erano ben altre manovre, tra cui quello di occupare politi­camente l’insegnamento della psicologia, come stava succedendo per altre materie umanistiche. Terminava dicendomi: “Non si preoc­cupi che io sono con lei!”.

Ho saputo che il problema è stato affrontato in cda e tutto fu messo a tacere. Il Presidente era stato segretario generale della Cisl di Verona, sapeva delle tresche, ma non pensava che arrivassero a tanto, così mi confidava.

Le lezioni proseguirono regolarmente in tutte le classi, si ricreò un clima di collaborazione con quasi tutti gli alunni del secondo anno. A giugno la soddisfazione fu reciproca.

Parecchie persone di quel corso si rivolsero a me in anni suc­cessivi per un aiuto psicologico.

Fui anche ringraziato perché avevo tenuto testa a quattro facinoro­si, “politicamente corretti”.

Questa vicenda e la prossima mi hanno aiutato a ri-considerare l’importanza della correttezza professionale e la necessità della coeren­za di fronte ad una gerarchia di valori, in ogni ambiente, com­preso quel­lo lavorativo.

 Il costo psicologico e sociale è stato notevole. Ne sono uscito for­temente irrobustito.

Mi sono radicato nella convinzione che il dialogo è possibile se vi è la certezza e la coerenza delle proprie convinzioni, tra cui vi deve es­sere il rispetto delle persone.

Ho compreso che con le ideologie non si dialoga, si sproloquia.

[Il presente articolo è tratto da materiale non pubblicato di memorie, dal titolo Le anse del fiume, Verona 2010].

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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Una risposta a Sull’altra riva del fiume

  1. Carla ha detto:

    L’onestà intellettuale, talvolta, brilla e vince. In questa vicenda è stato così, e me ne compiaccio!

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