Secondo scienza e coscienza

 SECONDO SCIENZA E COSCIENZA  Gilberto Gobbi

[Quella che segue è una relazione-perizia, che ho svolto anni fa per la richiesta di nullità di matrimonio presso il Tribunale Ecclesiastico. La pubblicazione avviene con permesso della persona, la quale ha concesso di poterla presentare perché si possa verificare il lavoro psicologico che viene svolto secondo scienza e coscienza. Io sono stato testimone come perito del lavoro scrupoloso e dell’indagine profonda che vengono fatte dal Tribunale prima di emettere una sentenza pro o contro. Come la privatezza vuole sono state apportate delle modifiche in modo tale da non poter riconoscere i soggetti e l’ambiente.]

 Premessa – Su richiesta della stessa perizianda, ho steso la presente perizia psicodiagnostica, finalizzata alla richiesta di nullità del matrimonio al Tribunale Ecclesiastico.

Faccio presente che ho seguito la Signora in psicoterapia prima della separazione: mi era stata inviata da un sacerdote per verificare, da un punto di vista psicologico, la possibilità di ricomporre il matri­monio, che, fin dal suo primo atto costitutivo, sembrava compromes­so. In occasione della perizia ho avuto modo di incontrare anche il coniuge in più colloqui. L’indagine, oltre che delle sedute psicoterapeutiche, si è avvalsa dell’uso di test di personalità, tra cui il Rorschach, di cui verrà fatto un breve resoconto.

Questa è la breve introduzione alla perizia della signora Anna Maria, che si era ripresentata nel mio studio per la stesura di una re­lazione, che le permettesse di poter avviare con l’avvocato rotale la richiesta di riconoscimento di nullità del matrimonio.

1 – Breve analisi del test di Rorschach – Ci si trova di fronte ad un’intelligenza nella norma, testimonia­ta dalle buone po­tenzialità del soggetto, che, però, non vengono mes­se in essere, in quanto il sog­getto non riesce ad operare un sicuro e preciso controllo della realtà. Sotto questo aspetto sembra prevalere un orientamento pratico, in cui sono colti soprattutto rapporti elementari. Nel complesso di ci trova di fronte ad una importante inibizione intellettiva di origine nevrotico.

La sua è un’affettività impulsiva, che ha come scopo immediato la scarica dell’affetto senza con questo realizzare una relazione og­gettuale. Il soggetto sente il bisogno di controllare tale affettività e di autocontrollarsi, utilizzando stimoli esterni, ma vi è insuccesso in tale operazione. Vi è in atto un processo di rimozione degli affetti come modalità patologi­ca di controllo.

E’ forte il desiderio di contatti umani e di identificazione con al­tre persone, connesso a risonanze intime extratensive, ma la sua af­fettività è ecces­sivamente labile e non si realizza un vero adattamen­to alla realtà sociale e relazionale psicoaffettiva.

Come già rilevato, vi è una forte rimozione delle forze libidina­li, con affettività esplosiva. Lo choc-colore, con tipo di risonanza ex­tratensivo, indica la presenza di un quadro isterico. A conferma tro­viamo pure la drammatizzazione dei colori, tipica di tale soggetto, che organizza delle scene con le proprie sensazioni; scene, con cui e su cui elabora e fantastica un materiale che è solo elemento interno e spesso non cor­rispondente alla realtà. Sono questi gli aspetti della personalità, che l’ha condizionata sia nel periodo infantile e adole­scenziale e sia in quello prima del matrimonio ad un vissuto irreale e fantastico, con le conseguenze disastrose nell’impatto con il matri­monio.

E’ presente un rinforzo del narcisismo, che si ravvisa nelle ri­sposte con contenuti di ri­flesso accompagnate da un atteg­giamento fondamentalmente egocentrico. Vi sono diversi segnali di prolunga­mento del tempo di reazione, diminuzione delle risposte globali, au­mento risposte alle tavole colorate, aumento di risposte di colore, successione rilassata, choc colore, sim­metria, autocritica, critica della macchia.

Il tutto sembra essere, per lo più, angoscia libidinale dovuta ad un cumulo di libido.

Non appaiono manifestazioni evidenti di aggressività, anche se appare un rapporto conflittuale con l’ambiente.

Sotto l’aspetto prognostico è un dato sfavorevole: la mancanza di aggressività indi­ca, in­fatti, che vi è nel soggetto la tendenza ad un lasciar fare, un abbandono di sé al mondo, ai propri affetti ed idee, ad un umore capriccioso ed irrefrenabile. Sembrano esservi, eventual­mente, commistioni con tendenze paranoiche.

 Il soggetto esprime preoccupazioni per gli aspetti inerenti alla sessualità attraverso interpretazioni simboliche dell’organo sessuale maschile

In varie tavole il soggetto esprime, a livello manifesto, un senso di perdita del controllo, uno sconvolgimento che avviene anche a li­vello formale con la sosti­tuzione delle risposte colore senza forma alle risposte di forma buona (risposte banali) delle prime tavole. Il soggetto, effettivamente, perde il controllo quando entrano in gioco elementi af­fettivo-sentimentali e sessuali.

Sono pure presenti elementi che fanno riferimento all’orienta­mento “sado-masochistico”, in cui sembrano prevalere i contenuti di debolezza, di insuccesso delle difese, come già accennato.

Vi sono forti modalità regressive, con immagini di debolezza, di sconfitta, in quanto il soggetto rifiuta il ruolo adulto e si rifugia in un ruolo passivo, infantile. Tale ruolo passivo ed infantile ha connotato profondamente la relazione durante il fidan­zamento e nelle prime fasi del matrimonio. Anche ora, dopo anni dal matrimonio e dal suo fallimento, alla somministrazione del test, è una caratteristica decisa­mente pre­sente, come viene testimoniato dalla presente diagnosi.

Vi è profonda debolezza nei tentativi adattivi e difensivi; il sog­getto è travolto dall’affettività e dall’angoscia, diffuse ed intense, è dominato dall’impulso. Le de­bolezze delle difese sono testimoniate dalla complessualità reattiva: l’Io non è in grado di in­tegrare gli affet­ti in modo adattivo.

Il meccanismo maggiormente usato sembra essere quello della rimozione; vi sono, infatti, poche risposte globali e di dettaglio pic­colo, poche risposte di movimento, e un maggior numero di risposte colore, tempo di reazione un po’ lungo e un tipo di risonanza intima extratensivo.

La rimozione non ha successo; vi è una disorganizzazione nelle produzioni del soggetto; l’Io è profondamente debole. All’interno di questo quadro è possibile ipotiz­zare la presenza di tendenze psicoti­che (nuclei soggiacenti).

 2 – Aspetti fenomenologici della personalità

La prima Infanzia – Anna Maria nasceva nel1964 in una provincia del Veneto, se­conda di due figli. Il fratello di 33 anni, viveva in casa con i genitori e collaborava nell’azienda paterna.

La prima infanzia era segnata da una situazione familiare vi­schiosa, che non ha permesso un’equilibrata strutturazione della per­sonalità, cioè una differenziazione dall’oggetto/madre, ponendo così le basi della nevrosi isterica emersa dal test e dalla psicoterapia. Tale situazione simbiotica ha consolidato un concetto negativo di sé e una rappresentazione oggettuale, in cui la rimozione eccessiva dei biso­gni pulsionali ha segnato il seguito della vita e delle successive mo­dalità non solo interattive, ma soprattutto affettive e cognitive. Il mondo intrapsichico e quello interpersonale non hanno avuto quel decorso, che, di norma, si ricollega e si rinforza nell’affrontare le pro­blematiche della vita.

E’ risaputo che nella prima infanzia un mondo armonioso di rap­presentazioni og­gettuali interiorizzate costituisce un ambito interno di continua crescita che fornisce amore, riconferme, sostegno e guida all’interno del sistema di relazioni oggettuali dell’Io. Tale mondo in­terno, a sua volta, fornisce una nuova dimensione all’interazione con gli altri. Col termine “relazione oggettuale” o “rapporto oggettuale” ci si riferisce specificamente alla “dimensione intrapsichica dell’espe­rienza che il soggetto fa dell’Oggetto, cioè della sua relazione sperimen­tata e sentita con gli Oggetti” (O. Kernberg, Teoria della relazione oggettuale e clinica psicoanalitica, Tori­no 1980, pp. 58-76).

Tutti i fatti e i vissuti della vita infantile portano a concludere che, nella situazione familiare vischiosa, non le è stato permesso di raggiun­gere due importanti mete nello sviluppo: l’acquisizione di un proprio senso di individualità e quella di una permanenza oggettuale.

Ora in tale processo di sviluppo occorre distinguere tra il punto di vista cognitivo e quello affettivo.

Il primo, infatti, corrisponde all’acquisita consapevolezza che “la per­sona materiale” (la madre e/o il padre) continua ad esistere indipen­dentemente dalla posizione. La Mahler afferma che “la rappre­sentazione mentale della madre può essere sconvolta da violente emozioni aggres­sive tanto da provocare la dissoluzione della stabilità di questa immagi­ne”. (Mahler M.S, Pine F., Bergman A., La nascita psicologica del Bambino, Bo­ringhieri, Torino 1978).

In A.M. non vi è una dissoluzione dell’immagi­ne della madre, ma la presenza di due immagini, una scoordinata, tendenzialmente negativa, ed una as­sente. Nello stesso tempo, quando presente, vi era costante­mente un’immagine negativa del padre, con forti risonanze psicoaffetti­ve ostili circa la propria identità. Cioè, dentro di sé si è creata una im­magine affettiva non corrispondente a “un bene per me”.

E’, pertanto, comprensibile la strutturazione enorme del meccani­smo di rimozio­ne, come processo di autosussistenza e conservazio­ne, pena la dissoluzione psi­cologica della propria realtà.

La situazione familiare vischiosa è dovuta alla situazione confu­siva dei ruoli, delle funzioni e delle relazioni tra le differenti figure. Ciò è dovuto alla presenza in casa, fin dall’inizio del matrimonio dei genitori, della nonna paterna, vissuta e descritta come donna forte, invasiva, che si intromet­teva costantemente nella relazione dei nipoti con la madre, imponeva la propria modalità educativa e visione del mondo, connotata da una  rigida morale, e annullava spesso la presenza della nuora presso i nipoti, negando così la madre ai figli.

La melanconia e la depressione della madre si proiettavano su di lei. “Mia madre la ricordo in quel periodo come una donna remissi­va, che cercava sempre di essere ac­comodante sia con il padre che con i miei nonni”. La figura della madre era profondamente presente con queste ca­ratteristiche. Per lei vi sono due madri, una severa (la nonna) e una de­pressa (la madre), e lei che aveva bisogno per la sua crescita di identifi­carsi con una chiara figura femminile. Come è comprensibile l’Oggetto non solo era conflittuale e contraddittorio, ma era negativo da una parte (la nonna) e negativo pure (la madre) dall’altra.

In Anna Maria era presente fin da piccola un profondo senso di paura di sbagliare e di essere giudicata: “la mia sensazione era sem­pre la paura di essere giudicata, perché sapevo che se non fossi stata buona o negligente avrei ricevuto il carbone”. In tale contesto, i processi d’identificazione non si possono svilup­pare, anche perché la bimba, di norma, ha bisogno di rispecchiar­si, oltre che nella madre, nella figura paterna. Il padre, infatti, divie­ne, con il tempo, il primo naturale “oggetto d’amore” delle bam­bine. Ciò avrebbe dovuto, teo­ricamente, essere così anche per Anna Maria, che, invece, non solo vedeva poco il padre, ma lo percepiva e assimi­lava come ulte­riore figura assente o negativa. “Papà non soppor­tava che nostra madre ci dimostrasse affetto…, perché ci avrebbe viziato troppo. Papà era mol­to geloso di mia madre e del suo rapporto affet­tivo con noi bambini”.

Il padre negli anni dell’infanzia di A.M. era molto preso dal la­voro, non si preoccupava della con­duzione della casa, completamen­te affidata alla nonna, e dell’educazione dei figli, affi­data alle donne, che dovevano arrangiarsi.

L’atteggiamento di non interessamento, o d’assenza nei processi educativi e relazio­nali con i figli, era una costante di quest’uomo, chiu­so, preoccupato del lavoro e di crearsi una posizione sociale at­traverso la totale dedizione al lavoro, alla creazione della sua impre­sa.

“La persona, di cui ho meno ricordi nel periodo infantile, è pro­prio quella di mio padre. Direi che manca quasi completamente la sua pre­senza… Mi sono chiesto tante volte il perché non vedo mio padre accan­to a me nel periodo che va dai 3 ai 13/14 anni. Non sa­prei descriverlo in alcuni atteggiamenti o comportamenti sia nei miei confronti che in quel­li di mia madre o mio fratello… Talvolta ‘risento’ la sua voce, sempre in tono abbastanza irritato e su di me l’occhio si­nistro, da cattivo”.

“Non ricordo d’aver mai ricevuto una carezza da lui e neppure che lui mi abbia preso per mano qualche volta. Non sento il suo tatto, ma solo i suoi occhi addosso, attenti a scrutarci e ad osservarci. Con lui non ho mai fatto una passeggiata, non sono mai stata ad un parco giochi, e non ho mai giocato con lui, né io né mio fratello… Credo che un gesto d’affetto per lui fosse considerato segno di debolezza”.

Sembra che anche i nonni paterni fossero ‘gelidi’, ed avessero tra­sferito questa loro anaffettività al figlio, che si dimostrava geloso nei confronti dei propri figli e litigava con la moglie quando questa dimo­strava loro affetto: sembra che avesse paura che i figli gli por­tassero via il posto accanto alla moglie, o che essi lo sostituissero. A.M. afferma di aver visto spesso i genitori litigare a causa loro. “Nostro padre ha sem­pre usato solo e uni­camente il denaro come mezzo, veicolo, di relazione tra lui e i suoi due figli”.

Nella problematica tra suocera e nuora, il padre di A.M. non vo­leva entrare, erano affari loro; anzi, sosteneva il comportamento di sua madre a scapito della propria moglie.

A causa di questa situazione vi fu un fatto traumatico quando A.M. aveva 3/4 anni: una grave crisi depressiva della madre, che “si ammalò di esaurimento, in­cominciò a non mangiare, a non sentire più fame o sti­molo o desiderio, se non quello di farla finita…, e fu ri­coverata in ospe­dale. Il recupero successivo fu lento”.

E’ questa la fase in cui la bambina, di solito, ha bisogno di esser ri­confermata nel valore della vita, nella gioia delle relazio­ni affettive, nel legame con le figure pri­marie, con le loro differenziazioni.

A.M. quando parlava della prima infanzia ricordava le lacrime di sua madre, l’assenza del padre o la presenza oppressiva; riviveva, per certi aspetti, ancora dopo molti anni, il legame simbiotico, che non ave­va destrutturato e superato, e che aveva pervaso e caratteriz­zato i le­gami successivi, compreso quello con il futuro fidanzato e marito.

 La seconda infanzia – La figura che ha caratterizzato questo periodo della vita è quella del maestro delle ele­mentari, “una persona strana, buffa, bizzarra; il suo aspetto era il riflesso del suo carattere: era fondamentalmente buono con i bambini, comprensivo”.

Con lui ha imparato tante cose, in modo particolare a lasciar sbri­gliare la fantasia, a seguire l’immaginazione, a sognare a occhi aperti. Questi processi erano già ampia­mente presenti in A.M., in quanto il  mondo della fantasia le serviva di rifugio dalle situazioni; rifugio, con tutti gli aspetti positivi e in modo particolare negativi: il vivere la realtà in modo trasfigurato e modificato in un mondo di so­gni.

Questa aspetti erano già presenti in A.M., in modo particolare il so­gnare a occhi aper­ti,  costruirsi  mondi fantastici, in cui star bene e gesti­re felicemente l’irreale, con forti ripercussioni al rientro nella realtà, nel­l’impatto cioè con il quotidiano.

La madre, come sempre, era l’unica presente nel processo educati­vo, mentre il padre continua ad essere assente per un verso e pre­sente in forma negativa per l’altro. La prima figura positiva d’uomo con cui A.M. si poteva confrontare era il maestro.

Verso i 6/7 anni il rapporto con il fratello era collegato ai gio­chi…”con lui non ho mai avuto un buon legame affettivo, e già da al­lora lo dimostra il fatto che litiga­vamo sempre. Sentivo addosso a me la sua gelosia, la sua voglia di prendermi in giro quando era con i suoi compa­gni e il suo senso di competizione per quanto riguardava la scuola…”.

 La preadolescenza e l’adolescenza – Ha frequentato le scuole medie al paese. A quanto sembra era una ragazzina di buona educazione, perbene, che non dava particolari pro­blemi né ai genitori né agli inse­gna­nti, se non per qualche spora­dico rimprovero per chiacchiere con le compagne. Ha sempre parlato tanto, è sempre stata espansiva e di facile approccio con le persone o con i ra­gazzi che non conosceva. Aveva tanta voglia di compagnia e di stare fuori di casa. A scuola otteneva discreti risultati.

“Ho incominciato a guardarmi allo specchio, ad essere vanitosa e più attenta al mio corpo  proprio tra i 12 e 13 anni…Con i compagni scherzavo, ci giocavo, ero quasi un maschiaccio, poco femminile. Il mio corpo, infatti, tardava a formarsi, a svilupparsi, e anche questo, credo, era il motivo di quel mio sentirmi bambina e giocosa… Ne sof­frivo, ma non più di tanto”.

In questo periodo ha vissuto una situazione traumatica, di cui ha amarezza, e un profon­do senso di vergogna per delle sensazioni che pre­maturamente e forzatamente le erano state provocate in ambito sessuale da un ragazzo più grande di lei. “Ancor oggi, quando rivedo questo per­sona, non riesco a guardarlo in faccia, mi infastidisce e mi indispone la sua presenza e cerco in tutti i modi di evitarlo”.  

Sono state sensazioni delicate per la loro caratteristica e per l’età in cui accadevano, che la­sciarono tracce profonde, con implicazioni sulla sfera sessuale

Il rapporto con l’altro sesso è sempre stato caratterizzato da una profonda ambi­guità: di attrazione o di rifiuto e fuga. Va, però, sottoli­neato che ciò avveniva in una ragazza che aveva un enorme biso­gno, un bisogno nevrotico, di confronto con la figura maschile, quel­la figura che era mancata nel padre. Si tratta di un bisogno-esi­genza di conferma di sé, di valere, di contare, di esserci.

Si vedrà, in seguito, che, quando A.M. instaurerà un legame con un ragazzo, tale legame sarà completamente caratterizzato da questo biso­gno nevrotico. Lei vivrà immersa nell’immaginazione e non nella realtà. Vivrà, cioè, il periodo prima del ma­trimonio, il fidanzamento, come “la bella addormentata nel bosco”, narcisistica­mente chiusa in sé stessa, come in una favola incantata. Poi, con il matrimonio si è trovata improv­visamente catapultata in una realtà completamente sconosciuta, che lei non voleva, non poteva volerla, perché le manca­vano i presupposti di maturità psicoaffet­tiva, che il legame matrimo­niale comportava.

Nell’essere addormentata viveva l’ideale di uomo, ideale che si po­teva desiderare e realizzare solo nel sogno. Non si poteva amare, perché nessuno glielo aveva insegnato, anche se esternamente pote­vano esserci tutte le par­venze di amore. Nell’ideale amava se stessa, desiderava se stessa nell’oggetto primario d’amore che le era manca­to: il ragazzo era l’Oggetto sostitutivo.

Già nelle prime fantasie dell’innamoramento adolescenziale era­no visibilmente presenti queste connotazioni in forma accentuata, che si radicavano e crescevano su una struttura di personalità profon­damente im­matura sotto l’aspetto affettivo, in re­lazione alla sua età. Le motivazioni del fallimento del matrimonio erano già profonda­mente radicate nella struttura della personalità, nella sua evoluzione patologica, nelle carenze circa la propria identificazione e differen­ziazione, in una immagine di sé destabilizzata, nella permanenza nel­la fase simbiotica infantile.

L’adolescenza, infatti, dovrebbe essere caratterizzata dalla destrut­turazione e ristrutturazione dell’immagine di sé, dal suo consoli­damento, da uno stabile senso d’identità con forti connotazioni di realismo per quanto riguarda sia l’aspetto reale sia quello ideale della vita.

E’ la fase dello sviluppo che ha come obiettivo l’autopossesso, che si manifesta in entrambe le strutture. Con l’Io Ideale la persona si auto­possiede, in quanto aperta in modo stabile ai valori naturali e teocentrici, oppure è bloccata, impedita o compulsivamente spinta verso di essi. La compulsione appartiene alla patologia. Con l’Io At­tuale l’autopossesso si manifesta come amplificazione dell’area della consapevolezza: il mondo istintuale è conosciuto e accettato senza l’intervento di un sistema difen­sivo rigido e inflessibile. I confini del Sé tendono ad essere stabili e de­finiti, ma nello stesso tempo flessibi­li. Ciò permette di tendere verso l’Oggetto percepito come un bene in se stesso, senza che il soggetto possa temere il dissolvimento e la di­spersione d’identità.

In A.M. il processo adolescenziale è stato caratterizzato da una ri­cerca spasmodica dell’Oggetto, dal possederlo, mentre era impedita nel vederlo e percepirlo come un bene in se stes­so. L’adolescenza ha riper­petuato ed accentuato quelle strutture di personalità, che la por­tavano a sfiorare la realtà, senza entrarci i prima persona, pena il dis­solvimento e la dispersione dell’identità. La sua insicurezza patologi­ca le ha impedito di autoposse­dersi, bloccando  la maturazione di un reale accrescimento e di un’espansione dell’amore oggettuale.

In termini comportamentali, fenomenologici e dinamici, l’accresci­mento e l’espansione dell’amore oggettuale comportano, secondo Kohut che “Quanto più sicura è una per­sona riguardo alla possibilità di essere accettata, quanto più certo è il senso di chi egli sia, e quanto più salda­mente è interiorizzato il suo sistema di valori, tanto più egli riuscirà ad offrire il suo amore con fiducia e in maniera efficace… senza un’indebita paura di essere rifiutato e umiliato”. (Kohut H., Narcisismo e analisi del sé, Torino 1981, p. 286).

Nella situazione di A.M. si evidenzia come non aveva le struttu­re per l’autotrascedimento da sé verso l’altro, di atti­vare l’amore, l’atto con cui il Sé si dirige verso l’Oggetto valutato come un bene.

A.M. si iscriveva al liceo scientifico del paese, che frequentava re­golarmente, con risultati nella norma. E’ tra i 15 e i 16 anni che si legava ad un ragazzo, che dopo nove anni avrebbe sposato. “Ho lottato con tutte le mie forze per convince­re i miei che era una cosa seria, che era­va­mo davvero innamorati, e alla fine la spuntai (…)Questo ragazzo si chiamava Roberto ed era il primo amo­re della mia vita (…) Divenne il mio fidanzato e poi mio marito…Non ho avuto relazioni o altre cotte al di fuori di questa per circa nove anni… La mia vita dai 15 ai 27 anni è stata legata a lui e a nessun altro ragazzo”.

Dai 15 ai 19 anni il loro rapporto era caratterizzato da una pro­fonda passionalità, da un grande attaccamento di lei nei confronti del ragazzo, da cui si sentiva protetta e sicura. La famiglia di Roberto l’accoglieva come una figlia, e lei si trovava meravigliosamente bene, percepiva amore, senso d’affetto, il calore e tutte quegli aspet­ti affettivi che le era­no mancati nella propria casa. Il processo d’idea­lizzazione in A.M. as­surgeva a livelli sommi: si sentiva accettata e ben voluta, in poche paro­le, si sentiva amata, era narcisisticamente al centro del mondo, ma non aveva le strutture psicoaffettive per ama­re, per un amore di donazione e di reciprocità.

Durante l’adolescenza, il legame con sua la famiglia era caratteriz­zato da una pro­fonda ambivalenza: da una parte profondamente le­gata e dipendente, quella dipendenza simbiotica con la madre, di cui preceden­temente si diceva, e dall’altra una spasmodica ricerca di in­dipendenza, di autonomia, senza essere capace di gestire in modo personale tale conflit­tualità. La dipendenza simbiotica si era straferi­ta sia nei confronti della famiglia del fidanzato sia nei confronti dello stesso.

 Nel contempo “nonostante il rapporto tra me e i miei genitori non fosse caratterizzato da una forma di comunicazione e da un dia­logo spontaneo, tra me e loro si è sempre man­tenuto una certa interdipenden­za. Sono sempre stata molto influenzata dal loro modo di concepire la vita, il lavoro, lo studio, gli affetti. La loro mentalità, se pur rifiutata e molto criticata da me, mi sono resa conto che in qualche modo mi è pe­netrata, è diventata parte di me almeno fino a quando sono stata capace di ribellarmi ad essa con una rottura che sembrava irreparabile al tempo della mia decisione di separarmi da mio marito”.

La separazione dal marito aveva simbolicamente un significato pre­gnante, in quanto accomunava nella stessa decisione l’allontana­mento dal marito e nel contempo il distan­ziamento dalla propria fa­miglia.

Sua madre e di riflesso anche suo padre hanno sempre avuto un forte ascen­dente su di lei. “Fino a quando mi sono sposata, all’età di 25 anni, hanno sempre gestito la mia vita, perché, mi rendo conto, ero io a permetterglielo”. Anche se apparente­mente non accettava i loro consigli, poi si ritrovava ad agire nel modo in cui l’avevano indi­rizzata. Si è ritro­vata spesso a vivere situazioni esistenziali, interiori, difficili, di fronte a scelte che le erano “suggerite” sul rapporto di coppia (durante il fidanzamento).

Si sentiva continuamente in dovere nei confronti dei genitori, per cui accettava e seguiva i loro orientamenti. Vi era non solo di­pendenza economica, ma soprattutto af­fettiva, sia circa il prosegui­mento degli stu­di prima liceali e poi universitari, e sia sulla continua­zione della relazio­ne con Roberto. “Diventava doveroso da parte mia dare sempre delle soddisfazioni, mantenendo alto il loro senso di sti­ma e quasi di perfezio­ne su di me. Non li dovevo deludere e ciò mi creava tensioni e ansie, che tenevo per me”.

Viveva, in modo particolare, il peso del controllo sociale della mamma, a cui si sentiva profondamente legata: quel legame simbio­tico, che non ha permesso fin da piccola un percorso autonomo nella costitu­zione della propria personalità e quindi una gestione di auto­possesso della vita attraverso un’interdipendenza, che, di norma, do­vrebbe prepa­rare le future relazioni mature con il partner.

 La relazione con il partner e il matrimonio – Roberto è stato il suo primo ragazzo, al quale si è sentimental­mente legata; è diventato il suo fidanzato e quindi suo marito, dopo 9 anni. Conosciuto all’età di 15 anni, si era legata a lui in forma spasmodi­ca e ossessiva. All’inizio, se da un lato n’era attratta, perché le piaceva l’idea che avesse certe atten­zioni per lei, dall’altra lo trovava antipatico perché lui sapeva di essere attraente, si piaceva e lo dimo­strava con aria di sufficienza e di superiorità nei confronti dei suoi amici.

Si erano messi assieme l’ultimo dell’anno a cavallo tra il ’79 e l’80. Lei si sentiva profondamente attratta e ‘innamorata’, di quellinnamora­mento narcisistico, proprio di una quindicenne, ma che per lei sarà la caratteristica dominante, permanente, della relazione; una relazione nar­cisistico-fusionale, quale ricerca di un Oggetto sostituti­vo (del padre). Dopo varie peripezie si erano definitivamente legati, su­perando le difficol­tà della famiglia di lei che non voleva.

Era l’inizio di un rapporto da fidanzati che è durato circa 9 anni. Accanto a lui si sentiva, più forte, più bella, più amata. Con Roberto aveva la sensazione di aver guadagnato qualcosa. Esternamente era­no considerati una coppia perfetta. Erano quasi sempre soli loro due, non li­tigavano mai, mai uno scontro di opinioni, tutto pro­cedeva allo stesso ritmo, ma neppure forti emozioni, né per lei aumento di affet­tività. Si vedevano tutti i giorni.

Lei si era adagiata nella relazione, in quanto aveva ottenuto quello che fortemente desiderava: l’oggetto d’amore, l’uomo che le desse rico­noscimento. Vi era una certa intesa affettiva, che da parte di A.M. all’i­nizio non su­perava “certi limiti”. “Il legame non era tanto grande da far­mi perdere il controllo delle mie azioni, non ho mai avuto esuberanza o esagerazione nell’esprimermi senti­mentalmente con lui. Tenevamo sem­pre un certo controllo o distacco negli approc­ci amorosi e questo sentivo che era motivo di sofferenza da parte sua di lui”.

Il suo legame nei confronti di Roberto diveniva spasmodico, osses­sivo, non po­teva starne lontano. L’anno del servizio militare di lui, per lei è stato un inferno, al limi­te della disperazione.

Tra loro parlavano molto, di tutto, eccetto che di se stessi, del loro mondo inte­riore, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti. Tutto pro­seguiva secondo i soliti schemi.

Si può affermare senza dubbio che i due costituivano una cop­pia narcisisti­co-fu­sionale, chiusa in se stessa e senza prospettive fu­ture, se non quelle d’essere costan­temente chiusa in se stessa, come in un’autori­flessione in cui, con il tempo, il ri­spec­chiamento di sé di­viene realtà-ir­reale escludente qualsiasi realtà esterna. Nella coppia narcisistica non vi é dialogo interno, perché nella relazione ognuno dei due è fondamental­mente con se stesso e non con il partner, il quale ha da essere come l’al­tro lo immagina. In tale ossessivo pro­cesso identificatorio, vi è la ten­denza all’annullamento delle persona­lità attraverso una costante spasmo­dica ricerca d’identificazione reci­proca, perché “ognuno deve essere a immagine e somiglianza”. Ciò porta all’impoverimento delle personalità at­traverso una ricerca della relazione e del partner funzionale a sé. Vi è nel contempo l’illusione di conoscere il partner, di sapere ogni sua mossa, ogni sfumatura del carat­tere, ogni esigenza intima o esteriore. E’ un’illusione, perchè ciò che è conosciuto sono le proprie proiezioni.

In A.M, la relazione di coppia era funzionale alla sua personali­tà, infatti “trovavo sempre puntuale davanti a me qualcuno che mi impedi­va lo sforzo, la minima sofferenza e, senza rendermene conto, allora ne ero felice,  mi sentivo fortu­nata e fortemente protetta…”. Tuttavia nella relazione “non riuscivo a capire che ciò era sbagliato…”. Fuori della re­lazione “provavo un gran senso di smarri­mento (…) non avevo fiducia in me stessa e non mi sentivo abbastan­za forte  e capace di decidere   Pro­vavo un senso di smarrimento, mi sentivo una nullità, dipendente, inca­pace di de­cidermi su qualsiasi stupidaggine senza avere il consiglio di Roberto”.

La sua esigenza fusionale nei confronti di Roberto era determi­nante e funzio­nale alla sua personalità.

Per molti anni non vi era mai stato un momento in cui si era chiesto se amava Roberto, se lo vedeva come il ragazzo per lei, se si sentiva at­tratta da lui, se c’era qualcosa di lui che non le piaceva. Dava tutto per scontato: lui era perfetto, perché non concepiva la sua vita senza di lui, che sapeva tutto, era disponibile, un ragazzo te­nero, dolce, affettuoso. “Da lui avevo tutto ciò che una ragazza poteva de­siderare da una perso­na maschile. Per me era come il padre che non avevo mai avuto da un punto di vista affettivo”. Cresceva sempre di più la sua fissazione per lui, la sua ossessiva richiesta di presenza, di vicinanza, di fusionalità.

 L’esperienza psicoterapeutica conferma che una cop­pia narcisisti­co-fusionale con il tempo si consuma, o perché i due non hanno più nul­la da dirsi (non si sono mai detto nulla di loro) e da darsi (si sono esauri­ti) o perché uno dei due si sveglia da questo sonno ipnoti­co e cerca al­trove la propria rivitalizzazione uscendo dalla coppia. Il risve­glio è di norma sempre traumatico.

Nel caso di A.M. il risveglio avveniva con il matrimonio, quan­do la realtà di sé, della propria situazione interiore circa il matrimo­nio e l’uo­mo fino allora idealizzato si sono rivelati nella loro cruda ma veritiera realtà.

Nella relazione con Roberto la problematica sessuale era sempre presente in lei come problema e trauma sin dall’esperienza dei 12 anni, per cui “per me il sesso era una cosa brutta che giudi­cavo molto sporca e peccaminosa. Se associata poi a quell’esperienza dei 12 anni, divenne ancora più una forma di rigetto e di turbamento ogni cosa o visione che avesse a che fare con esso”.

Solo dopo anni di relazione, in una situazione festaiola di eufo­ria e di abbandono alle emozioni, lei permetteva il rapporto sessuale. Anche se lei pensava di aver fatto qualcosa di sbagliato, un grosso peccato e avrebbe voluto tor­nare indietro, da quel momento il rapporto sessuale diveniva parte integrante della relazione di coppia ed era vissuto con conflittualità, sensi di colpa, difficoltà fisica, senza desiderio.

Più, però, la relazione proseguiva nel tempo più lei diveniva schiva e non sentiva il desiderio. Con lui non parlava delle sue ritro­sie, delle sue difficoltà, della mancanza di desiderio, tut­tavia accetta­va per paura di perdere il “suo uomo”. “La cosa di cui oggi ho più ram­marico è di es­sere stata scorretta, perché falsa nei confronti Ro­berto. Mi fa male tutto­ra pen­sare che  spesso gli ho fatto capire di fare l’amore con desiderio e per spon­tanea volontà. Ma non era così, fingevo…, io non volevo ferirlo a costo di fare del male a me stessa… Avevo paura di perderlo”. Tanto era abbarbicata a lui, che non pote­va immaginare la sua vita senza, su­bendo la situazione e facendosi violenza.

La coppia parlava spesso di matrimonio, ma dopo l’iscrizione all’u­niversità, lei pro­traeva la data di anno in anno. “Avevo anche la sensa­zione che il mio posticipare di 2 anni in 2 anni non fosse soltan­to legato ad un fatto di studio, ma anche a qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Ero spaventata dal compiere un passo per il quale non mi sentivo pronta, lo allontanavo dal mio presente perché non faceva parte delle mie pri­marie necessità, cioè non rientrava ancora nei miei progetti più prossimi. Vedevo prima una laurea, un lavoro, poi il ma­trimonio. E non so spiegarmi se era una mia convinzione o soltanto una sorta d’accettazione involontaria dei progetti dei miei genitori”, che la volevano laureata.

Nel frattempo di fronte alle ansie, ai sensi di colpa e alla carenza di desiderio ses­suale, riteneva che con il matrimonio ogni cosa si sa­rebbe risolta. Sperava nel coro­namento con il lieto fine: il raggiungi­mento di un rapporto pienamente e felicemente corrisposto.

Nel frattempo Roberto “per me era un padre, un consigliere, la spalla su cui piangere, la soluzione di tante difficoltà, la compagnia, il divertimento, la simpatia, il ragazzo dolce, tenero, premuroso che tutte le donne desideravano”. Lei non vedeva i suoi difetti, ed even­tualmente li tollerava e giustificava; eppure, vi erano profonde diver­sità di caratte­re, di cultura, di origine familiare, di mentalità, aspetti mai affrontati. Non erano oggetto di discussione e di confronto. Di Roberto e della sua famiglia sembrava accettare tutto. “I miei, di fronte alle mie prese di po­sizione in difesa di lui, dicevano che ero fissata, che avevo fatto una specie di mania per lui e la sua famiglia”.

Anche se di lui le piaceva molto l’aspetto fisico, non si sentiva at­tratta sessualmente. La sua era una profonda attrazione estetica. “La cosa che più mi teneva legata a lui in as­soluto era il senso di pro­tezione che lui mi dava… Mi bastava averlo, anche se non sentivo al­cun deside­rio sessuale nei suoi confronti”. Da un oggetto sostitutivo si vuole solo affetto, tenerezza, accoglienza, amore platonico, ma non lo si può amare nella sua totalità, perché diviene un incesto, e vi sono dei meccanismi che proteggono, come è avvenuto per A.M.

Solo l’anno precedente il matrimonio erano sorti in lei dei dubbi sulla sua storia re­lazionale, sulla  possibilità di non essere veramente in­namorata del suo ragazzo. La precarietà del rapporto usciva allo scoper­to, ma lei si ostinava costantemente a far ri­entrare il tutto nella “norma­lità”, perché non sopportava l’idea di staccarsi da lui.  Con lui giustifica­va i dubbi, non tanto perché non l’amava, ma perché aveva paura del ma­tri­monio. Lui non accettava che venisse interrotta una relazione che durava da otto anni. Così “proseguii più rigida e ferma nel affermare che quello era il mio uomo e lo sarebbe stato”.

Nel frattempo chiedeva di posticipare di altri due anni. “Ma, credo, la paura di un mio ripensamento ulteriore spingeva Roberto stesso e i suoi familiari ad intra­pren­dere subito i lavori della casa, convincendomi che non sarebbe cambiato nulla se mi fossi laureata dopo il matrimonio”. I genitori di Roberto avevano molto ascendente su di lei, mentre i suoi non volevano che si sposasse prima della lau­rea.

L’ambiente sociale circostante riteneva che quel matrimonio pri­ma o poi si sarebbe dovuto fare. I suoi, per garantire un futuro econo­mico a A.M., si imbarcavano nell’acquisto di una licenza di commer­cio, crean­do euforia e future prospettive di lavo­ro.

Era stato deciso che si dovevano sposare. Per certi aspetti, lei si tro­vava di fronte alla de­cisione, che altri prendevano per lei, prepa­rando ogni cosa. Senza una sua deliberata volontà, lei c’era e doveva fare parte della scena.

“I preparativi del matrimonio sono avvenuti in un’atmosfera con­vulsa di cose da fare che non mi hanno concesso un solo momen­to per pensare a quello che stavo facendo (…) Non potevo seguire personal­mente la fase di preparazione al mio matrimo­nio perché non avevo il tempo materiale e anche perché me lo impedivano tutti, in quanto dove­vo pensare a studiare e a laurearmi (…) Ma io non c’ero con la testa”. Al­tri avevano deciso e pensavano al “suo” matrimonio.

Il giorno del matrimonio veniva vissuto così: “Mi sentivo geli­da, proprio fredda come di marmo, ero attenta ai movimenti che fa­cevo o dovevo fare, mi preoccupavo di non sbagliare le frasi che avrei dovuto leggere”.

La reazione, il risveglio, la presa di coscienza di ciò che era avve­nuto, cioè il ma­trimonio,  arrivava l’indomani, “quando mi svegliai e in­cominciai a rendermi conto del posto dov’ero e del fatto che lì sa­rei do­vuta stare fino alla fine dei miei giorni… Mi as­salì un senso di sconforto e di abbat­timento da scoppiare in un pianto disperato. Ero un convulso e un’esplosione di lacri­me, in preda ad una crisi isterica”.

Con il viaggio di nozze e con la convivenza si riproponeva il pro­blema sessuale: in lei vi erano ansie e aspettative nel dopo matri­monio, che si portava da tanti anni. Si attendeva un miglioramento, aveva il desiderio e l’ansia di verificare. Però, da parte sua non c’era né attrazione, né desiderio; ri­mandava di giorno in giorno per motivi di stanchezza ed altro. Iniziava a vivere anche un senso di fasti­dio e di intolleranza verso di lui, che con il tempo si trasformavano in di­stacco e indif­ferenza.

Le attenzioni e la compagnia del marito erano desiderate, pur­ché non si ac­cen­nasse al rapporto sessuale. Qualche volta accettava per soddisfarlo e per superare momentaneamente i sensi di colpa. L’i­dea del rapporto sessuale continuava ad essere un’ossessione, tanto da non per­mettere di fare l’amore in modo completo, ma sempre con il coito inter­rotto. Pian piano si alzava un muro tra i due, s’instaurava una barriera che li allontanava.

Con il matrimonio Roberto appariva ai suoi occhi la persona che non aveva visto prima, e così incominciava a prendere coscienza del suo errore, dei suoi sentimenti, delle problematiche che non erano state af­frontate, della superficialità della relazione, del non amore nei confronti dell’uomo che aveva idealizzato.

Lei non si sentiva sposata. Il matrimonio era il risveglio dal sonno e dall’immaginazione, era la presa di coscienza della realtà, di sé stessa e di quanto era sta­to: non era mai stata veramente innamorata del suo uomo, non lo aveva amato per se stesso, ma aveva sostituito alla realtà una sua im­maginazione, cioè “l’uomo dei suoi ideali”, l’Oggetto sostitutivo.

In quegli anni di convivenza “matrimoniale” non si sentiva spo­sata, non sentiva la casa come “sua”, non sentiva quell’uomo come il “suo” uomo.

La crisi era profonda, di qui l’esigenza dei due di avere un aiuto, prima religioso con un sacerdote, e successivamente psi­cologico con il sottoscritto. Il lavoro psi­cologico si è attuato prima con due incon­tri con la coppia, poi solo con A.M., con cui è stata fatto un percorso analitico. Il lavoro è stato per lei molto doloroso.

Per A.M. arrivava la decisione di chiedere la separazione e di anda­re a vivere da sola, mentre portava avanti l’analisi. La presa di coscienza era sempre più profonda ed arduo il confronto con la real­tà.

Ora “a tre anni dalla separazione mi trovo di nuovo in contatto con il terapeuta perchè ho maturato ciò che fin da subito sentivo come un desiderio, una necessità in­tima ed esclusivamente personale di chiedere il riconoscimento della nullità del mio matrimonio. Pre­metto che questa mia richiesta nasce da un processo d’evoluzione in­teriore che è partito dal momento in cui ho ritrovato me stessa, cioè con la separazio­ne da Roberto e l’inizio di una vita da sola”.

Ritengo di poter affermare che la separazione può essere considera­ta la sua prima e autentica decisione fatta consapevolmente, assumendo­si in prima persona la responsabilità. “Ritengo ora che non avrei dovuto sposarmi e lasciarci prima, quando erano sorti i dubbi, ma non avevo le ca­pacità di decidere”.

 Con tale atto e attraverso il lavorio interiore, è avvenuta pure una trasformazione circa i legami con i genitori, acquisendo lenta­mente e progressivamente una propria autonomia di gestione della vita sia rela­zionale che psicoaffettiva.

A.M. ha trovato se stessa attraverso un lungo ed estenuante la­voro interiore, con sofferenza, confrontandosi con la realtà e viven­dola. Ri­trovando se stessa ha com­preso che era profondamente im­matura di fronte al matrimonio, che le mancavano i requisiti psicoaf­fettivi per af­frontare gli impegni che tale decisione comporta e che amare una perso­na “reale” è profondamente diverso da quel legame narcistico-fu­sionale che l’aveva legata a Roberto; un legame, che ri­spondeva a suoi profondi bisogni patologici. “Mi sento ora di affer­mare con convinzione che io e Roberto non siamo stati né fi­danzati né sposati. Abbiamo vissuto per lungo tempo vicini, ma intimamente lontani. Io ero immatura”. Ora, dopo l’esperienza della mia costruzio­ne lo posso dire”.

Attraverso la psicoterapia e il lavoro personale A.M. oggi è molto maturata.

 3 – Conclusioni – Ritengo che dalla presente perizia, dettagliata nell’analisi dei risul­tati del test e nella ricostruzione della storia psicologica e psicoaf­fettiva, emerga con chiarezza ed evidenza scientifica come in A.M. gli impedi­mento patologici ad un consenso non consapevole e re­sponsabile al ma­trimonio siano radicati nei primi anni dell’infanzia, si siano consolidati e strutturati nel proseguo della vita, in modo par­ticolare durante l’adole­scenza, quindi antecedenti al matrimonio.

Si evidenzia una profonda immaturità psicoaffettiva, caratteriz­zata da un chiaro narcisismo, con tratti ben evidenti di legame sim­biotico e di ricerca di oggetti fusio­nali, con cui identificarsi e sussi­stere psicologi­camente.

E’ evidente il legame narcisistico-fusionale con il partner, ricer­cato non come per­sona a se stante, ma come “Oggetto sostitutivo” da utilizzare per colmare le profonde carenze della propria identità. In tale tensione di ricerca ossessiva dell’Oggetto e di legame ad esso,  si sarebbe com­portato nello stesso modo con qualunque altro uomo, che fosse diventa­to oggetto sostitutivo di desiderio. L’uomo per lei non era da amare, ma da idealizzare, da ricreare a propria immagine, da non perdere, da tenere a qualunque costo, come effettivamente è avvenuto. L’amore come do­nazione, come scelta responsabile e tota­lizzante, non poteva rientrare nelle sue possibilità, tanto è vero che quando si è ritrovata di fronte alla realtà concreta, essa non era quella pensata e immaginata. Si può affer­mare che, se A.M. ha amato, lo ha fatto nei confronti di una per­sona “ir­reale”.

Un giudizio relativo al suo stato di immaturità globale prima del ma­trimonio è dal punto di vista psicologico assolutamente sicuro e fon­dato, secondo scienza e coscienza.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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