L’incoraggiamento all’autonomia nella famiglia

L’incoraggiamento all’autonomia nella famiglia di Gilberto Gobbi

 Una delle caratteristiche fondamentali, per un normale sviluppo della personalità, è vivere in un clima relazionale, in cui sia facilitata la possibi­lità di sentirsi come persona diversa dalle altre, con una propria identità e autonomia, in cui i pensieri e i desideri siano riconosciuti come propri; tutto ciò in un rapporto interpersonale di interdipendenza, che favorisca il senso di appartenenza al nucleo familiare e contempo­raneamente riconosca i con­fini della propria individualità.

 Nella famiglia intermedia l’autonomia delle singole persone non è favo­rita; meglio, è richiesta più a parole che con i fatti e viene sco­rag­giata, attraverso varie forme e con mezzi diversi.

Proviamo ad esempli­ficare.

– Le differenze individuali, nel modo di vedere e sentire la realtà e quindi di comportarsi, sono razionalmente comprese (“ciascuno può pensare quello che vuole”), ma nella realtà non sono accettate profon­damente. Il desiderio dominante di ogni membro è che gli altri si pie­ghino ai suoi bisogni, ai suoi schemi mentali e al suo comportamento. Si comprende facilmente come in questo contesto vi siano notevoli diffi­coltà nell’assumersi la responsabilità dei propri pensieri, senti­menti ed azioni. Si preferisce tacere e tenere per sé, non comunicare. L’espressione responsabile dei sentimenti viene sostituita dal risenti­mento e da attacchi ironici agli altri.

– Vi è la tendenza a dividere i sentimenti in buoni e cattivi, secondo il pro­prio criterio. Di norma sono gli adulti a stabilire tali criteri, ognuno per pro­prio conto. L’espressione di un sentimento spiacevole trova una risposta o un attacco o vi è il tentativo di indurre in colpa, perché “non è possibile che tu possa pensare e provare questo”.

– La corresponsione e l’empatia nei confronti dell’altrui comunicazione è molto limitata, solo in alcune circostanze particolari, mentre sono spesso so­stituite da freddezza, disinteresse, giudizi poco rispettosi, o prevaricazione.

– Vi sono delle regole di riferimento stabilite, a cui vengono sacrificati i bi­sogni e i desideri individuali. Sono regole fissate da un’autorità superiore, che si perdono nelle neb­bie del tempo, la cui origine nessuno sa. Vi possono essere norme sancite al mo­mento, dettate dall’umore della persona adulta, che hanno ben poco di umano, e non sono negoziabili, cioè non possono essere di­scusse. Il linguaggio ti­pico è il seguente: “E’ così, perché è così… Finché sei qui, questa è la norma… Dovre­sti… Potresti… Devi!”.

– In un contesto estremizzato, l’autorità sottomette i membri della fami­glia e si dimostra insensibile ai bisogni genuini delle persone e alle dif­ferenze in­dividuali. I principi devono essere condivisi da tutti.

 Anche nella famiglia sana vi sono dei principi di riferimento condi­visi da tutti, che fanno parte del clima psicoaffettivo e creano coesione e senso di appartenenza, tali principi, però, si integrano con la soddisfazione dei biso­gni individuali e viene attuata la negoziazione, come ele­mento fondamentale della relazione, pur nella differenza dei ruoli e delle funzioni.

I confini generazionali interni al nucleo  familiare, tra genitori e figli, sono chiari come sono pure ben evidenti l’individualità e l’assunzione di responsabilità dei propri bisogni, sentimenti e desideri.

 Nelle famiglie intermedie centripete vige la tendenza a tenere i figli “legati” a casa. Le fasi dei distacchi da casa dei figli sono eventi te­muti, per cui non si capi­sce perché i bambini debbano andare a giocare a casa del proprio compagno, rimanere a giocare fuori, quando in casa stanno bene e hanno tutto. Mal si tollera che l’adolescente non voglia più seguire i genitori la domenica, ma uscire con i coetanei. La frequenta­zione del giovane dell’università è con­trollata e può essere vissuto come un evento traumatico il suo matrimo­nio, che spesso viene ritar­dato.

In un contesto, in cui la disciplina è molto rigida, basata sul con­trollo e l’ambivalenza non accettata, si può costituire il capro espia­torio: il mem­bro che viene scelto come “cattivo” per i suo comporta­mento e le sue re­azioni.

In genere il capro espiatorio è il figlio che ha reagito con forza al tenta­tivo genitoriale di sottomettere la sua soggettività ed autonomia. Su di lui si scaricano le tensioni e i conflitti. Di norma, viene ignorato quando si com­porta “bene” ed è sempre “lo stesso” di fronte ad un altro suo errore, che va sempre riferito alle regole familiari. Nel contempo, in queste strutture rigide, viene identificato il figlio buono, anch’egli im­prigionato nel suo ruolo at­tribuito, da cui non può uscire, pena la per­dita del suo posto privilegiato, a cui deve costantemente essere fedele prima e anche dopo il matrimonio.

Nelle famiglie intermedie centrifughe, invece, i bambini e gli adole­scenti sono faci­litati nell’uscire di casa, sono quasi “espulsi” fuori, prima ancora che ab­biano costruito la loro identità ed autonomia. Sono proiettati nel mondo, dove ricercano compensazione e un clima di ac­cettazione, che difficilmente troveranno. La tendenza alla fuga va vista come un allonta­narsi da un luogo e da relazioni insoddisfacenti, una ri­cerca al­trove di cure adeguate, soddisfacenti.

La colpevolizzazione da parte degli adulti è un atteggiamento assai pre­sente, con comportamenti devianti, che inducono il figlio ad assu­mere una buona dose di cinismo, con notevole senso di solitudine e bassa autostima; il tutto coperto da una maschera di spensieratezza e di allegria. [da G. Gobbi, Coppia e famiglia crescere insieme, Verona 2002]

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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