La soggettività del padre

LA SOGGETTIVITA’ DEL PADRE

di Gilberto Gobbi

Parlare della soggettività del padre significa entrare nella di­mensione esistenziale e particolare di ogni padre. Non è pos­sibile tracciare un profilo omogeneo della soggettività paterna, mentre, come è stato fatto in precedenza, è possibile delineare il suo ruolo e le sue funzioni oggettive, perché collocate nello spazio e nel tempo della cultura, che ne indica i contenuti, pro­pri di un deter­minato periodo storico. Per esempio, la cultura d’oggi indica un padre affettivo, che supera i vecchi canoni dell’autoritarismo per essere un padre autorevole.

La soggettività, invece, comporta il vissuto individuale dell’essere padre, per cercarne, per quanto possibile, le connota­zioni comuni. In questo ambito non sembrano esserci ricerche spe­cifiche, ma un’assenza di materiale, o per lo meno non l’ho tro­vato.

Vi sono dei fattori, attribuiti culturalmente al sesso ma­schile, che sembrano supplire questa povertà di materiale. Ciò che colpi­sce è la modalità e il contenuto comunicativi degli uomini, i quali, quando si tratta di parlare del proprio intimo e delle proprie emo­zioni e sentimenti, seguono vie indirette e si riferiscono a degli standard culturali; cioè ci si aspetta che gli uomini non parlino di­rettamente di sé e delle proprie emozioni, ma del contesto, della situazione e di altre persone e oggetti, deviando dal contenuto emotivo personale.

Da sempre si è considerato l’uomo di “poche parole”, in­capace di esprimere emozioni, che tiene dentro, per cui incon­tra molta dif­ficoltà anche a parlare di suo padre e del rapporto emotivo con lui.

E’ sintetico nelle espressioni sul padre: as­sente, c’era ma come se non ci fosse, buono, disponibile, at­tento, tirchio, affettuoso, silen­zioso, di poche parole, allegro, sincero, non ne voglio sentir par­lare, c’era, faceva i fatti suoi… Così si potrebbe continuare anche con altre espressioni più in­cisive, ma sempre sintetiche.

Si incontrano le stesse difficoltà di parlare di suo padre, quando si cerca di raccogliere la sua esperienza emotiva vis­suta nella  relazione con il figlio. Più che a sé e ai propri vissuti di padre fa riferi­mento al figlio, alla moglie, difficilmente a se stesso. E’ come se avesse alzato una barriera tra le emozioni, che vive con il figlio e la capacità di estrinsecarle.

E’ una soggettività che rimane interna, o che si manifesta più in situazioni di rabbia, di tensione, di disfunzionalità della rela­zione. Per certi aspetti vengono espresse più le dimensioni ne­gative della paternità che i vissuti positivi, come se vi fosse una certa ver­gogna dei sentimenti positivi.

Vi sono altri condizionamenti che incidono profondamente sull’identificazione della soggettività paterna.

Una delle prime considerazioni da fare è la seguente: alla base della soggettività paterna vi è il rapporto, che lega il ge­nitore alla donna, madre del proprio figlio.

Alla gravidanza della propria donna emergono e vengono evo­cati sentimenti antichi di gelosia per la nascita di un nuovo bam­bino. Le reazioni, che egli può avere di fronte a questo evento, af­fondano nella sua esperienza complessiva, mettendo in movimento particolari significati, che vanno dalla negazione alla presa di co­scienza del proprio valore, dalla curiosità alla paura dell’ignoto, dall’esaltazione alla chiusura in se stesso, dalla partecipazione all’allontanamento.

 Il legame con la propria donna determina, ma non neces­saria­mente condiziona, il vissuto dell’uomo come padre di una nuova creatura.

Questo legame determina, perché, mentre la relazione ma­dre-bambino è immediata e non transita attraverso altre per­sone, quella tra il padre e il bambino è, per certi aspetti, me­diata dalla madre e l’uomo deve trovare la sua collocazione e costruirla attraverso una  concreta e costante presenza affettiva.

Il rapporto con la sua donna non lo condiziona, se il suo sen­tirsi padre lo spinge a superare barrire esterne ed interne: l’essere vicino al figlio fin dalla nascita e l’essere coinvolto nella sua vita, agendo in forma attiva e concreta, lo aiutano ad affrontare le diffi­coltà, che si presenteranno nelle fasi succes­sive, compresa l’eventuale sepa­razione della coppia.

Quella profonda sensazione di piacevolezza, avuta nel primo rapporto corporeo con il proprio figlio, che da alcuni padri viene espressa come una delle più forti emozioni della loro vita, permane come dato soggettivo profondo e pervade la funzione paterna, che si estrinseca via via negli anni.

La reazione soggettiva dell’uomo di fronte alla sua pater­nità, tuttavia, può essere ambivalente: attraverso l’identificazione, con­scia o inconscia con il proprio padre, egli può avere il desiderio di es­sere al posto del figlio nella rela­zione con la donna-madre e quindi di sostituirsi al figlio stesso. Come pure può esservi il desi­derio della morte del figlio, che con la sua nascita segna e traccia visi­bilmente il percorso della sua vita: una nascita che lo rimanda alla morte.

Nel vissuto della soggettività paterna vi è un altro pro­blema, quello di non avere un’idea precisa di che cosa significa es­sere un  “buon” padre” o un “cattivo padre”. L’uomo ha da­vanti a sé  l’esempio di suo padre e quello di tanti altri, ma dentro  può avere un’immagine idealizzata di sé, come padre, che si relaziona con il figlio, il quale “pretende” il suo spazio.

Verrebbe da dire: il figlio come nemico? e quindi il padre come nemico del figlio?

L’argomento è freudiano e ha rivoluzionato le idee tradi­zionali sulla paternità. Per Freud la paternità  è una categoria essenziale dell’esistenza umana, che da sempre diviene il pro­blema umano, che urge da dentro l’uomo nato da uomo. Così l’uomo sembra es­sere condannato  a subire questa passione, che lo fa nascere per grazia del padre senza avere voce in ca­pitolo, in un mondo co­struito dai padri e dai padri dei suoi pa­dri. In questa visione la pa­ternità ap­pare come una categoria polemica, drammatica, il cui vis­suto da parte dei padri e dei fi­gli non può essere se non di opposi­zione e di rivalità per po­tersi affermare: i figli per esserci devono contrap­porsi al padre, che lotta per mantenere il posto.

Non necessariamente una simile impostazione significa che la tensione tra padre e figlio sia una malattia. Ci possono essere con­flitti patologici, ma l’essenza della paternità com­porta che vi siano delle tensioni sane e normali, che tengono conto  della inegua­glianza tra i due. E’ l’essenza stessa della relazione padre-figlio ad essere costituita sull’ineguaglianza. Il tempo, poi, inverte l’ordine primi­tivo delle cose: inizialmente l’autorità del padre è al di sopra del figlio e successivamente, secondo la legge della vita, vi sono la crescita del figlio e il de­clino del padre. Sono due soggettività, il cui riconoscimento non può se non avvenire attraverso questa ine­guaglianza, che mette a confronto i due, e attraverso un riconosci­mento, co­struito più sulla fiducia che sulla confidenza.

La soggettività paterna è costantemente messa alla prova dagli atteggiamenti, dai comportamenti, dai vissuti e soprat­tutto dalle provocazioni, caratteristiche delle differenti fasi di crescita del fi­glio.

E’ una soggettività, che nelle nuove generazioni si sta aprendo, malgrado parecchie remore, alla confidenza e alla ca­pacità di esprimere le emozioni e di averne la gestione.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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