Padre/Figlio: dai 3 ai 6 anni

PADRE/FIGLIO: DAI 3 AI 6 ANNI

di Gilberto Gobbi

La vita prosegue – La vita del figlio prosegue, come pure quella del padre, che ha da rivedere la funzione paterna nella concretezza dei gesti durante il trascorrere delle fasi del ciclo della vita, te­nendo sempre conto delle nuove circostanze, in cui sono coin­volti i singoli membri, del tempo per la coppia e per ogni sog­getto.

Già, il tempo “libero” del padre e della madre!

Mi sono trovato spesso ad aiutare coppie giovani con figli pic­coli, che per anni non hanno preso del tempo per loro, per­ché in­daffarati di giorno nel lavoro e la sera nell’accudimento dei figli e della casa.

E’ più facile che sia l’uomo a permettersi un po’ di tempo per sé, mentre la donna reclama il proprio. Spesso sembra dif­ficile tro­vare del tempo libero per la coppia e per ciascuno dei due. Hanno pure difficoltà di stare assieme.

I figli hanno un costo, non solo nell’ambito eco­nomico, ma specialmente in quello psicologico, e richiedono la capacità di adattamento costruttivo da parte di entrambi i genitori. La re­spon­sabilità genitoriale comporta sacrificio e rinunce, senza che questo implichi la negazione di sé, ma vi sono gioie, gratificazioni, soddisfazioni, piacere.

Di fronte alla responsabilità  en­trano di nuovo in gioco la coppia, la sua intesa, la capacità di compene­trarsi, di aiutarsi e di condividere gli oneri e, quindi, anche di tro­vare il tempo per confrontarsi come coppia. In te­rapia della coppia, fin dagli anni ’70,  raccomando, alcune volte “assegno” un com­pito per casa, cioè di fissare una serata per la coppia, al­meno ogni quindici giorni.

Ciò che fa bene alla coppia, al padre e alla madre, fa bene al figlio. Fanno bene alla coppia e al figlio il recupero dell’intimità, in ogni suo aspetto, il suo approfondimento, l’uscire dalla routine del quotidiano e un pizzico di creatività. L’organizzazione spetta ad entrambi. Di norma i nonni pas­sano volentieri una serata ad accu­dire il nipotino, anche dopo averlo fatto durante il giorno, purché sia di tanto in tanto e a beneficio della coppia e della famiglia.

Trasformazioni – Dai tre ai sei anni avvengono delle grandi trasformazioni: il bambino domina la situazione, controlla la realtà, ma non la com­prende ancora nella sua interezza: occorreranno ancora molti anni per arrivare a questo. Inizia la scuola dell’infanzia e vive tante ore della giornata fuori casa, lontano dai genitori. Rientra nella logica dei suoi bisogni e desideri che, al ritorno in fa­miglia, voglia gli adulti (mamma e papà) per sé, mentre essi hanno ben altre cose da fare: si portano dietro la stanchezza del la­voro, hanno altre preoccupazioni, vi è la cena da preparare, ecc.

Se la madre è la figura dominante nell’ambito affettivo, il pa­dre lo è da un punto di vista cognitivo, cioè dello stare con lui per condividere giochi, discorsi, fantasie, avere una vici­nanza fi­sica e fargli conoscere il mondo sociale. La funzione paterna si diversi­fica nel suo espletamento a partire dall’immagine interiorizzata dal figlio, maschio o femmina, e dalla fase di sviluppo che egli sta at­traversando, che connota la relazione con il padre.

In questa fase il maschietto vive il padre in modo conflit­tuale: è il suo eroe, l’onnipotente, che sa fare tutto o quasi, da imitare e anche a cui contrapporsi come affermazione di sé; ma è anche l’uomo che sta con la mamma e come tale da allonta­nare, perché la mamma è “sua”. Dipende molto dal comporta­mento del padre e della madre il modo con cui il bambino vive la sua fase edipica, durante la quale la madre è l’oggetto del desiderio: la vuole per sé. Senza sof­fermarsi sull’analisi delle implicazioni psicologiche del complesso edipico, sintetica­mente ritengo che la fase edipica vada vista come una sinto­matologia del processo di identificazione psicosessuale e quindi come un percorso caratteristico dell’acquisizione dell’identità, che dovrà avere ulteriori sviluppi nel periodo della prima adole­scenza, o seconda fase edipica.

Al padre compete la funzione di aiutare il bambino a iden­tifi­carsi e a separarsi per proseguire il suo cammino di matura­zione verso l’autonomia. La madre deve facilitare tale separa­zione per una soluzione positiva della fase stessa, permettendo ad entrambi, padre e figlio, di potersi relazionare e vivere in­tensamente le dina­miche dell’ambivalenza del figlio verso il padre e il suo percorso di iden­tificazione per differenziarsi.

La bambina, di norma, in questa età ha un profondo attac­ca­mento alla mamma, alla quale ricorre per i suoi piccoli pro­blemi, ma rivolge particolari attenzioni al padre, che è il suo amore, l’uomo della sua vita.

Dipende dal padre far vivere con serenità questa fase edi­pica femminile, confermando le donne del suo nucleo familiare – mo­glie e figlia – nella loro identità psicosessuale. La sua fun­zione con la figlia è quella di essere buono, accondiscendente, ma fermo, coccolone e contemporaneamente capace di espri­mere dissenso. La bambina gli chiede di essere per lei, dalla sua parte, alcune volte in contrasto  con la mamma.

La risoluzione della fase edipica femminile avverrà molto più tardi, nell’adolescenza, quando altri uomini saranno l’oggetto di atten­zione della figlia; però il padre, se è stato pa­dre affettivo e continua ad esserlo, resterà sempre il padre, che non può essere confrontato e confuso con nessun altro.

L’uomo, che lei sposerà, sarà diverso, perché non vi sarà in modo esplicito la ricerca nel partner di un al­tro padre, come spesso avviene. In alcuni fallimenti matrimoniali, per la donna la figura del padre è coinvolta inconsciamente con la mancata risoluzione della fase edipica, così come per i maschi, la figura della madre e la deficitaria risoluzione della loro fase edipica sono sottilmente presenti.

L’immagine di un padre idealizzato può rimanere fissa nella donna per anni e anche per tutta la vita, divenendo l’ideale che nessun uomo può incarnare. Sono persone che, per situazioni differenti, si arrestano nel processo di maturazioni a fasi infantili e non sono state aiutate durante l’adolescenza a ri­solvere l’attaccamento alla figura paterna. Hanno vissuto in modo deficitario l’identificazione con la madre, attaccandosi morbosamente al padre, che, per certi aspetti, ha dovuto sosti­tuirla nel ruolo affettivo.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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