Il padre e il bambino piccolo: da 0 a 3 anni

Il padre e il bambino piccolo: da 0 a 3 anni

 Gilbert0 Gobbi

Attraverso l’analisi del contesto familiare e le esigenze di cre­scita e di maturazione del bambino e dei due adulti, emerge che il padre è una figura primaria, assieme alla moglie, nel co­stituire e determinare il clima psicoaffettivo, in cui si sviluppa e cresce il bambino. Tuttavia è stato detto ben poco circa la genitorialità del padre, l’importanza della funzione paterna e circa la sua com­pre­senza nel promuovere e favorire lo sviluppo psicologico del fi­glio.

Il padre va considerato l’altro organizzatore del processo evolutivo del bambino. Se la madre è un elemento determi­nante, in una prospettiva dinamica anche il padre è parte de­terminante della vita affettiva del figlio, nei suoi aspetti nor­mali e/o disfunzionali.

Il bambino nasce da e tra due realtà, quella materna e quella paterna, che determinano la direzione, il limite e il senso del suo sviluppo psichico.

Le due figure tracciano la direzione, poiché lo sviluppo pro­cede dalla madre verso il padre; tracciano il limite, in quanto, sul piano psicologico, sembra che non ci sia conquista al di fuori delle relazioni familiari; indicano pure il senso, poi­ché il significato dello sviluppo si enuclea nella trasmissione della vita. Lo spazio psichico dell’uomo si evolve tra questi due “termini” della vita: madre e padre (R. Quaglia, a cura di, Il valore del padre, UTET, Torino 2001).

E’ risaputo che l’atto procreativo non è sufficiente per far di­ventare “madri” e “padri”: molti diventano genitori senza averne acquisito  il sentimento adeguato, permanendo al livello psichico del mero piacere sessuale, senza nessuna altra “gioia”.

Ogni neonato ha inscritta la realizzazione del suo processo di maturazione, che nelle varie fasi della vita non viene conse­guito solo at­traverso la pura conoscenza intellettiva, ma per mezzo delle potenziali esperienze emozionali. La maturità del sentimento è ciò che rende l’uomo “uomo”. Essa percorre delle tappe evolutive, che vede il bambino entrare in una struttura predeterminata, in cui fa vari incontri: prima quello con la madre dentro e fuori di lei e poi con il padre, per un sano sviluppo emotivo verso l’indipendenza. Il padre e la ma­dre, presenti o assenti, fanno parte integrante dell’intreccio della vita del figlio.

Quello che ci si chiede è il significato che il padre assume nella determinazione della personalità del bambino; cioè: se è l’altra figura, l’altro oggetto, oppure se è solo di supporto, al­meno inizialmente, alla funzione materna. Ha fin da subito una sua speci­fica funzione, o con la nascita è di contorno e solo successiva­mente, abbastanza tardi, entra nel cerchio della rela­zione? Sul ruolo e la funzione della madre molto è stato detto e scritto, mentre ben poco sul ruolo e la funzione del padre sulla formazione della personalità del bambino.

Di norma si dice che il padre si affianca al bambino, quando ha raggiunto una sua differenziazione (M. Klein, La psicoanalisi dei bambini, Ed. Martinelli, Firenze1932), per favo­rire il processo di “distacco” dalla madre, per promuovere il nodo simbiotico, assumendo una funzione di semplice contenitore della madre (Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1965). Cioè, viene visto come la persona, che facilita l’indipendenza affettiva e la crescita del bambino, nel suo pro­cesso di distanziamento e differenziazione dalla madre.

Se, però, si colloca lo sviluppo del bambino nel contesto strut­turale del  nucleo familiare, nel processo interattivo del clima e dello spazio psicoaffettivo, il significato del padre as­sume ben altra valenza e connotazione e può essere conside­rato “come colui che suscita, provoca, causa la vita psichica del figlio, unitamente alla madre” (R. Quaglia, op. cit., 2001).

 Incontro tra padre e figlio

Il bambino incontra il padre ancora prima di averne una con­creta percezione visiva, quando avverte la sua “figura” e la sua “presenza”. Cioè, fin dalla nascita il bambino sente la sua pre­senza  ed entra in relazione con lui. Relazionarsi non vuol dire at­taccarsi, per cui rientra nella prassi che il bambino dimostri un “attacca­mento” privilegiato verso la madre, ma ciò non esclude la rela­zione con il padre, che sente e identifica at­traverso gli odori, i mo­vimenti, la “figura”, i gesti, i tocca­menti, la manipolazione.

 Ciò che si vuole sottolineare ancora una volta è che il pa­dre, come la madre, trasmette al bambino la qualità del suo modo di es­sere presente a lui. La qualità viene espressa attra­verso il modo con cui  si relaziona con il bambino, lo prende in braccio, lo  stringe, gli  rivolge la parola, lo pulisce, gli  dà la pappa. Sono tutti gesti e comportamenti corporei, che costitui­scono la comunica­zione primaria, con i quali padre e madre espri­mono le emozioni positive o negative nei confronti del fi­glio. La comunicazione cor­porea è la base della comunicazione successiva. Il padre, come la madre, ha il proprio sé corporeo da utilizzare nel bene e nel male con il figlio. Il dialogo affet­tivo e la conoscenza reciproca avven­gono attraverso il dialogo dei due corpi.

Il padre, pertanto, con questo tipo di presenza, non si col­loca a fianco della madre e del bambino per entrare nella diade e per rela­zionarsi con il figlio, ma ha, invece, una sua parti­colare relazione, che fa­cilita l’acquisizione dell’immagine de­gli “oggetti”, ha una sua specifica presenza  al figlio, senza la mediazione di alcuna al­tra figura, perché lui è l’altra figura diversa, che completa la scena primaria.

Il padre contribuisce in modo differente, assieme alla ma­dre, alla for­mazione della primitiva “immagine” emotiva del figlio nei confronti del mondo esterno, che incide sulla forma­zione delle successive “immagini” del suo mondo in­terno ed esterno. Il neo­nato ha nel sentire corporeo la precompren­sione della realtà, in quanto il suo “pensare”  è compreso, impli­cito, per sua natura, nel suo  “sentire”.

Il suo è un sentire-sapere che è somatico e psichico con­tempo­raneamente. Egli si sente attraverso il sentire dei genitori e ciò gli permette di fare esperienza di sé come sé emozionale. Con tale processo il bambino si vive e si identifica gradual­mente come il “bambino” della madre e il “figlio” del padre, percependo il loro diverso modo di porsi: femminile e ma­schile. E’ un’esperienza du­plice e diversa. Il padre deve per­mettersi fin da subito una “pre­senza” significativa con il figlio, reclamarla e volerla per il neonato e per sé.

In tale processo il padre non svolge solo la funzione di so­ste­gno della madre, di aiuto e di distacco del figlio da lei, ma diviene artefice assieme a lei della costruzione della vita emo­tiva e cogni­tiva del figlio. Attraverso l’integrazione di en­trambi gli aspetti, maschile e femminile, il bambino elabora un’immagine di sé unita­ria e completa, per orientarsi verso la propria identità.

La valenza del padre nel contesto relazionale attraversa le varie fasi della vita del figlio, assumendo connotazioni e diver­sificazioni proprie delle differenti età.

Il padre, presente o assente, conosciuto o sconosciuto, fa parte di quelle immagini interiori che non si cancellano. Si tratta dell’identità e delle radici da cui si proviene.

Di qui l’importanza fondamentale della qualità con cui viene svolta la funzione paterna nei primi mesi e anni di vita (G. Gobbi,  Il figlio e la struttura familiare, Verona 2002).

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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