Qualcuno che mi ascolti (Vanna ed altro)

 

QUALCUNO CHE M’ASCOLTI

(Vanna ed altro)

Gilberto Gobbi

“L’ascolto è la base  della comunicazione”(G.G.)                                                                                                                

Da quattro anni la psicoterapia di Vanna è terminata. Lei non vive più in famiglia. Si è sposata da un anno e mezzo, e dopo qual­che mese mi ha comunicato con gioia che il suo corpo si stava tra­sformando lenta­mente per lasciare spazio ad una nuova vita. Accetta­va la trasforma­zione, non si abbuffava, non vomi­tava e si vedeva bene nel premaman.

L’estate antecedente al matrimonio aveva pas­sato una parte del­le ferie con i genitori: era stato un avveni­mento.

Vanna ora stringe suo figlio tra le braccia. Ero stato invitato alle sue nozze. Guai se fossi mancato! Avevo promesso e sono andato. Di norma non lo faccio.

Verso la fine della psicoterapia, du­rata quattro anni e mezzo, quando stava già bene, in una seduta, lei mi aveva detto: “Quanto vorrei che altre ragazze sapessero come si vive meglio, come si può affrontare la vita senza abbuffarsi e senza but­tarsi via!”.

“Potremmo scrivere qualcosa as­sieme”, le risposi, sorridendo. Lo faccio qualche volta quando il cliente o la coppia si meravigliano nel constatare di aver superato certe difficoltà, a suo tempo ritenute in­sormontabili ed esprimono il deside­rio di poter aiutare altre perso­ne, che soffrono. 

“Sono disponibile, è possibile”, è stata la sua rispo­sta, guardan­domi con quegli occhi, ora dolci, ma che tante volte mi avevano fis­sato e sfi­dato.

Venuta nel mio studio, dopo mesi da questo collo­quio, mi chie­se, prima ancora di iniziare il colloquio: “Ha scritto qualcosa su di me? Si ricorda?”.  “Ci sto ancora pensando”, le risposi. “Non pensi troppo. Lo sa che io sono disponibile”.

Dopo qualche giorno da quel collo­quio ho iniziato a stendere “qual­cosa” su Vanna, che ho chiamato per consegnarle il manoscrit­to. Lo ha letto e riletto, ha supervisionato e fatto degli appunti. Ci siamo rivisti e confrontati sul contenuto, sin nei mi­nimi partico­lari. Le pagine che se­guono sono state scritte con la sua supervi­sione.

Per lei è stata una rilettura del pas­sato attraverso il presente, e per me un confronto vivo, da cui ho ulte­riormente ap­preso a ricono­scere meglio parte del mistero di una persona. Questi sono appunti scritti assieme, com’era stata ri-­scritta assieme la storia della sua vita. Una sintesi.

Vanna si presenta una mattina, tra­scinata nel mio studio dai ge­nitori, che avevano avuto il mio nominativo da un sacerdote della cit­tà, che per anni aveva svolto l’esercizio pasto­rale nel loro paese.

Si erano rivolti a lui per avere l’indicazione di uno psicologo “af­fidabile”.

Il Monsi­gnore era stato per loro una persona “affidabile” nel pas­sato, e dopo anni gli chiedevano di avere delle garanzie, profes­sionali e personali, di un tera­peuta, che fosse, cioè, di una certa area, almeno un “buon cristiano”. Così mi è stato riferito.

Ancor oggi sorrido al pensiero d’es­sere stato considerato al­meno un “buon cristiano”; sì, anche profes­sionalmente valido, ma un “buon cri­stiano”, persino dalle gerarchie, che, si dice, siano molto diffidenti nei confronti di chi non ossequia e qual­che volta non con­divide. Spesso è tolto il “buon cristiano” e resta a mala pena “profes­sionalmente va­lido”, smozzicato tra i denti. Ne ho avuto riprova in questi ultimi anni.

Anni fa, nel pieno degli anni set­tanta, collaboravo in una équipe che si occupava di problematiche d’apprendimento ed handicap, in cui “l’essere laico” o almeno “l’essere cattolico per…” era conside­rato una garanzia di ‘sapere’ e di ‘scientifi­cità’.

Ero stato cooptato nell’équipe “per una mia certa vivacità intel­lettuale dimostrata nella formazione dei docenti” e nelle assemblee sindacali, così mi era stato riportato. Avrei pre­ferito oltre il termine “vivacità” an­che quello di “onestà intellettuale”.

Alla fine di una lunga riunione di lavoro, mentre si andava al bar per l’aperitivo, un sindacalista mi dice: “Gilberto, peccato che tu sia cattolico!” “Che cosa vorresti dire?”, gli domando. “Peccato – incal­za – perché devo ricredermi sulla prepa­razione professionale e sul­l’onestà scientifica”. Mi sono sentito profon­damente orgoglioso d’es­sere cri­stiano-cattolico “per la mia fede”, “un buon cristiano” e non “un cristiano per…”, come allora era di moda e ancor oggi sem­bra essere conve­niente in certi ambienti.

Il “cristiano per…” si è trasformato con il tempo in cattocomuni­smo, attraverso una lenta, costante, inesorabile trasformazione.

Risultato: una mistura nociva del peggior prodotto pseudocultu­rale dell’incontro tra un certo cristianesimo e un certo marxismo.

Era il periodo, in cui la professiona­lità aveva la caratteristica di “latera­lità”, aveva, cioè, una connotazione pret­tamente “mancina”. Le ipotesi erano elevate a verità assolute, pur­ché fos­sero scritte con la mano sini­stra. In certi ambienti, tuttavia, era di moda l’ambidestri­smo. Ne ho visti tanti tentare di apprendere a scrivere con la sinistra, o cercare di destreggiarsi con le due mani. Il tempo li vede disgra­fici: non vi è terapia riabilitativa che li possa riportare al loro orientamen­to originario.

Il Monsignore conosceva altri psi­cologi, però, per questa circo­stanza il mio nome era il primo della lista delle garanzie.

Così ero stato indi­cato e raccomandato a quei due ge­nitori. Rice­vevo anche una sua tele­fonata, garbata nella sua chiarezza. Diceva di avermi segnalato a due ge­ni­tori disperati a causa di una figlia dispe­rata. Non si dilun­gava in spie­gazioni, anzi, si scusava dell’intromis­sione, ma era una situazione grave, occorreva un professionista, uno specialista, e che io vedessi quello che era possibile fare. Non fu l’ul­tima volta in cui ci siamo sentiti.

Ci siamo perlati per telefono altre volte e anche incontrati di per­sona. Qualche mese dopo quella telefo­nata, sotto i portici del suo centro culturale, fumandoci una sigaretta, mi espri­meva il suo ram­marico, il cruccio per gli intoppi che da ogni parte si frapponevano alla collocazione della porta scolpita da un noto artista all’entrata di S. Fermo (la sua chiesa parrocchiale).  Dopo qualche mese dalla sua morte, si sono riuniti e gli hanno tessuto le lodi in occasione della colloca­zione di quella porta, che è là a testimoniare il suo amore per l’arte e la cultura.

Durante gli anni della terapia con Vanna, mi sono incontrato al­tre volte con il “Don” – così lo chiamava Vanna -, sempre in occa­sione di mie relazioni presso il suo centro cultu­rale, di cui era il mo­tore e l’anima. Mi ha autografato una dedica su un suo libro, che rac­coglieva alcuni suoi interventi, scritti per un giornale locale.

Nella sua discrezione, solo in una circostanza fece un accenno a Vanna: “So che viene ancora. Non t’invi­dio”, e passava a parlarmi delle molte famiglie in difficoltà, con i figli adolescenti, e di una so­cietà che dis-conosce i valori fondamentali della vita. Il tutto senza rabbia, né pessi­mismo, e con uno sguardo oltre certi confini ter­reni.

Molte famiglie gli si rivolgevano per consigli: soprattutto per conforto morale. Sapeva scindere i ruoli. Una volta si scaldò riferen­dosi a certi suoi con­fratelli “tuttofare”, che confon­devano i ruoli; nel frattempo divo­rava una sigaretta; di norma la fu­mava lenta­mente, la de­gustava.

In casa, quando si parlava di lui, uno dei miei figli lo chiamava affettuo­samente “Bubu”, per quella sua cor­poratura e per quel suo andamento, che richiamavano l’orso Bubu dei cartoni animati. Se ne parlava di fre­quente per le iniziative culturali che proponeva con for­za alla città. La sua morte ci ha trovato imprepa­rati. Ritorna an­cora nei nostri discorsi. Con gratitudine.

Vanna è seduta al margine della scrivania, disco­sta dai genitori,  di fronte a me. In posizione rigida, alza e abbassa gli occhi, come se stesse per scattare e andarsene. Ci vuole poco a capire che è stata tra­scinata nel mio studio e che vive ciò come una vio­lenza. Aveva pro­messo al ’Don’ che almeno una volta sarebbe ve­nuta.

Ora è lì davanti, che mi fissa, mentre i suoi, meglio, la ma­dre si sforza di spiegare la situazione. Vanna è sem­pre in so­spensione sulla sedia.

Il padre interrompe qualche volta, se vi riesce, per cercare di spi­gare me­glio quello che ha già detto la mo­glie. Vanna tace, os­serva, mi os­serva. Interpel­lata, con voce irosa sbotta: “Se lo dicono loro…”. Poi ad un discorso della ma­dre ribatte: “No, cara, non è così! Voi ve la raccontate come meglio vi piace”.

Da tempo mangia, si abbuffa e vo­mita, con una se­quenza infini­ta. Svuota il frigorifero, loro non sanno più che cosa fare, l’hanno an­che pic­chiata. Si sono messi in tre, anche il fratello.

Vanna urla tra i singhiozzi: “Non dovevate farlo…, siete degli stronzi… Non do­vevate farlo… Siete solo ca­paci di picchiare. Non una ma tante volte l’avete fatto”. Sin­ghiozza. Le porgo un contenito­re con fazzoletti di carta. Con fare brusco ne prende uno e si asciuga gli occhi. I ge­nitori tentano di giusti­ficarsi.

Ritengo che è il momento di deci­dere la separa­zione. Invitato i geni­tori ad uscire e ad attendere in sa­letta. Vanna è maggiorenne, si parla di lei, ed è giusto che sia lei a par­larmi di sé, se lo ritiene op­portuno.

Rimasti soli, la invito a spostarsi sulle poltron­cine, per essere più co­modi. Vanna riprende a guar­dami fissamente. Gli occhi s’incrocia­no. Lei li ab­bassa e riprende a singhioz­zare. Le porgo un altro fazzo­letto di carta, dicendole che in quel pianto colgo tanta rabbia e tanto dolore.

“Sono degli stronzi. Mi hanno fatto tanto male e vo­glio fargliela pagare”.

“Il fatto è che mi trovo di fronte una giovane che soffre ed ha sofferto molto. In più è stata costretta ad in­contrarsi con me contro voglia”. Con uno sguardo feroce e una voce stroz­zata, sbotta: “Ma io non voglio es­sere qui, con tutte le cose che ho da fare!”.

Silenzio. Sento tanta rabbia e un’immensa sofferenza, probabil­mente vorrebbe scappare, come aveva sempre fatto nella sua vita. Sento, però, che non sarebbe successo, perché si era già instaurata una pur sottile relazione tra di noi.

“Oggi è sabato – le dico – e, come tutti i giovani, avrai da metter­ti d’ac­cordo per questa sera”. Tento di aprirmi un varco della relazio­ne. “Ma che ne sa lei di me, dei giovani! Non mi dica stronzate!” Alza gli oc­chi, fissandomi intensamente: so­stengo il suo sguardo.

“Non mi dica che capisce i giovani e, poi, per capire me! Guardi quei due che sono fuori, di me non hanno ca­pito nulla. Solo adesso, perché non sanno più che cosa fare, si stanno preoccupando di me”.

 “Ritengo di aver colto che tu sei una ragazza che sa quello che vuole e che, se tu non avessi voluto, questa mattina non li avresti se­guiti e non saresti qui”.

“Questo è anche vero, – mi dice – se non avessi voluto…, ma ho fatto una promessa al ‘Don’ e sono qui”. Ri­prende a piangere. La con­versazione diviene più tranquilla. Vi è stato l’aggancio, penso, forse si darà la possibilità di lavorare con se stessa e forse mi conce­derà d’aiu­tarla ad aiutarsi.

Di fronte alla mia proposta, accetta di fare un altro incontro, ma che loro se lo scordino che lei cam­bierà. Verrà ancora una volta. Poi non lo sa che cosa farà. Concordiamo l’appuntamento al mercoledì suc­ces­sivo, alle 17. Le porgo la mano per salutarla. “Non gliela do, la mia è sudata”, borbotta, senza guardarmi. “E’ lo stesso, ci diamo un arrive­derci”, e stringo la sua mano sudata.

Vanna non attende che le apra la porta, lo fa da sé e, uscendo dallo stanza, inforca il corridoio, e ai ge­nitori sibila: “Vi aspetto alla mac­china”, sparendo giù dalle scale.

Mi soffermo qualche attimo con loro, che mi guardano mortifi­cati, spiegando che era stato fissato un prossimo appuntamento e che avrei tentato di fare il pos­sibile. Non sa­pevo che cosa.

Rientro in studio e mi affaccio alla finestra ad os­servare l’acqua del fiume e a distogliere il pensiero con i rumori della città, su cui domina la sirena di un’autoambulanza, che sfreccia sul ponte verso l’ospedale, al di là del fiume.

Il mio umore non è dei migliori. Confuse sensazioni permeano il mio animo: in­combono i due volti sofferenti dei genitori e la rabbia della voce stridula della figlia.

Provo sofferenza. Dopo anni quei volti sono ancora impressi, non li posso dimenticare, anche se oggi hanno mutato espressione: da tempo hanno ri­preso a sorridere. Mi hanno comunicato che la fi­glia sta veramente bene e che sono diventati nonni due volte.

La successiva psicoterapia l’avrei avuta dopo un’ora.

Il telefono squilla: sono eventuali nuovi clienti che chiamano per un appuntamento o altri che disdicono la seduta. Non ri­spondo: la­scio inserita la se­greteria telefonica. Sento l’esigenza di muo­vermi, di camminare. Esco e m’av­vio lungo la sponda del fiume.

Il mar­ciapiedi, che l’affianca, è poco frequentato, di solito da qual­che in­quilino dei palazzi adiacenti, a spasso con il cane; da gio­vani coppiette per delle pas­seggiate romantiche e per le effu­sioni sul­le panchine. Il lungadige lo permette.

Sono le dieci e trenta del mattino. Per breve tempo mi rilasso cammi­nando lentamente e osser­vando una coppia di mezza età, che passa mano nella mano, parlandosi dolcemente.

 Poi i tre volti ritor­nano: la rabbia di Vanna e la desolazione dei genitori.

Sono alla fine del marcia­piedi, non è più possibile proseguire: una rete metallica chiude il passag­gio ad un arenile creato dall’ansa del fiume. D’estate è la spiaggia di persone che restano in città. Vi è uno sdraio coperto dalla sabbia. Emerge solo in parte.

Al secondo colloquio, Vanna è pun­tuale. Si è fatta accompagna­re dalla mamma, che resta in sala d’attesa. Mi ripete an­cora una volta che è ve­nuta perché aveva promesso e che non sa quello che ci sta a fare nel mio studio. E’ un ritornello che sarà ripetuto numerose altre volte: una ritualità ossessiva, che è parte inte­grante dei nostri incontri per molto tempo. Vanna ha una capacità mani­polato­ria spetta­colare: ha da essere lei a parlare, quando ne ha voglia, af­fron­tare gli argo­menti, rifiutarli, ri­pro­porli, tacere, svicolare, ripren­derli.

Dopo una decina di colloqui, vi è una modifica al rito: dice che viene: “… perché qui posso parlare. C’è qualcuno che mi ascolta”.

Non è semplice condurre un collo­quio con Vanna e non è altret­tanto semplice ascoltarla. Mi verrebbe di ricordarle che i genitori hanno fatto il possibile, che l’hanno amata come hanno potuto, che soffrono terri­bil­mente, che è solo una ragazza vi­ziata, che ha una ca­pacità manipola­toria nell’imporre il suo compor­ta­mento strava­gante, che ha un’età per riflettere e per volersi bene, che si sta but­tando via, che la realtà della vita comporta l’accettazione delle per­sone, che è una bella ragazza…e tante altre cose di buon senso.

A Vanna questo buon senso non serve: ha bisogno di una perso­na che l’accolga, l’ascolti e che l’accetti per quello che lei è ora. Poi, forse, cam­bierà: accet­terà se stessa, la propria storia con quei genitori e quel fra­tello, si vorrà bene e vorrà bene.

Il cambiamento passa attraverso l’accettazione. A Vanna quanto tempo sarà necessario? Perché è una che quello che vuole, vuole, tut­to e subito.

Vuole più libertà, che nessuno le dica assolutamente come deve com­portarsi; vuole uscire, andare e rientrare quando le piace; fre­quentare per­sone, ambienti e locali, senza dover rendere conto; man­giare quello che si sente e quando lo desidera; abbuf­farsi e vo­mitare; fare all’amore con chi incon­tra; dormire il mattino fin tardi senza es­sere disturbata; acqui­stare vestiti alla moda; avere soldi da spendere; pren­dere le cose dove sono, anche rubarle.

Vanna ha 21 anni, vive in famiglia, composta dalla madre di 59 anni, dal padre di 66 e dal fratello di 19. La madre è casalinga; il pa­dre conduce con al­tri fratelli un’azienda commer­ciale, mentre il fra­tello tra una boc­ciatura e l’altra frequenta la terza su­periore.

Lei, conseguito il diploma d’isti­tuto magistrale più il quinto anno, si era iscritta a giu­rispru­denza, senza mai presentarsi in un’aula universitaria: lo ha fatto per­ché si ritiene in­telligente. Vive in un paese pedemontano, ricco di vigneti e di attività commerciali, a fianco della statale, vi­cino ad un raccordo autostradale.

La coppia genitoriale si è sposata avanti negli anni ed ha tribola­to per avere i due figli, che sono stati desi­derati e vo­luti con inten­sità. Sono arrivati uno dietro l’altro. La nascita del fratel­lino è stato vissu­to da Vanna con molta gelosia. In casa si racconta an­cor oggi che va­rie volte lei andava alla culla a picchiarlo, a graf­fiarlo, a ten­tare di ro­vesciare il lettino, borbottando: “Brutto tato!… brutto tato!…”.

Lei stessa me lo racconta, dicendo di ricordare che non voleva il fratello, e, che, d’altra parte aveva ragione a non volerlo, poiché ora “è un rompi-palle, uno sfa­ticato, che s’intromette sempre nella sua vita, beve e si ubriaca. “Fuma…, ma tanto i mie lo difendono sem­pre”. Mentre dice queste cose, ge­sticola e si agita sulla poltrona, alza la voce, grida e sbotta in un gran pianto. Si alza e cammina per la stanza: “Vo­gliono più bene a lui… da sempre… da sempre!”

Si calma, riprende a sedersi: “Ma anch’io gli vo­glio bene”.

Mi guarda e ride: “Lo ammazzerei, ma gli voglio bene”. Sa di aver fatto una delle sue sceneggiate.

Racconta di essere stata una bambina difficile, con problemi di simbiosi con la madre, con cui è sempre stata in lotta. Con l’adole­scenza era diventata “impossibile”. I genitori avevano optato per il collegio, come estrema possibilità di farle terminare gli studi. Si è sentita rifiutata, allontanata da casa, violentata dal loro comporta­mento.

In collegio manteneva un atteggiamento conflittuale, manipola­torio, seduttivo nei confronti delle insegnanti, delle suore e delle compagne.

Fin dall’inizio dello sviluppo adolescenziale aveva avuto un rap­porto conflittuale con il suo corpo: non accettava la propria femmini­lità.

Verso i 17 anni ha iniziato a fare per alcuni giorni delle diete fer­ree, seguite da abbuffate e conseguenti vomitate, senza che nes­suno si accorgesse.

Terminate le superiori e ritornata in famiglia, il comportamento si era accentuato, accompagnato da imposizione della propria volon­tà contro tutto: uscire la sera, trascorrere le notti sino all’alba in di­scoteca, passare da un uomo all’altro. Il rapporto con gli uomini era conflittuale: da una parte li strumentalizzava, dall’altra sentiva l’esi­genza di essere cercata e voluta.

Mangiare e vomitare a qualsiasi ora era divenuta un’ossessione, contro cui nessuno poteva opporsi, neppure gli interventi drastici dei suoi, anzi era sempre peggio.

Questa era la situazione quando è venuta in psicoterapia. Per un anno e più la sua collaborazione era la puntualità alle sedute. Poi è scattata la richiesta d’aiuto. L’uso del rilassamento terapeutico è sta­to un valido strumento per il ridimensionamento dell’immagine di sé e per l’acquisizione della sua identità.

Verona: settembre 1998

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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