Il fiume e la Città

 

Il FIUME E LA CITTA’

Gilberto Gobbi

“Nella bella Verona, dove è posta

la nostra scena”   (Shakespeare) 

Una piccola città, innamorata del suo fiume: l’Adige.

Origini, che si per­dono nella nebbia del tempo.

Vestigia e mo­nu­menti in degrado.

Pullman di turisti “del guarda, passa e fuggi”.

A natale, in Piazza Brà giganteggia

una stella bianca di cemento:

nasce dall’Arena.

Su cartoline, gior­nali e riviste,

messaggia ovunque lo splendore di Verona,

del suo fiume e della sua storia sospesa nel tempo. 

Mura romane, viscontee e austriache.

Chiese e campanili d’ogni epoca.

Chiostri, monasteri, istituti religiosi, tanti.

For­tezze austriache disseminate sulle colline.

Ponti ro­mani, austriaci e italiani.

Castelli, piazze, colombi; biblioteche semi­vuote.

Periferie dormitorio; università pullulante di giovani.

Luoghi di ritrovo alla moda, variabile.

Un balcone e una tomba, inventati,

per spasimanti e coppie innamo­rate.

Un fiume.

Il fiume s’insinua nella città con discrezione,

l’attraversa tutta, sinuosamente la coccola

e scende verso il mare.

Porta con sé le ciacole dei suoi abitanti.

Il fiume, ogni tanto, bronto­la tra gli argini

e contro i pila­stri dei ponti:

il più sornione e il più matto dei suoi abi­tanti.

Attraversata dalla Postumia.

Incrocio di auto­strade e di ferrovie.

Il Lago a portata di mano.

Le Dolomiti e il mare a due ore di macchina.

Punto no­dale del Quadrilatero austriaco.

Sotto­passi. Lungadigi bui.

Due squadre di calcio in serie differenti

e una di basket sparita nel nulla.

Il Pandoro sulla tavola, sempre.

Il territorio, dalla Lessinia, s’insinua nelle Dolomiti

e con il fiume si espande nella pianura.

Paesi affiancati alle ser­pentine delle strade,

uno dietro l’altro o adagiati sulle colli­ne.

Campagne curate a giar­dino, fiorenti;

trattori; macchine agri­cole sofisticate;

artigianato, piccole e medie industrie,

in un tes­suto ine­stricabile.

Tante fiere, mostre e mercati,

in ogni paese, da tempo immemorabile.

Ristoranti con cibi nostrani.

e diversi

Discoteche affollate.

Pub, piano-bar.

Negozi d’ogni genere, piccoli e grandi, di lusso, semplici.

Supermercati af­follati; chiese vuote.

Sale cinematografiche, multiple.

Tanti i giovani, ad ognuno la sua macchina.

Po­chi i bam­bini, molti di colore.

Scuole elementari e medie di colore.

Scuole supe­riori strapiene.

Universitari par­cheggiati tra pseudolauree,

corsi, corsetti e master.

Ospedali, ogni paese il suo, ora li chiudono:

la gente non si deve amma­lare.

Anziani soli.

Case di riposo, tante, insufficienti.

Si specula sull’età.

Convivenze, separazioni, divorzi, singl.

Anche coppie unite, coniugate.

Pietre dai ponti, parricidi, scippi, rapine.

Pestaggi, morti.

Pro­sti­tu­zione, no­strana e straniera.

Droga, comunità di recu­pero.

Volontariato, in tutti i settori,

d’ogni colore e inco­lore.

Un quotidiano, due chiusi,

dopo brevi e insignificanti va­giti.

Tre televisioni; molte radio.

Volantini, noti­ziari, riviste.

Teatranti.

Cultura, incultura.

Civiltà, maleducazione.

Quieto vivere.

Economisti, impresari, truffatori, scrittori.

Primari, aiuti, medici di base, psichiatri, psicotera­peuti.

Notai, avvocati, giudici, briganti.

Moralisti pentiti, libertari smarriti,

cattocomunisti, masochisti.

Partiti, gruppi, congreghe.

Spartizioni.

Progressisti, riformisti, estremisti, pattisti.

Bianchi, rossi, neri, rosé, a strisce, a pois.

Arrivati, decaduti, risorti, spariti, riapparsi.

Per le vie, branchi di maschi e di femmine.

Si scrutano, si annusano, si confondono.

Si frequentano, non si cono­scono.

Cinque giorni di lavoro, di studio, due di svago sfre­nato.

Soldi, vestiti, viaggi, macchine, ecstasys, ammuc­chiate.

Televisori, elettrodomestici, telefonini.

Computer.

Povertà, accattonaggio.

Dibattiti, conferenze, incontri: su tutto e su tutti.

Perizie, questionari, ricerche inutili.

Agitazione, quiete, chiusura, narcisismo.

Fiducia, speranza effimera, perbenismo.

Clientele, raccomandazioni.

Vescovi, curiali, monsignori, parroci, curati.

Cen­tri di pa­storale, di cultura, di coordinamento.

Laici impe­gnati.

Missionari, volontari.

Superiori, fratelli, inferiori.

Superiori, madri, sorelle.

Conciliari, preconciliari, postconciliari.

Vocazioni, celle vuote, corridoi si­len­ziosi.

Santuari, santi, beati, venerabili.

Vulnerabili.

Industrie, negozi, botteghe.

Ricchi, poveri, solidarietà, caritas.

Edifici ristrutturati.

Porte chiuse.

Folla, solitudine.

Pensiero, nebbia.

L’acqua del fiume passa sotto i ponti,

il più delle volte, lenta e assonnata,

al­tre, po­che, li­macciosa.

Con le sue anse attraversa la Città,

l’abbraccia, la coccola e va.

Da anni l’Adige mi è amico, da quando mio padre, sul ponte di Ca­stel Vecchio, prima di partire per la guerra, indicava a me, bambino, che “in una casetta in mezzo agli alberi, sulle Torri­celle, vi abitava santa Lucia”. Tendeva il braccio, indicando insisten­temente con il dito un punto sulle colline.

Le case erano tante.

Ad un padre si dice di sì.

Dopo qualche mese era disperso in guerra, nel meridione, prigionie­ro, a caricare le bombe sugli aerei che venivano al Nord-Est.

Ancor oggi, ogni tanto, dalla finestra dello studio guardo quella ca­setta in mezzo agli alberi per vedere se esce S. Lucia a sten­dere i panni e a prendere il sole, mentre l’Adige continua a scor­rere, ciaco­lando con la città.

A tener compagnia,

in primavera le rondini;

d’inverno i cocai.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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2 risposte a Il fiume e la Città

  1. Sara ha detto:

    Ke meraviglia!!!

  2. Smithc498 ha detto:

    Your style is really unique compared to other folks I’ve read stuff from. kedfddgfkbeedgkc

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