La crisi di coppia: come superarla

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              La La crisi di coppia: come superarla (da G. Gobbi, Vorrei dirti tutto di me. L’importanza del dialogo nella coppia e nella famiglia, pp. 241-245). [La foto “Meduse di fuoco” è di Angela]

Gilberto Gobbi

Crisi – Superare certe crisi di coppia non è semplice, ma occorre pren­dere atto che nella coppia come nella vita d’ogni uomo può esserci un periodo di crisi.

La parola crisi fa paura, perché le è attribuita un signifi­cato profondamente negativo: vi è una realtà (il matrimonio, la convi­venza) che funzionava, o come tale appariva, che ora sembra non funzionare più perché è subentrata la crisi.

Crisi è un termine greco, che appartiene all’area linguistica di scegliere, discernere, discri­minare, separare, decidere. Come tale, in­dica un momento della vita di un soggetto, di una coppia, di un’istituzione, in cui si sono rotti gli equilibri precedenti e vi è la neces­sità di modificare gli schemi per ritrovare un nuovo equilibrio.

Questo processo vale per la coppia come per il singolo. Sap­piamo che l’equilibrio psicologico della coppia si regge su parametri che vedono i due rapportarsi l’uno all’altro, con un processo di cam­biamento reciproco, e creare un clima psicoaf­fettivo, in cui ciascuno si ritrova, nonostante le diversità. Quando av­viene qualcosa che modi­fica profondamente il clima, allora si parla di crisi; di norma, una se­rie di situazioni continuative nel tempo crea un malessere, che s’ino­cula in uno dei due o in entrambi, quindi sarà sufficiente un pur minimo evento esterno perché si rompa l’equilibrio e il soggetto non si ritrovi più nel consueto equilibrio relazionale.

Le condizioni, che possono provocare una crisi, sono varie, come il verificarsi di un fatto in parte improvviso; avviene quindi il collega­mento di questo fatto con le eventuali tensioni precedenti, che avevano creato una situazione conflittuale, e infine la persona incon­tra molte difficoltà nell’af­frontare la crisi in modo adeguato, usando i soliti meccanismi e quindi vive l’incapacità di uscire dalla crisi.

Se applichiamo questi processi alla crisi della coppia, innanzi­tutto constatiamo come vi siano delle tensioni interne nei soggetti, le quali si manifestano con una comunicazione difficile, con chiusure, aggres­sività, rifiuti di affrontare e approfondire le difficoltà relazio­nali. Nel frattempo uno dei due mentalmente vagheggia la possibile libertà dal vincolo (avviene una prima immaginazione di separa­zione: di come potrebbe essere la vita senza il legame) e, spesso, in­staura una relazione “privilegiata” con un’altra per­sona, con cui si trova bene, si sente capito, si apre, e con cui inizia a passare del tempo assieme, a scapito del ritorno a casa. Si aggiungono i messaggi del buon giorno e della buona notte, quindi gli incontri furtivi e poi gli scambi d’affettuosità, inizialmente innocenti, sino ad una più in­tima, “profonda amicizia”.

Le difficoltà relazionali con il partner aumentano e il soggetto collega l’evento con le tensioni precedenti, di cui non si assume le responsabilità, e le scarica sul coniuge incapace di com­prendere il suo malessere, anzi causa principale di esso. La crisi esplode perché i due, usando i meccanismi consueti, si ritrovano nell’incapacità di affrontare in modo ade­guato la nuova realtà.

La situazione impone ai due l’esigenza di discriminare e di scegliere, perché “crisi” significa proprio questo.

Quando la coppia va in crisi, è fondamentale che i due abbiano la disponibilità a confrontarsi. Di norma ci sono dei segnali premoni­tori: quando il clima si surriscalda con atteggiamenti aggressivi o la relazione ristagna nella palude dell’indifferenza, in un quieto vivere in cui nulla avviene (in uno dei due qualcosa avviene), allora cia­scuno dovrebbe avere il coraggio di leggersi dentro, di guardarsi ne­gli occhi, di aprirsi, cioè di af­frontare la situazione. Questi segni sono già crisi.

Purtroppo, spesso, i due si affrontano, quando per uno dei due la crisi è già superata, in quanto autonomamente ha già scelto di rom­pere, di uscire da casa, o di non scegliere in un perpetuo dubbio, af­finché sia l’altro a scegliere per lui. Ho visto parecchie persone tergiversare per molto tempo, immerse nell’indecisione, portando allo sfinimento l’altro, che per la propria salute mentale decideva.

La comunicazione durante il periodo di crisi è tra le più varie­gate ed assume connotazioni a seconda dello stato d’animo. Emergono con rilevanza i vari aspetti psicologici dei due: dispe­razione, sup­plica, tentativi di seduzione, atteggiamenti di sottomis­sione, d’ag­gressività, di cinismo, di masochismo; pianti, invettive, pessimismo, depressione.

Spesso la crisi è superata con decisioni dolorose, come la separazione, che evidenzia il fallimento di anni di investimento affettivo, relazionale, di condivisione (o tale sembrava) della vita; con decisione di scissione, di separazione, di allontanamento in nome di nuovi orizzonti e del diritto di felicità. Oggi, sono pochi i casi in cui vi è la decisione di ri-scoperta reciproca, di ri-creazione del legame, di ri-proposizione del positivo che aveva fondato il legame.

Crisi è vagliare per decidere; spesso la decisione è fondata sull’emotività e la riflessione assume l’emozione come criterio ra­zionalizzato di valutazione, per convincersi che la nuova strada da percorrere è quella della separazione.

Il fatto è che la separazione coniugale, e ora anche quella dei soggetti che con convinzione avevano deciso di convivere, è un fal­limento. Il mio non è un giudizio, ma una constatazione tante volte raccolta in psi­coterapia, in cui l’apertura ai vissuti è fino in fondo, senza remore. Come tale è vissuta, un fallimento.

Convivenza – Mi permetto di esprimere la mia opinione sulla convivenza che è suggerita e auspicata spesso come rimedio alle separazioni matrimo­niali, in costante aumento. La mia è un’opinione contro corrente, fuori del coro e di ciò che le persone desiderano sentirsi dire.

Non vi sono statistiche dettagliate sulla separazione delle coppie conviventi, tuttavia sono molto maggiori delle separazioni delle cop­pie sposate. Fa riflettere l’80% circa delle coppie che, dopo aver convissuto per anni e aver contratto matrimonio, si separano dopo solo due anni e mezzo.

Di norma andare a convivere significa vivere assieme per verifi­care se si è fatti l’uno per l’altra, altrimenti ciascuno riprende il pro­prio cammino. Così, la convivenza è uguale a prova: si prova a far finta d’essere marito e moglie e di vivere come tali. Se ciò conviene si può pensare in futuro al matrimonio.

Psicologicamente significa il doversi confrontare costantemente: essere sotto esame per acquisire l’idoneità, meritare d’essere consi­derato capace di continuità relazionale. E’ un’idoneità da conqui­starsi, che non fa riporre la valigia nello sgabuzzino, ma tenerla mezza aperta sulla sedia accanto al letto: in qualunque mo­mento si possono raccogliere le poche cose e andarsene, o rimanere facendo ciascuno la propria vita.

La prova implica attenzione, sospensione e contrattura psicologi­che, limiti d’azione, dovuti alla paura di non superare l’abilitazione, l’idoneità. In pratica non si è psicologicamente liberi. Da qui il fallimento della convivenza come garanzia della futura solidità relazionale.

Ritengo che si fondi su un presupposto ideologico l’affermazione secondo cui, se è superato il periodo della convivenza, sarà ga­rantito il futuro della relazione di coppia e anche ci si potrà sposare senza problemi. Cioè, la convivenza come marchio doc. Oggi, ovunque viene richiesto il marchio di garanzia. I dati, però, ci ricordano che è un’illusione in quanto sono poche le coppie che superano il periodo della convivenza, e anche quando arrivano al matrimonio o restano nella convivenza, saranno coppie più soggette alla separazione, per­ché una volta superata la prova (così almeno sembra) si rilassano e riprendono i guai di sempre, che possono condurre alla separazione.

Sono consumate molte energie, non è sufficiente la suddivi­sione dei ruoli e delle funzioni; è la relazione ad essere spesso defi­citaria d’obiettivi e di progettualità, che va oltre il condividere gli aspetti economici, la quotidianità e il tempo libero.

Vi sono poi situazioni in cui i tentativi di convivenza si moltipli­cano per l’esigenza di avere qualcuno assieme, non importa, chi o come, l’importante è avere qualcuno. L’iniziale comunicazione, fatta di miele e cieli stellati, si trasforma spesso in conflitto, tensione, spesso aggressività, allontanamento, recupero, successivo allontana­mento, abbandono…, per una nuova ricerca di convivenza.

Anime in pena, che difficilmente riflettono sui fallimenti!

Si può parlare di una patologia? Se lo vediamo come fenomeno socialmente diffuso, diviene una ‘normalità sociale’.

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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