Cenni di neurofisiologia delle emozioni e dello sviluppo emozionale di Pier Paolo Gobbi

 Le emozioni, come ogni altro comportamento, si basano sull’attività del cervello e del sistema nervoso. Esiste un’ampia letteratura sulla neurofisiologia delle emozioni e storicamente la parte più ampia di tale ricerche si è interessata agli aspetti fisiologi­ci delle reazioni emotive. Le trattazioni più recenti hanno riservato particola­re spazio alla maturazione neurofisiologica come contesto dello sviluppo emozionale.

 Neurofisiologia delle emozioni – Il coinvolgimento dei processi fisiologici delle emozioni non è mai stato in questione, piuttosto ci sono state controversie su come definire il ruolo di tali cambiamenti. Un’antica prospettiva, quella di James, sosteneva che le modifica­zioni fisiologiche danno luogo a una risposta emotiva sequenziale e tale prospettiva ha portato nel tempo a posizioni che enfatizzano il ruolo della valutazione cognitiva delle modificazioni fisiologiche proprie dello stato di attivazione.

Un’altra prospettiva, quella di Cannon, e molte altre che l’hanno seguita, vede tali cambia­menti fisiologici come parte di una reazione globale con tutte le componenti attivate in modo essenzialmente concomitante. La nostra attuale comprensione dell’organizzazione e del funzionamento del cervello ci consente di armonizzare il ruolo chiave svolto da una pluralità di struttu­re neurofisiologiche nel fenomenodell’emozione.                                                                                                                                                                              

L’idea che le emozioni si siano sviluppate in una fase iniziale della filogenesi e siano diventate importanti per l’uomo nel corso della sopravviven­za e dell’adatta­mento è legato al fatto che esse sono radicate in parti molto “antiche” del cervello: il tronco encefalico, il mesencefalo, l’amigdala e l’ipotalamo. Tutte queste strutture sono situate tra il midollo spinale e la neocorteccia che, in termini evoluzionistici, sono rispettivamente la parte più antica e quella più recente  del sistema nervoso della nostra specie. La funzione del midollo spinale, sintetizzando, è quella di trasmettere comandi motori ai muscoli volontari del corpo e di ritrasmettere al cervello le informazioni raccolte dai recettori sensoriali: quando esso agisce indipendentemente dagli emisferi cerebrali è in grado di mediare solo il comportamento riflesso. Al contrario, la neocorteccia ospita la maggior parte delle cellule e dei neuroni che servono ai processi cognitivi che identifichiamo con la mente umana e che Darwin chiamò la “ cittadella dell’evoluzione”.

Molti studi ed esperimenti sui processi neurali implicati nell’emozione hanno mostrato che essi possono operare anche senza coinvolgere la neocorteccia, individuando una via delle emozioni completamente sottocorticale, identificando in alcuni nuclei del talamo, dell’amigdala, dell’ipotalamo e della sostanza grigia centrale del tronco encefalico le strutture fondamentali della via neurale sottocorti­cale. L’emozione è un fenomeno comples­so, prodotto di diversi processi, alcuni dei quali sono operanti già alla nascita mentre altri, soprattutto quelli che svolgono un ruolo di controllo e modulazione della risposta emotiva (pur essendo legati allo sviluppo funzionale del sistema nervoso) sono in stretta relazione con il progressivo   sviluppo neurofisiologico, sociale e culturale.

Seguendo quanto proposto da Lada­vas e Berti (E.Ladavas, Neuropsicologia, Edizioni Il Mulino, Bologna, 1987, pag 106), osserviamo che già nei primi anni del secolo scorso numerosi esperimenti avevano evidenziato “la rilevanza delle struttu­re sottocorticali nel processo di valutazione dell’evento emotigeno e di quelle corticali nel controllo ed elaborazione delle risposte emotive” (ibidem). Gli esperimenti sugli animali decorticati avevano confermato tale assunto mostrando risposte di rabbia comparabili a quelle suscitate dagli stimoli emotigeni. Inoltre numerosi neurologi avevano riscontrato in pazienti con lesioni cortico-diencefaliche analoghi risultati, con l’insorgenza improvvisa di crisi di pianto e riso. Fu Papez nel1937 a proporre che “l’ipotalamo, i nuclei anteriori del talamo, il giro del cingolo, l’ippocampo e le loro connessioni costituiscono un meccanismo armonico che suscita internamente le emozioni e al tempo stesso contribuisce ad organizzare le risposte emotive” (ibidem). In tale modello la componente talamica sarebbe responsabile nell’attribuzione del significato emotivo agli stimoli sensoriali e nell’espressione emotiva, mentre la componente corticale sarebbe implicata nella elaborazione dell’esperien­za emotiva. Esperimenti su animali mostravano anche come la distruzio­­ne della corteccia, dell’ippocampo e dell’amigdala generavano nell’ani­male comportamenti emotivi non appropriati al tipo di stimolazione.

Muovendo da tali premesse nel 1961 Downer evidenziò sperimentalmente come l’amigdala avesse un ruolo fondamentale nella valutazione degli stimoli. Successi­va­­men­te altri autori confermarono tale ruolo dell’amigdala. “L’amigdala riceve due categorie di connessioni: da un lato proiezioni provenienti dalle aree sensoriali primarie e dalle aree associative secondarie (via corticale), e dall’altro riceve informazio­ni sensoriali provenienti da vari nuclei talamici (via sottocorticale o talamica)” (ibidem). Tali due vie sono quindi anatomicamente diverse e svolgono funzioni diverse nel processo di analisi dell’informazione: la via talamica, molto più veloce, invia un’informazione più povera sulle caratteristiche dello stimolo, sufficiente però ad innescare una risposta emotiva, mentre  l’informazione che giunge all’amigdala per via corticale è molto più dettagliata e consente una risposta complessa ed  adeguata alla situazione. E tuttavia la via talamica per la sua velocità consente all’amigdala di processare il significato di uno stimolo indipendentemente dalla via corticale e ciò spiega “il fenomeno del processamento della valenza emotigena dello stimolo in assenza del riconoscimento degli attributi percettivi e semantici” =p. cit).) I due sistemi di elaborazione delle informazioni agiscono in parallelo ed e facile accorgersi anche nella vita di tutti i giorni di come talvolta si assiste al prevalere di uno sull’altro. A livello sperimentale Ladavas, Paladini e Cubelli hanno evidenzia­to come l’elaborazione emotigena può avere luogo indipenden­temente dall’elabora­zione percettiva e semantica.

Tali risultati  hanno trovato una spiegazione nella proposta teorica di  Le Doux, la “doppia via”: attraverso la via talamica l’informazione giunge all’amigdala che la analizza brevemente ed essenzialmente estraendo ed elaborando dallo stimolo solo le informazioni emotive. Solo se poi l’informazione viene  analizzata dalle strutture corticali e successivamente essa giunge all’amigdala attraverso la via corticale è possibile  riconoscere gli attributi simbolici dello stimolo, analizzare i cambiamenti fisiologici prodotti dall’evento e preparare una risposta volontaria congrua alla situazione. Dunque seguendo la prospettiva di Leventhal, possiamo presupporre che “le strutture sottocorticali siano dotate di programmi neuromotori innati che possono generare in risposta a stimoli appropriati, un set specifico di risposte espressive ed automatiche, soprattutto per alcune dell emozioni di base” E’ ciò che l’autore chiama  “schematic level”, che ha la caratteristica di essere automatico ed il prodotto può non accedere a rappresentazione nella coscienza, può cioè essere inconsapevole. Mentre la via corticale invia l’informazione all’amigdala solo dopo che essa è stata codificata ed analizzata da strutture corticali che ne consentono l’identificazione consapevole. E’ ciò che Leventhal chiama “conceptual level”.

Questa rassegna necessariamente concisa delle numerosissime ricerche sulla neurofisiologia dell’emozioni, ci consente di sottolineare  come tale processo  sia da considerare come una complessa interazione tra varie strutture del cervello che si influenzano reciprocamente e interagiscono in modo continuativo. L’emozione è cioè il prodotto di elaborazioni diverse confermando l’assunto della modularità del sistema emotivo e del suo sviluppo nel tempo, sia in senso filogenetico che ontogenetico.

Il contesto neurofisiologico dello sviluppo emozionale

A tale proposito, cioè in una prospettiva ontogenetica, va evidenziato come sia la natura generale dello sviluppo cerebrale postnatale sia i dati emergenti dalla sua maturazione e integrazione delle varie strutture e circuiti hanno delle notevoli implicazioni per lo sviluppo emozionale.La crescita del cervello non si svolge per una semplice addizione di nuove strutture ma primariamente nei termini di cambiamenti nella complessità dell’organizzazione con una crescente integrazione tra le strutture. Di fatto, molto del cambiamento funzionale che avviene con la maturazione del cervello non è l’emergere di nuove strutture ma l’emergere di nuovi, più elaborati e differenziati circuiti. I più recenti modelli sistemici del cervello umano evidenziano l’importanza delle interazioni reciproche tra le compo­nen­ti corticali e sottocorticali e per il complesso processo di bilanciamento dei sistemi, come tra il simpatico e il parasimpatico. Tali considerazioni generali ci inducono ad aspettarci dei cambiamenti soprattutto qualitativi della vita emozionale con il procedere dello sviluppo. Secondo alcuni autori  tale cambiamento qualitativo si verificherebbe nei primi mesi di vita con l’avvio dell’attivazione funzionale della corteccia. Un ulteriore cambiamento av­verrebbe intorno ai 9-10 mesi con la maturazione dei lobi frontali e l’elaborazione dei circuiti corticolimbici. Ulteriori cambiamenti entrerebbero in gioco nel secondo anno di vita quando si attivano i sistemi interattivi. (In particolare Schore, Thompson e Tucker. Confronta su questo punto il capitolo 2 di L.A. Sroufe, Lo sviluppo dell emozioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000).

Tali mutamenti qualitativi della maturazione del cervello avrebbero implicazioni sia per l’emergere delle specifiche emozioni, per esempio quelle che richiedono una rapida categorizzazione degli eventi o la memoria, sia per i processi che governano la vita emozionale. Per fare un esempio, l‘attivazione diffusa e la limitata capacità di tollerare le stimolazioni dei primi mesi e le reazioni più differenziate e modulate che emergono più tardi sarebbero in accordo con le conoscenze sullo sviluppo del siste­­ma nervoso centrale.

Cercheremo di riprendere tale prospettiva nella parte seguente, relativamente all’emerge­re progressivo delle emozioni nel primo anno di vita. [già pubblicato]

 TEORIE DELLO SVILUPPO DELLE EMOZIONI

Possiamo sinteticamente riassumere le ipotesi teoriche, che nel corso del tempo si sono andate delineando circa lo sviluppo emotivo, in due diversi filoni teorici, quello della differenziazione e quello differenziale. Li esamineremo nelle loro linee essenziali e presenteremo infine  un terzo approccio, quello cognitivista di Scherer.

La teoria della differenziazione – E’ stata proposta dalla Bridges, che ipotizza esserci all’inizio nel neonato soltanto uno stato di maggiore o minore eccitazione. Solo successivamente tramite un processo di ordine differenziativo egli approda alla possibilità di distingue­re tra stati emotivi di sconforto e di piacere. Dopo i tre mesi avverrebbe un’ulteriore differen­zia­zio­­ne prima per lo sconforto che si differenzierebbe in collera, disgusto e paura; poi per il piacere, che si differenzierebbe in giubilo ed affetto per gli adulti. (K. Bridges, Emotional Development in Early Infancy, citato in R. Vianello, Psicologia dello sviluppo, 2001, pag. 235).

Sroufe ha recentemente ripreso ed elaborato tale teoria evidenziando come la progressiva differenziazione sia resa possibile dallo sviluppo emotivo e cognitivo del bambino. In tale percorso sono ipotizzate tre linee di differenziazione progressi­va: piacere/gioia, circospezione /paura, rabbia/collera. (L.A. Sroufe, Lo sviluppo dell emozioni. I primi anni di vita,2000).

E’ interessante riportare quanto scrive lo stesso Sroufe circa l’ontogenesi delle emozioni: “nella nostra prospettiva evolutiva si postula che esse rappresentino trasformazioni delle più precoci reazioni ‘non ancora emozionali’; in altre parole, la base da cui sorgono le emozioni deve essere disponibile già nei primi mesi di vita. Non si può parlare né di qualcosa che emerge dal nulla né di preformismo…le emozioni emergono dai precursori dell’emozione caratteristici della prima metà del primo anno…” (op.cit., p.92). E a proposito del lavoro iniziale della Bridges, Sroufe ritiene che  l’idea che le emozioni specifiche emergano dai precedenti stati di tensione e assen­za di tensione, rimanga una parte dello schema che deve ancora essere sviluppata. (cercheremo nel capitoli sesto, relativo a corpo ed emozione, di riprendere tale punto importante, cioè il valore della coppia tensio­ne/distensione).

Così Sroufe delinea relativamente al sistema piacere/gioia lo sviluppo emozionale: ciò che vediamo nel periodo prenatale è un prototipo, che ha una base quasi interamente fisiologica. A partire da questo evolve un precursore intermedio, un processo psicofisiologico nel quale il coinvolgimento psicologico del bambino in un evento specifico media tale reazione fisiologica, infine emerge una reazione  più puramente psicologica nella quale predomina il particolare significato di un evento per il bambino. Il sorriso del neonato è prevalentemente funzione di eventi interni al sistema nervoso centrale e in particolare dovuto alla immaturità di esso essendo più comune nei prematuri e scomparendo nei primi tre mesi di vita. Ma nel tempo tale reazione prevalentemente quantitativa basata sullo stato neurofisiologico diviene qualitativa, fondata sul contesto della stimolazione: quando il bambino a tre mesi sorride al volto si può inferire una emozione di piacere. L’originario prototipo basato sulla fluttuazione dell’attivazione, osserva Sroufe, è mantenuto anche nella relazione più matura: la tensione e il riconoscimento, cioè la risposta cognitiva, sono entram­bi necessari per la comparsa del sorriso esogeno (tale osservazione è significativa: da un lato evidenzia come lo sviluppo non si svolga come semplice addizione di nuove strutture e competenze ma sia da intendersi in termini di cambiamenti nella complessità organizzativa, con una crescente integrazione tra le strutture, dall’altro sottolinea che lo sviluppo emoziona­le è intrecciato con  quello cognitivo e sociale) e tuttavia tali reazioni emozionali necessitano di un periodo di tempo o della ripetizio­ne per riprodursi e sono reazioni piuttosto diffuse che coinvolgo­no il corpo nel suo complesso e sono basate su un significato generale piuttosto che specifico.

Le emozioni fondamentali di gioia, rabbia e paura emergono nella seconda metà del primo anno e comportano una reazione immediata, più specifica e uno specifico significato. Dunque, relativamente al sistema piacere/gioia, la prima emozione di piacere evolve ancora, successivamente, verso un’emozione più differenziata che verrà definita gioia, dove è il significato a fungere da stimolo e non tanto il riconoscimento dell’oggetto.

La teoria differenziale . Proposta da Izard e altri, essa, rispetto alla precedente, pone l’accento sull’impor­tan­­za determinante delle componenti innate e postula che ogni emozione, in parti­cola­re quelle primarie, siano universalmente predeterminate nelle sue caratteri­stiche e compaiano al momento opportuno, cioè per una funzione adattativa, a causa di un fattore di ordine maturativo.

Izard distingue tre livelli di sviluppo: (C.E. Izard, The Psychology of emotions, Plenum Press, New York,1991).

– il primo, nei primi due tre mesi, caratterizzato da esperienze sensorio-affettive con espressione delle emozioni su base innata per esprimere e comunicare i bisogni e per la formazione del legame con la madre. Sarebbero presenti emozioni di sconfor­to, tristezza, interesse, sorriso endogeno, trasalimento e disgusto.

– il secondo, dai tre quattro mesi, caratterizzato da processi percettivo-affettivi, vede il bambino  prestare maggiore e crescente attenzione al mondo esterno. Compaiono il sorri­so sociale, la gioia, la sorpresa, la collera, la paura.

– il terzo, dai nove mesi, vede un progresso nella consapevolezza di sé e del proprio agire. Emergono nuove emozioni come la timidezza, la colpa e il disprezzo.

Un approccio cognitivista – Scherer (Cfr. R. Vianello, 2001, pag.239) pone l’accento sull’importanza delle capacità di valutazione del bambino e sulla loro influenza per lo sviluppo emotivo, delineando quattro gradini di controllo valutativo:

– già nel primo mese il bambino sarebbe in grado di valutare se uno stimolo è nuovo o è familiare e per questo avremo le emozioni di trasalimento, sorpresa, gioia.

– poi egli sarebbe in grado di discriminare tra stimoli che producono piacere e stimo­li che portano a dispiacere: sono così possibili le emozioni di piacere e sconforto.

– a partire dai tre mesi il bambino valuterebbe lo stimolo in relazione alla valenza di facilitazione o ostacolo per il raggiungimento di un certo obiettivo: si manifestano così le  emozioni di paura e collera, di contentezza e gioia.

– infine a  partire dagli inizi del secondo anno di vita il bambino sarebbe in grado di confrontare le proprie azioni confrontandole con le richieste sociali e in caso di discrepanza avremo le  emozioni di vergogna, colpa, disprezzo.

Altri approcci teorici – Gli approcci teorici proposti non esauriscono il ricchissimo campo di studi circa lo sviluppo e l’interpretone delle emozioni. Tutti assumono un valore in relazione alle più recenti prospettive teoriche nell’evidenziare uno o più aspetti di un fenomeno complesso e affascinante quale è l’emozione (Una sintetica presentazione delle varie teorie sull’interpretazione delle emozioni è presente alla voce ‘Emozione’ in Le garzantine, Psicologia, a cura di U. Galimberti, 1999). A partire dalla lettura evoluzionistica darwiniana che ancora oggi potrebbe giustificare tra l’altro:

* l’ipotesi diffusa  che nell’emozione  vi siano delle componenti primitive tra cui il controllo esercitato su di essa dalle parti più antiche del cervello;

* poi la teoria di James e Lange che nel sostenere l’importanza della risposta somatica nella percezione soggettiva delle emozioni ( per cui si ha paura perché si scappa), pone l’accento sui fenomeni di feedback e di retroazione scatenati dalle risposte emotive e sul fatto che il riconoscimento dell’emozione avviene dopo la risposta fisiologica;

* la teoria funzionalista di Dewey legge le emozioni come funzioni psichiche che consentono una valutazione delle situazioni ambientali in funzione dell’adeguamen­to e sposta l’attenzione sulla valenza “ sociale” delle funzioni emotive anziché sui fattori interni;

* la teoria gestaltica interpreta l’emozione come l’effetto di buona o cattiva forma che l’ambiente assume agli occhi dell’individuo e illumina l’aspetto percettivo come sempre portatore sempre di  un significato e sottolinea come se uno stimolo risulta emotigeno ciò è già una attribuzione di significato;

* la teoria comportamentistica di  Watson vede l’emozione come risposta periferica dell’organismo a stimoli periferici e individua nelle prime esperienze neonatali l‘instaurarsi delle tre emozioni principali: la paura come risposta ai rumori molto intensi o a mancata assistenza, la collera come disagio per le fasciature troppo strette, l’amore come risposta alle carezze e al dondolamento.

Potremmo continuare in questa disanima dell’affascinante storia del “pensiero” sulle emozioni ma, rimandando alle moltissime pubblicazioni a riguardo, ora preferia­mo volgerci al presente e al futuro prossimo della ricerca per illustrare  alcune di quelle che sono gli ultimi  studi circa lo sviluppo emotivo nei primi mesi di vita.

 

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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Una risposta a Cenni di neurofisiologia delle emozioni e dello sviluppo emozionale di Pier Paolo Gobbi

  1. Carmen Pernicola ha detto:

    Davvero molto interessante. Grazie!

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