L’ansia: una nuova prospettiva di Gian Carlo Gobbi

                                                           

L’ANSIA: UNA NUOVA PROSPETTIVA di Gian Carlo Gobbi

[Presento alcune pagine del libro di Gian Carlo sull’ansia e sul suo controllo, che l’Autore mi ha concesso di pubblicare: G. C. Gobbi, Vincere l’ansia Il metodo Il flauto di Pan, Ed. C. Evolution, Verona 2008].

 

 Come un criceto nella ruota – “L’ansia è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo”. (Anonimo).

Qualche tempo fa, conducendo un seminario insieme a Pietro Lombardo (il tema era “Come affrontare e vincere le piccole e grandi ansietà della vita”), ho proposto, per introdurre i lavori, un’attività da svolgere in piccoli gruppi. I partecipanti, confrontandosi, dovevano eseguire questi semplici esercizi:

– associare alcune parole all’idea di ansia, senza pensarci troppo;

– provare a dare una propria definizione di ansia, fingendo di dover compilare un dizionario;

– proporre alcune metafore o immagini riguardanti l’ansia.

Tutti si sono messi al lavoro con entusiasmo: sembravano dei veri esperti in materia! Non capita spesso di poter condividere la propria spesso pluriennale esperienza di “ansiosi”…

E voi, cosa avreste risposto?

Tra le tante parole, sono emerse: costrizione, paura, inferiorità, debolezza, giudizio, scarso controllo di sé, tachicardia, mani fredde, impotenza, difficoltà, confusione, insicurezza, stallo, impazienza, frenesia, attivazione, prove, relazione, soffocamento, nebbia, fretta, poca disponibilità, stanchezza, disagio, inibizione, nervosismo, ipercontrollo, rabbia, stress, emotività.

Le definizioni, invece, erano focalizzate esclusivamente sullo stato di disagio psicofisico. Ne cito una: “Stato d’animo connesso a sensazioni, temporaneo oppure continuativo, associato a determinati eventi, situazioni, aspettative, caratterizzato da disagi fisici (disturbi neurovegetativi, bruciore di stomaco, insonnia, eccesso di sudorazione, tachicardia, rossore)”. 

Anche le metafore sono state molto ricche:

– una ruota aperta che gira, da cui non riesco a uscire, come se fossi un criceto;

– un percorso in equilibrio su un filo, ad altezza notevole, col vuoto sotto, senza rete protettiva;

– sentirsi rinchiuso, costretto a stare in un tunnel senza luce e senza via d’uscita;

– la nebbia, che opprime la vista;

– un vento che soffia non si sa da dove, arriva improvviso ed è incontrollabile;

– l’inquinamento, qualcosa che c’è nell’aria e che si respira;

– un’onda che diventa sempre più grande e poi si infrange sulla risacca e passa;

– calore che avvolge e soffoca;

– un orologio bloccato.

 La semplice lettura di questi elenchi, effettivamente, suscita ansia. Tra le tante realtà, che vengono associate all’ansia, alcune riguardano la sintomatologia (tachicardia, mani fredde, soffocamento, ecc.), altre gli stati d’animo interni (insicurezza, paura, agitazione, ecc.), altre ancora i motivi che possono farla scattare (rabbia, relazione, giudizio).

Nelle definizioni, prevale il disagio, il senso di inadeguatezza e la paura. Nelle metafore, invece, l’ansia appare come qualcosa che blocca: un fenomeno incontrollabile, che difficilmente permette vie d’uscita; uno stato contagioso; un movimento continuo che non porta a nulla, ma consuma solo energie.

E‘ difficile vedervi qualcosa di positivo: non sembra assolutamente possibile che l’ansia sia funzionale a qualcosa, e tanto meno che possa esserci utile! Se ne farebbe volentieri a meno, perché fa stare molto male.

In compagnia dell’ansia, non si è mai soli: con noi, c’è sempre una paura, una preoccupazione di fondo, la minaccia che da un momento all’altro possa succedere una sciagura; non ci sembra più di vivere, ma di sopravvivere, di “tirare a campare”; la vita perde sapore e tutto diviene una lotta sfibrante.

 I dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) a questo riguardo non sono confortanti.

Nel mondo, 400 milioni di persone soffrono d’ansia; si tratta del disturbo psichiatrico più diffuso; si calcola che i depressi siano “solo” 350 milioni.

Il 25 % della popolazione dei paesi del mondo Occidentale soffre di periodi d’ansia nel corso della vita; il 16% della popolazione ne sta soffrendo attualmente. I dati sono in costante aumento di anno in anno.

Più colpite sono le donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni, con un rapporto di3 a1 rispetto agli uomini. In realtà, però, l’ansia non risparmia nessuno: le categorie più colpite sono i lavoratori dipendenti, i genitori e i manager.

I dati sono impressionanti. Li conferma anche la realtà quotidiana di chi, come me, si occupa della cura del disagio psicologico: sempre più persone chiedono aiuto per sintomi di tipo ansioso.

L’ansia è il prodotto di un modus vivendi: il nostro stile di vita incide moltissimo, come vedremo tra poco. Infatti, è un disturbo diffuso nei paesi industrializzati, mentre in altre culture più tradizionali non viene rilevata (le problematiche sono di altro genere).

L’ansia in realtà è un’amica

No, non avete letto male: ho scritto proprio “amica”.

 “Ma come?”, direte voi, “Ho comprato un libro per vincere l’ansia, perché mi fa star male, e l’autore mi dice che è un’amica?”

Per affrontare l’ansia, è necessario un cambiamento di prospettiva: solo considerandola un’amica a tutti gli effetti saremo in grado di ascoltarla, di farne tesoro, di utilizzarla come risorsa per divenire più forti e sereni. Sembra impossibile, vero?

Eppure, è così… Sotto l’ala dell’ansia, convergono e si radunano spesso sia le nostre preoccupazioni quotidiane sia i più gravi affanni della nostra epoca: l’ansia fa parte della vita. Dobbiamo arrivare a considerarla non come nemica, non come problema, ma come un messaggio del nostro inconscio: ci dice di prenderci cura di noi, di vivere meglio la nostra vita, di essere più liberi. E’ come un messaggero che ci porta una lettera importante: o lo ascoltiamo, o continuerà a bussare alla nostra porta, importunandoci fino a quando saremo costretti a fare qualcosa.

Iniziamo questo nostro viaggio per conoscerla. Scopriremo che l’ansia potrebbe essere una nostra amica: una risorsa preziosa.

Per arrivare a vincere l’ansia, bisogna conoscere innanzitutto ciò di cui abbiamo paura: per affrontare un nemico, ammesso e non concesso che l’ansia sia un nemico, è necessario conoscerlo; se lo conosciamo, possiamo imparare come gestirlo.

La conoscenza è già l’inizio della terapia: dobbiamo allearci con la nostra vulnerabilità, con la nostra zona d’ombra.

 Il vero significato dell’ansia

La parola ansia deriva dal latino angere, che significa “opprimere, chiudere la gola”. L’aspetto somatico è presente già nell’etimologia: una delle principali sensazione è proprio quella del soffocamento, del nodo alla gola.

Il nostro ambiente ci fa continuamente delle richieste a cui dobbiamo rispondere, e l’ansia ci viene in aiuto, attivandoci a livello somatico e a livello psicologico.

L’ansia, in realtà, è una reazione innata e funzionale alla sopravvivenza: è una sgradevole sensazione di malessere; ha la funzione di metterci in azione, di introdurci nello sforzo che risulta indispensabile di fronte alle novità, quando è necessario fare di più.

È un vero e proprio meccanismo, che pone nella condizione di fare qualcosa per raggiungere l’adattamento, con un’attivazione somatica (aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, alterazioni della respirazione, sudorazione, ecc.) e psicologica.

L’ansia, quindi, ha una sua precisa funzione e non è in sé negativa, ma può avere un duplice aspetto.

Un lieve grado di ansia serve ad attivare il nostro comportamento: gioca a nostro favore, è necessario come stimolo vitale, permette di avere più energia, aumenta le nostre potenzialità.

L’ansia risulta ottimale fino a un certo livello (si definisce ansia esistenziale); però, se diviene eccessiva, influisce negativamente, fino a portare una vera e propria paralisi (in questo caso, si parla di ansia patologica).

Il livello va monitorato e mantenuto non troppo alto: ansia esistenziale e ansia patologica sono disposte su un continuum. Immaginiamo un segmento (ad esempio, un termometro) in cui, superato un certo grado, si entra nella patologia e, se il livello scende, si torna allo stato di benessere.

 L’ansia esistenziale

E’ un meccanismo vitale che si attiva di fronte a una prova o a una scelta complessa; ci consente di rispondere in modo adeguato agli stimoli ambientali e di affrontare situazioni nuove con la giusta attenzione e concentrazione, così da ottenere risultati positivi.

Una giusta dose d’ansia, ad esempio di fronte a un’interrogazione o a un esame, favorisce la preparazione e la concentrazione durante la prova. Da varie ricerche, infatti, risulta che, tra gli studenti iscritti a un esame, quelli forniti della “giusta dose” di ansia ottengono risultati migliori del 40% rispetto ai compagni che ne sono privi, a parità di preparazione.

L’ansia permette di dare il meglio delle proprie capacità: migliora l’attenzione, che si attiva a livello più alto di fronte a situazioni nuove; rende massima la concentrazione, permette di fare maggiori associazioni, e aumenta il rendimento delle capacità mnemoniche (a un punto tale che, spesso, ci si stupisce di aver ricordato più di quello che si pensava di sapere…).

Anche nello sport, l’ansia è importante: i record, infatti, si ottengono in gara, grazie all’ansia, non in allenamento, dove l’ansia non ha motivo di esistere.

Anzi, si può dire che tanto minore è la partecipazione emotiva, tanto inferiore sarà la prestazione.

Ricordate la partita di calcio Milan – Liverpool, per la finale di “Champions League” del 2005? E’ una partita divenuta storica: probabilmente molti tifosi di calcio la ricorderanno, soprattutto i milanisti!

Il Milan era la squadra favorita; il Liverpool era stata la sorpresa del torneo, ma era nettamente inferiore dal punto di vista tecnico.

Il primo tempo finì 3-0 afavore dei rossoneri; nell’intervallo, i milanisti festeggiarono la vittoria in anticipo, nello spogliatoio, facendosi sentire dagli inglesi.

Nel secondo tempo, gli inglesi scesero in campo con la giusta ansia, tramutatasi in rabbia agonistica, cioè in “grinta”; i milanisti, invece, erano rilassati, cioè completamente scarichi d’ansia prestazionale.

Non si aspettavano, come nessun telespettatore al mondo, che nel giro di dieci minuti il Liverpool avrebbe pareggiato 3-3!

La partita cambiò volto e, quando si giunse ai rigori, l’entusiasmo spinse il Liverpool alla clamorosa vittoria.

Se al Milan fosse rimasta una anche minima dose d’ansia, il 3-3 non sarebbe mai stato possibile.

Tutto ciò ci insegna che:

  1. l’ansia esistenziale serve: senza ansia non si ottiene niente! Il fatto che siamo tesi e preoccupati per un incontro o una prova ci dà energia e ci permette di affrontarla al meglio;
  2. niente è impossibile: anche le imprese più disperate, con la giusta dose d’ansia, possono realizzarsi;
  3. mai sottovalutare le squadre inglesi! (è di minore importanza, ma potrebbe sempre tornare utile!). 

Appare chiaro che un po’ di ansia serve: ci spinge a superare i nostri limiti e a migliorarci, a metterci in moto, a prestare ascolto a quello che succede intorno e dentro di noi, a stimolare le capacità creative e operative.

E’ dunque importante distinguere la leggera apprensione, che tutti provano ogni tanto, dall’ansia paralizzante o eccessivamente disturbante.

Ai nostri giorni, si assiste a un grosso abbassamento del livello di tolleranza dell’ansia: tendiamo a curare anche l’ansia minima, l’ansia esistenziale; prendiamo farmaci ansiolitici anche quando non servirebbero.

L’ansia patologica – “Chi ha paura non fa che sentir rumori”. (Sofocle)

Quando l’ansia supera un certo livello, diviene patologica: ostacola l’adattamento ottimale alla situazione, blocca la relazione con l’ambiente, paralizza le forze, impedisce di affrontare nuovi ostacoli o rende molto dispendioso e difficile superarli.

Quando essa persiste ed è continua, si parla di stato ansioso, con effetti secondari che disturbano alcune funzioni mentali importanti quali l’attenzione, la concentrazione, la memoria e la capacità di giudizio.

L’ansia diviene patologica quando ne siamo dominati.

In questo caso, ad esempio, uno studente di fronte a un esame può arrivare a “paralizzarsi”: avverte una sorta di “vuoto mentale”, non gli escono le parole di bocca, non è più nemmeno in grado di capire le domande del professore; oppure, nel migliore dei casi, riesce a raggiungere un risultato minimo con una preparazione massima, e prova rabbia verso se stesso e verso quei compagni che studiano meno e rendono meglio.

L’ansia eccessiva supera i margini del nostro equilibrio, ci fa stare in perenne stato di allerta, ci rende irrazionali: non c’è nessun pericolo reale, ma viviamo lo stesso nella paura.

L’ansia modifica la nostra lettura della realtà, come uno specchio deformante: blocca persino il ragionamento, così che il più banale tra i compiti in classe diventa il compito della vita, dal cui risultato facciamo dipendere tutto il nostro futuro. Un sassolino diviene un macigno, grande e pesante come uno dei menhir di Obelix, con la differenza che noi non siamo caduti nella pentola di pozione magica da piccoli, e dunque…

L’ansia patologica si attiva anche quando non c’è un pericolo reale: il pericolo è percepito dalla mente, ma non è reale. Il giudizio degli altri, ad esempio, grandissima fonte di ansia, non è affatto un pericolo reale, ma solo un pericolo percepito: come per una brutta figura, nessuno ne ha mai subito danni eccessivi. Tutto dipende dal nostro modo di interpretare e vivere la realtà.

L’ansia patologica rende difficile la vita, anche nella sua quotidianità: impedisce di avere dei buoni rapporti affettivi, di dare il meglio di noi nel lavoro, di godere del tempo libero, di vivere in modo pieno.

C’è l’ansia esistenziale, buona, positiva che migliora le nostre performance nei momenti difficili, e c’è l’ansia patologica, eccessiva per durata e intensità, che ci paralizza e ci impedisce di avere un rapporto funzionale con la realtà. Tra le due, vale la pena ripeterlo, c’è continuità.

L’ansia è inscritta nel nostro codice genetico: senza, non potremmo sopravvivere. Dimentichiamoci che l’ansia sia qualcosa di negativo e di problematico, ma intendiamola ora come un termine neutro: come uno stato di attivazione dell’organismo, non come uno stato patologico. E’ il modo in cui la si utilizza che può farla diventare positiva o negativa.

Iniziamo a considerare l’ansia come un’attivazione necessaria del nostro organismo, un meccanismo vitale: farlo diventare costruttivo o distruttivo dipende da noi.

 

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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