L’istituzione matrimoniale in crisi

L’stituzione matrimoniale in crisi in G. Gobbi, Vorrei dirti tutto di me  (2008)

Gilberto Gobbi

“… rendere possibile il cogliere il senso di quanto accade.

Ciò rende umana la vita e la libera dall’animalesco,

dove sono agiti solo gli umori”  (F. Dolto) 

 

Sul matrimonio e sulla relazione di coppia vi è un cambiamento epocale in atto. Non tutti i giorni, ma con una frequenza ossessionante, i mass media ci propongono con dovizia ricerche, analisi, dati e interviste con esperti circa la crisi del matrimonio, le separazioni, i divorzi e le differenti ricomposizioni di coppie, le convivenze e il tipo di scelta delle nuove generazioni.

Il matrimonio, come istituzione sociale, è profondamente in crisi. Tuttavia, secondo le recenti indagini, sembra che la maggior parte delle persone, oltre l’80%, compresa la stragrande maggioranza dei giovani, continui a considerare il matrimonio come un valore e una meta desiderabile; valore come realtà oggettiva e soggettiva; meta da raggiungere come stabilizzatrice dell’equilibrio della vita.

Vi sono degli indicatori molto eloquenti della crisi. Per ora basta solo accennarli, perché, direttamente o indirettamente, saranno presi in considerazione nelle pagine successive, quando saranno affrontate le attese e le richieste, che le persone hanno tra di loro e nei confronti della relazione nei vari linguaggi della comunicazione.

Il primo aspetto che risalta è il forte abbassamento dei tassi di nuzialità, un fenomeno sociale che attraversa tutti i ceti e mette in risalto il predominio del privato rispetto alla dimensione pubblico/istituzionale. Il quoziente di nuzialità è in continua regressione: dal 1975 al 2005 si è verificata una costante diminuzione (- 32,4% con un decremento medio annuo di 1,1%).

A ciò si associa l’aumento della percentuale dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, fattore che indica la virata che la società ha dato nel recente passato e continua a dare rispetto alla sacralità dell’unione coniugale, con predominio dell’aspetto civile in nome della laicità dell’unione. La diffusione del laicismo (non della laicità) non solo disgiunge il sacro dal profano, ma lo cancella come realtà propria della persona e quindi anche della coniugalità.

Conseguentemente, vi è una crescita dell’instabilità e delle disfunzioni coniugali, che portano a tassi relativamente crescenti di separazione e divorzio. Le percentuali delle separazioni sono in aumento, mentre diminuisce il periodo di condivisione della vita coniugale prima della separazione. E’ sempre più alto il numero di separazioni  e divorzi: saliti rispettivamente a + 59%)% e a + 66% negli ultimi dieci anni, con un picco tra il terzo e il quinto anno di matrimonio: oltre 128mila i casi nel 2004, pari a 352 sentenze al giorno.

Le disfunzioni individuali sono in aumento e moltiplicano le disfunzioni di coppia. Le difficoltà e le disfunzioni sono sempre state presenti  nella coppia, ma oggi sono accentuate, perché è maggiore l’esigenza d’impostare e di accettare la relazione della coppia sulle differenze e nel contempo di coniugare la parità valoriale tra le due persone; vi è meno tolleranza e molte più esigenze individuali (avere i propri spazi e tempi): si reclama  il diritto alla felicità, che il coniuge deve a tutti i costi dare, pena l’abbandono e la ricerca altrove.

La diffusione delle semplici convivenze (o unioni libere) vede l’aumento dell’instabilità delle stesse convivenze. In meno di dieci anni le convivenze sono state raddoppiate. Le coppie di fatto eterosessuali italiane, secondo fonte ISTAT, sono circa 680.000; negli ultimi 15 anni circa 3 milioni di connazionali hanno convissuto almeno una volta; su 100 coppie dai 16 ai 30 anni, le coppie di fatto sono il 6% (il 40% in Inghilterra, il 45% in Germania, il 46% in Francia). I matrimoni preceduti da convivenza sono decuplicati: solo il 2% dei giovani nel 1980 usciva di casa prima di sposarsi, ora la percentuale è del 13,8%.

La convivenza è stata ideologicamente presentata, tuttora continua ad esserlo, come una maggiore garanzia di stabilità della coppia. Il ragionamento è semplice: la convivenza è una prova, che permette di conoscersi e di decidere, con cognizione di causa, di lasciarsi o di continuare  la relazione. Il superamento della prova garantisce una maggiore continuità della coppia: a livello ideale ciò funziona perfettamente, ma la realtà smentisce  e  presenta un costante farsi e rifarsi delle coppie,  che convivono per qualche mese o anno, per poi sfaldarsi e riproporsi – spesso con diffidenza, ma anche con una certa rinnovata speranza – in una nuova convivenza.

Il poter sganciarsi da qualunque norma e regola (per poi pretenderle) ha fatto emergere altre forme di vita quotidiana, concepite  come alternative al matrimonio e alla stessa convivenza. Sono forme che vedono i due vivere ciascuno presso la propria famiglia d’origine o il proprio appartamento, per ritrovarsi a convivere il fine settimana o qualche sera, per poi riprendere ciascuno la propria vita individuale, le amicizie, gli svaghi, l’eventuale frequentazione di altre persone. Non si tratta solo di questo, ma anche l’esigere come necessario il legiferare, come un “bene” psicosociale, su accordi di convivenza sostitutivi del matrimonio e, quindi, di estendere possibili accordi dalle coppie di fatto a quelle omosessuali.

Un altro fenomeno è la diminuzione delle nascite, che vede susseguirsi, da qualche decennio, generazioni di coppie senza figli, o con uno o al massimo due. Il calo di fecondità rimane uno dei dati rilevanti in Italia: oggi vi è un miglioramento rispetto al 1995, tuttavia si attesta su 1,33 figli a donna, rispetto alla media europea di 1,47.. Le residenti di cittadinanza italiana, nel 2004 hanno avuto in media 1,26 figli, mentre le donne straniere residenti 2,61, cioè ne hanno avuti il doppio. Il 13,7% dei figli è concepito fuori del matrimonio, mentre nel 1995 era dell’8,1%, con incremento del 70%.

Sembra essere il costo economico, ma specialmente quello psicologico, a pesare fortemente su queste generazioni, che hanno avuto “tutto” (materialmente) dai loro genitori. Vi è una convinzione diffusa che la coppia prima di avere un figlio si debba sistemare  sotto l’aspetto economico e assestarsi in quello affettivo. Così l’assunzione di responsabilità nei confronti della continuità – generatività – tarda a venire. Solo dopo qualche anno di matrimonio o di convivenza, quando la coppia sembra sentirsi “stabilizzata”, arriva un figlio o viene attivato  l’impossibile per averlo.

Si arriva, quindi, al figlio voluto ad ogni costo, anche dopo una certa età, come diritto. Gli studi ci confermano l’aumento delle coppie infertili e nel frattempo la scienza ha conseguito traguardi impensabili in fatto di procreazione, che rafforzano l’idea del diritto ad avere un figlio ad ogni costo.

Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136 - 3482628125
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