Il figlio e la struttura familiare

Articolo pubblicato su Il Corpo in gioco (a cura di Gilberto Gobbi), Ed. ReS, Verona 2002

Gilberto Gobbi

 Premessa

Il progetto “Percorsi di gioco e movimento” segue il suo iter pro­grammato, coinvolgendo i genitori sia con in­terventi psicomotori, struttu­rati per loro e tenuti dagli psicomotricisti, sia con in­contri formativi con lo psicologo, con il quale affrontare le problematiche genitoriali ine­renti i pro­cessi educativi con i figli.

Di norma le richieste dei genitori riguardano  i problemi educativi connessi con lo sviluppo della per­sonalità dei figli, ma in modo particolare concernono il “come comportarsi in determinate cir­costanze e situazioni…”. Il “che cosa fare quando…?” è una domanda costante e in­sistente, che difficilmente prevede la messa in discussione del comportamento come singolo genitore e come coppia, che vive in un contesto e che crea il clima psicoaffettivo e relazionale in cui il bambino vive. Ognuno ha il pro­prio caso, la propria situazione, il proprio figlio, ed è difficile distogliere l’attenzione da tali esigenze di sapere, per allontanare – almeno una volta – l’attenzione dai figli e  riflettere sulla propria coppia genitoriale, sulla propria storia rela­zionale, sulle attese individuali e reciproche, sulle dinamiche interattive, sul clima psicoaffettivo, sui cambiamenti avvenuti e su come sono stati affrontati, sul coinvolgimento come madre e come padre, sullo spazio emotivo, in cui i figli ancor prima di nascere si ritrovano coinvolti.

Capire se stessi come coniugi e come genitori, facenti parte integrante di una unità, la famiglia, in cui i vari membri con la loro personalità inte­ragiscono e si condizionano, significa collocarsi nel dato concreto della propria esistenza e di quella dei figli in crescita.

Georges Snyders, pedagogista contemporaneo, scrisse che “è difficile amare i propri figli” e quindi è ancor più difficile educarli. Freud affermò che quello del genitore è il mestiere più difficile del mondo. Tuttavia ritengo che se vera­mente  si ama i figli, diviene più facile educarli anche in questa nostra società complessa, in continua evoluzione e in cui il sistema dei valori è in costante trasformazione, mo­dificando il tessuto sociale, i rapporti relazionali e il modo di soddisfare i bisogni. Genitori e figli vi­vono in un mondo, in cui le molteplici istituzioni condizionano in parte la loro esistenza, il modo di porsi nel mondo e anche i desideri. L’educazione nel suo complesso, quella familiare in particolare, riflette profondamente i valori e la crisi della società.

L’educazione, in generale e quella del bambino in particolare, sta subendo profondi mutamenti, per cui i ge­nitori si vedono costretti ad adottare strategie educative in funzione delle nuove condizioni. Si sa, però, che il bambino a sua volta esercita un’influenza de­terminante sul com­portamento dei genitori e li obbliga a nuovi adattamenti. Geni­tori e bam­bino/i vivono in una struttura, il nucleo familiare, in cui sono reciprocamente connessi e coin­volti e in cui agiscono, pensano, litigano, vivono conflitti, creando una unità emo­zionale, che è differente da altri nuclei familiari. Vi è un pro­cesso di circolarità re­lazionale, nella quale ognuno occupa spazio emo­tivo e contemporaneamente interagisce con gli spazi emotivi degli altri.

 L’obiettivo educativo del bambino si impone, però, con forza a tutti i livelli e comporta una costante riflessione sui contenuti, sulle modalità e sul contesto in cui l’educazione si evolve. Ritengo che educare un bambino, oggi, più che nel passato, comporti favorire lo svi­luppo della sua personalità come unità psico-somatica, cioè come totalità di persona,  ad agire autonomamente nella dimensione inter­soggettiva, per capire i cambiamenti, adattarsi in forma cri­tico-costrut­tiva e realizzare una propria progettualità.

Essere genitori oggi è molto impegnativo: si potrebbe parlare di costi. Logicamente non ci si riferisce ai costi economici, an­che se sono molto elevati per il tipo di tenore di vita che si vuole dare ai figli, ma ai costi psicologici, al coinvolgimento emo­tivo, alle premure, alle esigenze, alle preoccupazioni, alla ne­cessità di saper contemperare i vari ruoli e le differenti funzioni, alle rinunce, alla responsabilità educativa di un es­sere che per anni dipende dagli adulti e contemporaneamente ha da fare la propria strada, seguire il proprio destino.

Può essere facile espletare la funzione generativa, non altrettanto svolgere quella genitoriale. In ogni caso i ge­nitori sono i primi “maestri” di vita  e la famiglia costituisce la prima scuola per apprendimenti multipli e fondamentali.

Famiglia e scuola

Vi è la necessità che i genitori prendano coscienza delle tappe evolutive del bambino, degli scopi educa­tivi e dei mezzi per attuali. Ciò com­porta avere attenzione ai processi educativi, ai comportamenti, come sono e come dovrebbero essere, e quindi al coinvolgimento genitoriale, con differenti ruoli tra madre e padre e come coppia e alle altre agenzie socialmente deputate all’educazione.

Per fattori complessi, impegni lavorativi, obblighi sociali, difficoltà economi­che, separazioni e divorzi, difficoltà relazionali, i genitori tendono spesso a delegare all’istituzione scuola l’educazione dei propri figli. E’ una delega che comporta la richie­sta alla scuola stessa, di qualunque grado, di saper educare il figlio, di formarlo, di dare le risposte ai suoi bisogni e alle esigenze di maturazione psicoaffettiva, che gli stessi genitori non sono in grado o non si sentono capaci di dare. Questa riflessione non vuol essere un’accusa, ma una presa d’atto di una tendenza, che mentre sovraccarica di responsabilità gli ope­ratori della scuola vanificando il loro lavoro, contemporaneamente tende a delegittimare gli stessi genitori. Ciò può divenire un boomerang, che si ritorce contro gli stessi ge­nitori e dequalifica la stessa scuola, che si ritrova a doversi sostituire ai le­gittimi detentori dei processi educa­tivi e formativi di base dei bambini.

Sono convinto che sia fondamentale ed essenziale il saper come armoniz­zare l’educazione familiare con quella della scuola, con funzione diversi­ficate, ma inte­ragenti, con responsabilità diverse, ma non contrastanti. La famiglia ha da ritrovare la sua funzione educativa nei confronti della scuola, la quale deve essere spinta a dare vita a nuovi rapporti con i ge­nitori per condividere con loro la responsabilità educativa.

La scuola si trova sommersa di richieste e di responsabilità. Già nel 1981 il rapporto OCDE affermava che un gran numero di problemi che la scuola deve affrontare nei suoi rapporti con i bambini può essere risolto solo all’interno della famiglia o con il suo aiuto, nel quadro dei pro­grammi messi in atto dalla co­munità.

 

Scuola e famiglia sono due realtà diverse, per cui occorre evitare la confusione  e chiarirne le competenze e i ruoli educativi. Confondere le competenze significa nuocere profondamente al dialogo e alla co­operazione fondamentali tra ge­nitori e insegnanti: una fattiva collabora­zione comporta il riconoscimento reciproco della specificità dei ruoli e delle competenze. In questa prospettiva di chiarimento la scuola potrebbe essere una istituzione che esercita una funzione nei confronti dei genitori, aiutandoli ad assumere il ruolo di educatori attraverso atti­vità di formazione permanente nei loro confronti.

Liliane Katz (1982) propone sei assi di distinzione tra famiglia e scuola, che servono per comprendere le differenze dei ruoli e delle com­petenze e contempora­neamente favoriscono un reciproco scambio di col­laborazione per il bene del bam­bino:

  1. la vastità delle funzioni educative: i genitori esercitano una funzione educativa primaria, determinante, estesa, che si protrae nel tempo e coinvolge tutte gli ambiti della vita del bambino; gli insegnanti, in­vece, esercitano una funzione esplicita, specifica e limitata nel tempo, con ambiti definiti;
  2. l’intensità dell’affettività: all’interno della famiglia l’affettività è forte, intensa, pregnante, coinvolgente e permea gli interstizi emozio­nali dell’individuo; nella scuola l’affettività è debole e contenuta;
  3. l’attaccamento: con i genitori ha da esser ottimale nelle sue varie forme, per­ché è fattore costitutivo della costruzione della sicurezza del bambino e si esprime nelle sue varie modalità; mentre l’attaccamento da parte dell’insegnante viene esercitato sotto l’apparenza di un distacco emozionale;
  4. la razionalità: gli scambi in famiglia possono avvenire anche in situa­zioni di un’ampia irrazionalità e gli scambi interattivi sottendono spesso l’irrazionalità, l’emotività, l’impulso; a scuola si privilegia la razionalità, il contenimento il controllo;
  5. la spontaneità: dovrebbe essere sempre presente nei rapporti fami­liari, mentre a livello scolastico prevale l’intenzionalità;
  6. la parzialità: i genitori prendono le difese del figli e non sempre analiz­zano con razionalità il comportamento e il rendimento, e a volte vanno oltre la giustizia e la verità dei fatti; l’insegnante a livello della classe ha da mantenere l’imparzialità.

Sono dei criteri, che nella loro sintesi, permettono di chiarire la diver­sità delle competenze e contemporaneamente l’intrinseca connessione che ha da esserci nella collaborazione tra famiglia e scuola, nel rispetto delle funzioni e dei ruoli per il bene del bam­bino. Si può affermare che, quando la scuola valorizza il bambino nei suoi vari aspetti, allo stesso tempo valorizza il lavoro educativo compiuto all’origine dai genitori. Gli operatori della scuola si ri­trovano a poter consacrare o criticare il senso profondo dell’opera dei ge­nitori. Per inciso si ricorda che in questo ambito l’insegnante ha un enorme potere sul bambino nel confermare o disconfermare i loro atteggiamenti di fronte a lui.

Il confronto sui differenti ruoli attraverso la formazione permanente di genitori e insegnanti porterebbe a riconoscersi reciprocamente e ad attivare una fattiva collaborazione e una reciproca confidenza, nelle differenti specificità. Il “soggetto” principale resta sem­pre il bambino, tuttavia genitori ed insegnanti possono e debbono ri-edu­carsi per educare.

Interrogativi

Sulla linea dell’impegno educativo della famiglia e sull’esigenza della sua formazione permanente, emerge una serie di interrogativi che vanno affrontati nel momento in cui ci si avvia a confrontarsi con i problemi educativi. Mi sembra che nel campo dell’educazione un dato sia evidente, e cioè che le potenzialità della famiglia sono ancora ben lungi dall’essere riconosciute e valorizzate. Anzi, la famiglia è frequentemente considerata ineducante e incapace di allevare i figli. La denigrazione della famiglia è all’ordine del giorno. I ge­nitori vengono spesso colpevolizzati in nome di assurdi ideali educativi o in ragione di teorizzazioni psicopedagogiche pseudoscientifiche, tra di loro conflittuali. La mia professione, costantemente a contatto con i problemi individuali e familiari, mi ha rafforzato nella convinzione che la famiglia vada analizzata per quello che è, senza patemi né senza recriminazione, aiutandola a ritrovare la capa­cità di utilizzare le sue risorse potenziali. Occorre, infatti, porsi nell’ottica del positivo, dell’incoraggiamento, della conoscenza delle dinamiche che vive dentro e fuori: va riconosciuta come istituzione fondamentale, inca­ricata e responsabile dell’educazione dei figli. E’ evidente a tutti che la vita in­tima della coppia è profondamente mutata e che la paternità, l’esclusività, la procreazione e la genitorialità sono oggetto di tensione e di conflitto.

La stessa educazione fami­liare ha subito profondi cambiamenti e sono apparsi molti nuovi compiti dei genitori rispetto al passato: come capire il bambino, aiutarlo a crescere, consolarlo, amarlo. Cioè un’educazione messa in atto giorno per giorno con un note­vole inve­stimento psicologico, individuale e come coppia e in collaborazione con le strutture scolastiche. Ed è all’interno di tali compiti che sorgono alcune domande:

  • Che cosa si sa dei cambiamenti avvenuti nell’ambiente familiare e della vita del bambino?
  • La famiglia come fa fronte alle nuove esigenze educative del bam­bino?
  • La presenza del figlio/dei figli quale influenza esercita sul comporta­mento del genitore e della coppia genitoriale?
  • Vi sono dei cambiamenti e quali nelle dinamiche quando un genitore lascia la casa? Quando vi è la separazione e/o il divorzio?
  • quali cambiamenti avvengono nella struttura complessiva e nel com­porta­mento quando nasce un fratellino?

E’ all’interno di questo movimento, instabile e in continuo fermento, che la coppia ge­nitoriale va aiutata a riconoscersi e a ricostituire le risorse fon­damentali  per la salute della coppia stessa  e per lo svi­luppo armonico del bambino.

Nei prossimi contributi presento alcune problematiche che la coppia e la famiglia vivono come unità e struttura, e che incidono profondamente sulla formazione della personalità del bambino.

Famiglia come unità

La comprensione dei processi educativi sarà molto più facilitata se si coglie la famiglia come una unità, costituita sì da singoli membri (uomo/donna, padre/madre, bambino/i), ma che sono tra di loro connessi e inseriti in un contesto, che forma un si­stema, in cui le varie parti sono tra di loro interdipendenti e costruiscono uno spa­zio relazionale, in cui ognuno e tutti contribuiscono a creare un clima psicoaffet­tivo, che è pro­prio di quel nucleo familiare.

In questo sistema familiare tra i soggetti vi sono attese, richieste, transizioni di emotività, affettività, relazioni, idealizzazioni, contrasti, conflitti, riappa­cificazioni, allontanamenti, riav­vicinamenti, chiusure, crisi, adeguamenti, riequilibri, spaccature. Si verificano e si consumano le dinamiche più di­sparate.

Ogni nucleo familiare scrive la propria storia, che è simile a tante altre per le dinamiche che in essa avvengono, ma che è differente da tutte le altre per l’individualità con cui ogni membro contribuisce alla struttura­zione del clima psicoaffettivo in connessione con gli altri membri e per questa unità emozionale che coinvolge nella totalità.

L’analisi dei costrutti fa­miliare porta a far emergere che vi è una unità emozionale, che determina il conte­sto stesso. Dentro tale unità emozio­nale, il funzionamento di ciascun membro è a tal punto interdipendente rispetto a quello degli altri membri che non è possibile comprendere nes­sun tipo di relazione se non inserendola nello specifico contesto in cui esso si snoda. Si può ipotizzare che le forze che regolano l’attività e il  comporta­mento dentro l’unità abbiano radici in processi molto più pro­fondi e remoti delle manifestazioni esterne (Kerr, Bowen, 1988).

La famiglia nucleare, però, non appartiene solo a se stessa, ma è colle­gata con le ge­nerazioni precedenti, che esercitano un’influenza significa­tiva sulla generazione presente, cioè vi è una trasmissione intergenerazio­nale dei problemi connessi alla ge­nitorialità, al modo e alla qualità con cui vengono vissuti le funzioni e i ruoli di madre e di padre.

La famiglia nucleare è legata ai modelli educativi del passato più di quanto si pensi, in quanto ogni fa­miglia nucleare rappresenta uno stadio costantemente in di­venire, che unisce in sé un passato, un presente e un potenziale futuro. Il passato è connesso al presente, in quanto ogni generazione tende a modificare il programma emotivo trasmesso alla nuova generazione. Ciò avviene attra­verso la rete che inter­corre tra gli individui, costituita dalle relazioni della famiglia estesa. E’ in tale conte­sto che va inclusa e compresa la relazione che ciascun genitore ha avuto con la propria famiglia di origine, e anche le modalità con cui la coppia (ogni membro della coppia) ha espresso tale relazione nel suo processo di separazione emotiva dalla propria famiglia d’origine.

L’evoluzione e il grado di tale separazione emotiva sono molto importanti, perché in esso sono coinvolte le dimensioni psicologiche della identificazione della cop­pia come nuova realtà familiare differente da quella d’origine, e la realiz­zazione  come coppia: uno dei compiti primari della   prima fase evolu­tiva della famiglia è il sentirsi e viversi come coppia.

Come si vede il bambino non nasce o cade nel vuoto, ma in una strut­tura psi­coaffettiva e relazionale già costituita, che egli con la sua presenza modificherà. Così pure la relazione diadica “madre-bambino” non si struttura nel vuoto, dal momento che la madre interagisce altrettanto costante­mente con il proprio ambiente, in cui vi è il marito/padre e vi sono le re­lazioni con la famiglia allargata.

Il modello sistemico, che viene proposto, come si è visto, assume la famiglia come unità di base, inserendo i legami di un membro con un l’altro entro una unità molto più complessa, diversa dalla somma delle parti. I cambiamenti che avvengono non sono più considerati soltanto come attribuiti del singolo, ma anche come proprietà dell’ambiente in cui il sog­getto agisce e reagisce. Anche la diade, questo rapporto privilegiato tra madre e bambino, viene vista come una realtà inserita in un disegno familiare e contestuale più ampio.

Coesione e individualità nella coppia

Nel contesto familiare vi sono delle forze vitali che si controbilan­ciano e che sono la struttura portante della dinamica della cop­pia genitoriale e della stessa famiglia, perché reggono i processi emotivi all’interno dell’unità. Questi fattori sono: “stare insieme o coesione” e  “individualità”. L’interazione e l’equilibrio tra coesione/stare insieme e individualità si costituiscono come fattore critico, che influenza pro­fondamente le modalità di fun­zionamento proprie della struttura-famiglia e degli stessi individui. Ciascuna coppia e famiglia si orientano più verso l’uno o l’altro fattore, con conse­guenze che si riversano sia sul contesto fa­miliare e sia sui singoli membri nelle loro molteplici relazioni.

Le famiglie orientate alla ricerca costante della coesione e dello stare assieme sono quelle in cui i componenti fanno molto affidamento l’uno sull’altro, ricercano l’accordo su ogni cosa, al fine di garantire un buon funzionamento del sistema fa­miglia. Queste sono famiglie più soggette ai cambiamenti emotivi e ai problemi relazionali e risentono profondamente dei periodi di eventi critici.

Le famiglie più orientate all’individualità comprendono soggetti, che vivono una certa autonomia emotiva, che non necessitano che tutto fun­zioni secondo un accordo perfetto, che rispettano e incentivano la singo­larità delle differenti personalità dei membri. Di norma tali nuclei sono meno soggetti alle fluttuazioni emotive, che avvengono durante i periodi di cambiamento e che si verificano nelle relazioni.

Sia la ricerca eccessiva di coesione, in quanto tende a soffocare le personalità, sia l’eccessiva individualità, che diviene individualismo, creano squilibri nella vita della coppia e della famiglia.                                                                                                              

Le coppie si differenziano in modo considerevole le une dalle altre in rela­zione al grado, in cui i due partner coinvolti sono capaci di essere in­dipendenti e interdipendenti nella gestione della sfera emotiva. Maggiore è l’esigenza di “stare assieme” e più vi sarà vulnerabilità e sensibilità ai cambiamenti e alle svolte, che avvengono all’interno dell’unità familiare. Ciò sembra riflettersi sulla relazione che la madre ha con il bambino, sul suo modo di agire, che è trasmesso al piccolo attraverso la relazione. Il bambino registra costantemente i cambiamenti, che avvengono nello stato funzionale emotivo della madre e del padre. Il funzionamento della madre e del padre dentro l’unità tra di loro e la natura delle loro relazioni con gli altri (fa­miglia allar­gata, fratelli) diventa parte integrante del sistema, in cui il bambino struttura il suo attaccamento, cioè parte del quadro ampio e complesso delle relazioni in cui  madre e fi­glio sono immersi.

L’equilibrio raggiunto dalla coppia tra individualità e stare assieme ha dei ri­flessi determinanti non solo sulla stessa relazione di coppia, ma an­che sul più glo­bale coinvolgimento nei confronti della prole. Si può allora affermare che un bam­bino, nato in un periodo di un notevole livello di ansia presente nella dinamica re­lazione di coppia, si lega emotivamente  all’unità emozionale del contesto in modo differente rispetto a un fratello nato in un periodo di tranquillità. Sembra che ciò lo faccia entrare in un processo di triangolazione emotiva, che va ad influenzare note­volmente il grado di “separazione “ e di “individuazione”, che un bambino può rag­giungere all’interno del contesto emozionale della propria famiglia. Per­ché egli si possa “separare” e quindi “individuare” occorre che glielo si permetta. Un am­biente ansioso e ansiogeno certamente non è favorevole al raggiungimento ottimale di tali processi.

Il bambino nel contesto familiare

Con la nascita si struttura – di norma – una relazione privilegiata tra madre e bambino, che è stata enfatizzata dalla psicanalisi, scoprendo di­namiche ineffabili e sottese, che hanno fatto emergere l’importanza fon­damentale e determinante di tale relazione per la strutturazione della per­sonalità del bambino, nei suoi processi nor­male e/o disfunzionali. In tale relazione il bambino si umanizza e sperimenta quel legame e attacca­mento che sono alla base della comunicazione propria del dialogo tonico-emozionale. E’ un legame corpo a corpo, in cui i due interagiscono e si in­fluenzano reciprocamente. Vi è un controllo reciproco sulle prime inte­razioni fac­cia a faccia tra madre e bambino.

Anche se vi è questa strutturazione di questo legame privilegiato tra madre e figlio, il bimbo con la nascita viene ad occupare uno spazio e ad interagire con tutti i membri presenti in questo sistema di relazioni e di legami. La com­prensione di tale legame e della sua collocazione neces­sita non solo di un’analisi della relazione circolare tra madre e bambino, ma anche di quella madre-padre e padre-bambino. La relazione non può essere compresa senza far riferimento al nucleo familiare in toto, di cui egli costituisce un sottosistema. E’ in gioco una rete di legami: la madre ha un partner verso il quale si relaziona, vi è quello del pa­dre verso la moglie/madre e verso il figlio, e quello dei ge­nitori-coppia verso il fi­glio. Con la nascita di un figlio si assiste a un interessante fenomeno: i due coniugi si evol­vono verso la tradizionale struttura dei ruoli e la tradizio­nale differenziazione delle responsabilità nella cura della casa, sebbene precedentemente avessero manifestate credenze e abitudini, che ricono­scevano la parità tra marito e moglie. Vi sono cioè dei cambiamenti evo­lutivi che si verificano nella famiglia come totalità.

La nascita di un figlio diviene uno tanti eventi critici della famiglia, in cui oc­corre ridimensionare l’ambito relazionale. I possibili esiti di questa fase, come di altre della vita della famiglia, si giocano attorno al binomio: sicurezza-separazione, che ciclicamente si ripresenta come punto di svolta lungo l’intero arco della vita. Sicurezza della relazione, del ridi­mensionamento, della continuità, dell’intimità af­fettiva, della condivi­sione nelle diversità prospettiche; separazione come indivi­dualità, rico­noscimento di sé, del proprio apporto, della propria importanza, di una presenza emotiva determinante. Il bimbo vive dentro tali processi in positivo o in negativo.

Il tutto ripropone il problema dei legami familiari sicuri e/o insicuri tra i partner nella coppia. Proprio nei momenti critici emergono la qualità del legame di coppia e le modalità che essa utilizza per la soluzione o non ri-soluzione. Un legame sicuro della coppia, per riprogettare la rete di in­vestimenti e risolvere i modelli relazionali e di accudimento, riesce a ri­proiettarla nel futuro e a includere una dimensione pro­gettuale che vede e attua l’apertura a un terzo, facilitando la qualità dell’attaccamento del bambino e la costruzione della sua sicurezza di base. Dal tipo di legame, sicuro e/o insicuro dei due partner, deriva una visione diversa della generatività e della genitorialità.

Sembra che un legame sicuro favorisca un mutuo rapporto di cura, di supporto e una dimensione progettuale che include la genitorialità. I due divengono e si sentono genitori. La diade madre-bambino si apre al con­testo in cui il padre si inse­risce e diviene parte integrante della relazione.

Un legame di coppia insicuro – evitante – si fonda su relazioni inter­personali strumentali e opportunistiche e su uno scarso investimento sulla genitorialità, per lo meno da parte di uno dei due, di norma il padre, qual­che volta anche della madre. E’ emerso dagli studi sulla famiglia che un legame eccessivamente “preoccupato” evolve verso una ricerca di aiuto compulsivo e una genitorialità manipolatoria e intrusiva. E’ un le­game caratterizzato dalla paura della perdita e dell’abbandono, per cui rientrano la compulsività come elemento di costante richiesta di cura e di atten­zione e una ge­nitorialità manipolatoria come mezzo di possesso dell’altro, del coniuge prima e del figlio poi.

Un legame conflittuale tra coniugi può costituire, assieme a lutti o a traumi non risolti, è uno dei fattori che rendono la madre insicura, spa­ventata, intimidita e quindi trasmette al bambino tale situazione. Il padre si ritrova in una situazione che non sa come gestire, che gli impedisce la spontaneità e che spesso lo allontana dall’intimità psicologica, lasciando la madre a gestire le problematiche relazionali.

Le ricerche vanno sempre più confermando che il sistema ma­rito/padre – mo­glie/madre ha un’importanza cruciale per lo sviluppo del bambino, nel creare quel clima relazionale, in cui egli trova accudimento, cura e sviluppa un normale at­taccamento. La soddisfazione sperimentata dai coniugi tra di loro si riversa nell’ambito contestuale della relazione madre-bambino e padre-bambino. Il supporto e l’approvazione del padre per il comporta­mento di “madre” della propria moglie si associano ad una relazione più tenera tra madre e bambino e sembrano essere di­rettamente correlati con un attaccamento più sicuro da parte del bambino stesso.

Si tratta di quegli elementi significativi nella relazione tra coniugi, che influenzano profondamente lo stato d’animo della moglie, al suo sentirsi o meno competente come madre e quindi alla sicurezza dell’attaccamento del bambino nei suoi con­fronti e nei confronti della realtà circostante.

Struttura familiare non adattiva

All’interno del contesto familiare,come si è visto, si struttura questa particolare relazione privilegiata tra madre e bambino che però per la normalità dello sviluppo e per un buon equilibrio della sistema-unità, deve includere il padre con il suo ruolo e la sua funzione. Se il padre trova la sua collocazione – naturalmente lo deve volere e anche gli deve  essere permesso – il coinvolgimento emozionale globale troverà una sua modalità di ridimensionamento e si ricreerà una struttura familiare adat­tiva per i vari membri.

Alcune volte si crea un legame duale talmente stretto tra madre e bambino, che non permette a nessuno di entrare nel sottosistema, costituendo una struttura familiare non adattiva: i due sono eccessivamente coinvolti l’uno nei confronti dell’altro. Minuchin  li defi­nisce avviluppati (1974) e indica alcune caratteristiche di tale situazione:

  • nella diade (madre-bambino) sono presenti intrusività reciproca e con­trollo comportamentale da parte della madre e del figlio; non si permettono libertà di movimento e si influenzano emotivamente;
  • entrambi vivono insicurezza e disagio di fronte a eventuali separa­zioni come quella di andare a scuola;
  • da parte della madre vi è la tendenza a trattare il bambino come se fosse più piccolo della sua età; tale tendenza, di norma, permane poi anche nelle altre fasi della vita;
  • vi è propensione da parte di uno o di entrambi i genitori a parlare al posto dell’altro, con la presunzione di sapere quello che pensa e quello che desidera, senza che vi sia una reale verifica: viene dato per scontato;
  • può verificarsi una inversione dei ruoli nella cura: il figlio che fa da ge­nitore alla madre;
  • tendenza all’isolamento rispetto al contesto familiare, con eventuali re­azioni da parte degli altri membri, che vedono e subiscono tale si­tuazione.

 

E’ probabile che in queste famiglie con una struttura non adattiva la diade marito-moglie sia carente a livello di intimità o di strategie per ri­solvere gli eventuali conflitti. Ciò crea una distanza emotiva, che origna risentimento l’uno verso l’altro e ambivalenza nelle relazioni familiari, rendendo difficile la collaborazione come genitori. Può avvenire che la madre trovi soddisfazione all’interno dell’intimità della relazione con il figlio più che in quella con il marito-genitore e che il padre si distolga dalla relazione concentrando le proprie energie sul lavoro, sugli hobby, su un atro figlio, ecc. A causa di questa particolare intimità tra madre e fi­glio, il padre diviene periferico, occupato in altre faccende e ha poche possibilità e/o disponibilità di sviluppare una relazione con il figlio. Una famiglia, in cui i genitori sono incapaci di risolvere i conflitti e vivono tra di loro una distanza emotiva e in conflitto continuo, anche se sotterraneo, è decisamente instabile e a rischio di durata.

Possiamo incontrare problematiche simili anche in un sistema, in cui vi sono una nonna che “controlla” – è onnipresente -,  condizionando pesante­mente il clima psicoaffettivo familiare, e una madre apparentemente in­competente nell’allevare il figlio. Entrambe, però, sono eccessivamente coinvolte nella relazione con il bimbo, in un ciclo senza fine di un con­flitto tra di loro. Chi ne subisce le conseguenze è il bimbo.

 

Le ricerche propendono a considerare questi gruppi di bambini parti­colarmente a rischio per ciò che attiene la difficoltà di adattamento emo­tivo e interpersonale, con possibile sviluppo di disfunzioni psicologiche. Possono apparire comportamenti “sintomatici”, che indicano la presenza di una sofferenza profonda, con pattern ripetitivi come: rifiuto della scuola, piccoli furti, appiccare il fuoco, panico psicogeno, anoressia ner­vosa, ecc. Il comportamento sintomatico di uno o più bambini può essere giocato dalla famiglia – inconsapevolmente – come elemento di equili­brio del sistema stesso, in quanto la famiglia si stabilizza grazie alla sua focalizzazione sul problema del bambino. Può avere l’effetto di mobili­tare il comportamento di cura degli altri membri della famiglia nei con­fronti del “paziente designato”.

Ancora una volta emerge come non si possa comprendere il bambino senza la comprensione dell’intero sistema, di cui egli rappresenta una parte.

Il padre e il bambino

In precedenza è stato affermato, attraverso l’analisi del contesto familiare, che il padre è una figura primaria, assieme alla moglie, nel costituire e determinare il clima psicoaffettivo in cui si sviluppa  e cresce il bambino. Tuttavia è stato detto ben poco circa la sua ge­nitorialità e la sua compresenza nel promuovere e favorire lo sviluppo psicologico del figlio.

Il padre va considerato l’altro “organizzatore” del processo evolutivo del bambino: in una prospettiva dinamica il padre è parte determinante nella vita affettiva del figlio.

Il bambino nasce da e tra due realtà, quella materna e quella paterna, che determinano la direzione, il limite e il senso del suo sviluppo psi­chico. Tracciano la direzione, poiché lo sviluppo dalla madre procede verso il padre; tracciano il limite, in quanto, sul piano psicologico, sem­bra non ci sia conquista al di fuori delle relazioni familiari; tracciano pure il senso poiché il significato dello sviluppo si enuclea nella trasmissione della vita. Lo spazio psichico dell’uomo si evolve tra questi due “termini” della vita, madre e padre (R. Quaglia, 2001).

L’atto procreativo non è suf­ficiente per far diventare “madri” e “padri”: molti diventano genitori senza averne acquisito il sentimento adeguato, permanendo al livello psi­chico del mero piacere sessuale, senza nessun altra “gioia”.

Ogni neonato ha inscritta la realizzazione nel suo processo di matura­zione, che si consegue non attraverso la conoscenza, ma per mezzo delle proprie potenziali esperienze emozionali. La maturità del sentimento è ciò che rende l’uomo “uomo”. Essa percorre delle tappe evolutive, che vede il bambino entrare in una struttura determinante, in cui fa vari in­contri – prima quello con la madre e poi quello con il padre – per uno sviluppo emotivo sano verso l’indipendenza. Il padre e la madre, presenti o assenti, sono parte integrante dell’intreccio della vita del figlio.

Quello che ci si chiede è il significato che il padre assume nella de­terminazione della personalità del bambino: se è l’altra figura, l’”altro oggetto” oppure se è solo di supporto, almeno inizialmente, alla funzione materna. Sul ruolo e la funzione della madre molto è stato analizzato.

Di norma si dice che il padre si affianca al bambino, quando ha rag­giunto una sua differenziazione (M. Klein, 1932), per favorire il processo di “distacco” dalla madre (1974), per promuovere il nodo simbiotico, as­sumendo una funzione di semplice contenitore della madre (Winnicott, 1965). Cioè viene visto come la persona che facilita l’indipendenza affet­tiva e la crescita del bambino, nel suo processo di distanziamento e diffe­renziazione dalla madre.

Se, però, si colloca lo sviluppo del bambino nel suo contesto struttu­rale del  nucleo familiare, nel processo interattivo del clima e dello spazio psicoaffettivo, il significato del padre assume ben altra valenza e connotazione e può es­sere considerato “come colui che suscita, provoca, causa la vita psichica del figlio, unitamente alla madre” (R. Quaglia, 2001).

Il bambino incontra il padre ancor prima di averne una concreta percezione visiva, quando avverte la sua “figura” e la sua “presenza”. Cioè, fin dalla nascita il bam­bino “sente” la sua presenza e entra in relazione con lui. Relazionarsi non significa attaccarsi, per cui rientra nella prassi che il bambino dimostri un “attaccamento” privilegiato verso la madre, ma ciò non esclude la relazione verso il padre, che sente e identifica attraverso gli odori, i movimenti, la “figura”, ecc. Ciò che si vuole sottolineare ancora una volta è che il padre come la madre trasmette al bambino la “qualità” del suo modo di essere presente a lui.

Il padre attraverso il tipo di presenza non si colloca a fianco della ma­dre e del bambino per entrare nella diade e quindi relazionarsi con il figlio, ma ha una sua particolare rela­zione che facilita l’acquisizione dell’immagine degli “oggetti”. In modo differente contribuisce con la madre alla formazione della primitiva “im­magine” emotiva, che incide sulla formazione delle successive “imma­gini. Il neonato ha nel sentire corporeo la pre-comprensione della realtà, in quanto prima di “pensare” egli per la sua struttura “sente”. Il suo è un sentire-sapere che è somatico e psichico. Egli si sente attraverso il sentire dei genitori e ciò gli permette di fare esperienza di sé come sé emozio­nale. Attraverso tale processo il bambino gradualmente si vive e si identi­fica come il “bambino” della madre e il “figlio” del padre, percependo il loro diverso modo di porsi: femminile e maschile. Diviene un’esperienza duplice e diversa. Il padre ha da permettersi fin da subito una “presenza” significativa,  reclamarla e volerla per il neonato e per se stesso.

Il tale processo il padre non svolge solo la funzione di sostegno della madre e di aiuto di distacco del figlio da lei, ma diviene artefice assieme a lei della costruzione della vita emotiva del figlio. Attraverso l’integrazione di entrambi gli aspetti egli elabora una immagine di sé unitaria, completa del maschile e del femminile.

La valenza del padre nel contesto relazionale attraversa le varie fasi della vita del figlio, as­sumendo connotazione e diversificazioni proprie delle varie età. Il padre, presente o assente, conosciuto o sconosciuto, fa parte di quelle immagini interiori che non si cancellano. Si tratta dell’identità e delle radici da cui si proviene.

 “Il padre, come la madre, fin dai primordi della storia è un archetipo, un principio che si radica nei più profondi strati della psiche” (H. Petri, 2001).

Il bambino ha bisogno

Il neonato non viene al mondo come un foglio bianco e non cade nel vuoto. Ognuno nasce con precise differenze costituzionali – anche in termini di reattività senso-motoria – e in un contesto relazionale determinato, costituito dal nucleo familiare. Però è incapace di badare a se stesso e non ha un progetto già determinato di ciò che sarà o farà: ciò può venire solo dalle persone con le quali egli vivrà e da un ambiente facilitante.

Sotto l’aspetto fisico necessita di vivere in condizioni ambientali confortevoli, in cui essere nutrito e tenuto al caldo, e di una continuità dei rapporti. Per lo sviluppo armonico della sua personalità non è sufficiente l’accudimento fisico, ma occorre la qualità della relazione: la modalità della comunicazione determina e condiziona il contenuto stesso della relazione.

Il bambino nella struttura familiare impara a influenzare le risposte degli altri, ad interagire con i singoli membri e nel contesto del sistema. Ha bisogno di imparare a conoscere il mondo che lo circonda e a strutturarlo a sua immagine. Con l’aiuto del linguaggio impara a differenziarlo e a classificalo al di là del primitivo mondo legato a sé; e acquisisce con l’aiuto dei genitori non solo a classificare, ma anche a valutare e prevedere e distinguere tra i sentimenti “buoni” e “cattivi”, tra comportamenti “buoni” e “cattivi”.

Il bambino ha bisogno di sviluppare la stima di sé in due aree specifiche: come persona capace di controllo e di autocontrollo e  come soggetto sessuato.

Svilupperà stima di sé, come persona capace di controllo, cioè come persona autonoma, se i genitori convalidano il suo percorso. Ciò significa rendersi conto del suo sviluppo, accettarlo concretamente nella sua fase di crescita (né volerlo più grande, né considerarlo più piccolo) e comunicargli verbalmente e con il comportamento che si è notata la sua crescita: dargli crescenti possibilità di manifestare ed esercitare le nuove capacità, che vengono ad emergere con la crescita.

Per convalidare l’autostima del bambino, i genitori devono essere capaci di capire quando uno stadio di sviluppo è stato raggiunto, in modo da darne il riconoscimento al momento giusto.

In tale processo educativo, entrano in gioco la reciprocità coniugale e l’accordo educativo tra i genitori, la conferma dei differenti ruoli e delle diverse personalità. Agli adulti spetta il compito di creare e ri-creare l’ambiente per una relazione tranquilla, concreta e spontanea. Come è stato già ricordato, la conflittualità tra i genitori, i rancori, le chiusure, i dispetti reciproci, incidono nel creare un clima insicuro, contrastante, vischioso e quelle relazioni triangolari, che nuocciono alla stabilità della coppia e della famiglia.

Il figlio ha bisogno di sviluppare stima di sé come soggetto sessuato: ha da identificarsi come persona sessuata. Anche tale stima si costruisce giorno dopo giorno, nel clima relazionale, se i due genitori convalidano la sua sessualità e se tra di loro si confermano reciprocamente nella identità maschile e femminile. Gli atteggiamenti, i comportamenti, gli sguardi, la vicinanza, la lontananza, l’intimità psicoaffettiva, le parole  sono gli strumenti, che permeano lo spazio psicoaffettivo di conferma o disconferma.

Conclusione

Il discorso su “Il figlio e la struttura familiare” non ha conclusioni: la famiglia segue i cicli della vita e i figli anche quando seguono i loro percorsi hanno sempre un padre e una madre, presenti dentro di loro, nel bene e nel male. La genitorialità non cessa, qualunque sia stato il modo con cui è stata esplicata e vissuta.

La struttura familiare con la sua unità emotiva e con la sua rete di relazioni, il clima psicoaffettivo vissuto e il contesto in cui si sono formati, divengono parte integrante della personalità dei figli.

Rendersi conto di questo intreccio, dell’importanza della coppia genitoriale, dell’incidenza dei vissuti sul clima del nucleo familiare e sui processi educativi dei figli, significa ricercare una maggiore intimità e condivisione, e assieme affrontare le difficoltà di personalità e quelle derivanti dalla circostanze della vita.

I figli imparano ad amare da due che si amano.

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