La signora dei palloncini – G.G.

La signora dei palloncini

Gilberto Gobbi

Al telefono mi dice: “Sono Luisa”, poi si ferma. Io frugo nella mente, mi pare di riconoscerla. Di ‘Luise’ in psicoterapia ne ho avute parec­chie. Quella voce, però, sollecita ri­cordi abbastanza lontani nel tempo, almeno di sei o sette anni. Mentre la focalizzo, lei mi viene in soccorso, incalzando con quel suo modo im­mediato: “Sono Luisa, quella dei palloncini. Si ricorda?”

Ricordo:   è Luisa dei palloncini. Non mi è concesso di dimenticarla: lei poteva sopportare qualunque fru­scio, oscillazione, movimento, ma non quelli dei palloncini, con cui i figli giocavano in casa.

Le confermo che la riconosco e che ricordo. Non può che essere lei, che esprime la contentezza con la sua stridula voce, nel sentirsi da me im­mediatamente riconosciuta. “E im­possibile che tu non possa ricordarti di me!” È importante per un cliente, al te­lefono, essere riconosciuto dalla vo­ce, anche dopo molti anni: per il nome o per qualche caratteristica og­getto in terapia.

Viene confermato che il tempo pas­sato in terapia non è stato sprecato e che i soldi spesi non sono stati inuti­li: il terapeuta ricorda, riconosce e i­dentifica nel nome la persona e in esso unisce il passato con il presente. Il nome, legato al sintomo, diviene memoria di una relazione, che ha vi­sto due persone per un breve o lun­go periodo confrontarsi e anche scontrarsi, come era successo più volte con Luisa, immergersi nel profondo e camminare nel presente, proiettarsi nel futuro, condividere e di sentire, destrutturare e ristruttura­re, per poi separarsi e continuare a percorrere le proprie strade e nel contempo essere uniti da un filo sot­tile e da un’esperienza condivisa, re­sistente all’usura del tempo.

L’essere ri-conosciuti è un’esigenza primaria, che radica nella profonda struttura dell’essere umano.

Il primo ri-conoscimento avviene con il nome.

Ognuno ha un nome: è il suo, che lo identifica e lo differenzia da qualun­que altra persona, anche se ha le stesse lettere dell’alfabeto e si pro­nuncia nel medesimo modo.

Il nome, quel nome, è stato pensato e ripensato, discusso e comparato con altri, e, infine, deciso e conser­vato, pronunciato e scritto sul certi­ficato di nascita e consacrato al fon­te battesimale.

Il nome accompagna la persona per tutta la vita. E ripetuto milioni di volte, in circostanze diverse, gioiose e tristi, indifferenti ed emotive. Sus­surrato in momenti di tenerezza, gri­dato in situazioni di rabbia, invocato in circostanze di bisogno, negato in quelle di indifferenza.

Il nome è l’esistenza tra i mortali e tra gli dei.

Luisa sa di essere ricordata con il suo nome. Sa che seguo varie perso­ne, alcune di queste possono avere il suo stesso nome. Non è, però, il me­desimo. Il suo ha una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri co­me si era identificato durante la te­rapia: Luisa dei palloncini. Aveva­mo riso e sorriso assieme.

In una delle ultime sedute avevo detto: “I palloncini sono depositati qui. Me li tengo io. E dato che essi volano, si sono posati al soffitto. E Luisa dei palloncini se ne andrà senza di essi

I palloncini erano rimasti simbolica­mente appesi al soffitto del mio stu­dio, mentre Luisa se ne era andata per il mondo, tra il fruscio e il ru­more di tanti altri oggetti, compresi quelli dei palloncini. I suoi figli han­no potuto nuovamente acquistarli e giocare con essi in casa.

Che voglia ritornare per i palloncini?

“Non telefono per i palloncini”, di­ce, “se li è tenuti lei. Non telefono per me, ma per mia figlia. Ha sedici anni ed è una ribelle. Mio marito ed io vorremmo poterle parlare prima che fissi un appuntamento per lei. Quando le è possibile?”

Dà per scontato la presa in carico della figlia da parte mia.

La figlia vorrà venire? E uno dei problemi più frequenti: i genitori decidono che il figlio o la figlia deb­ba andare in psicoterapia, magari dallo stesso terapeuta con cui uno di essi o come coppia hanno lavorato. E la convinzione di Luisa. Le devo spiegare, innanzitutto, che è la figlia a scegliere e a decidere di consultare uno psicologo. Le spiego anche che è necessario e professionalmente e­tico la scelta di un altro terapeuta. Ciò per evitare l’invischiamento nel lavoro professionale, come pensieri e vissuti, perniciosi e controprodu­centi, da parte del cliente.

Gli eventuali palloncini della figlia vanno portati altrove, nel mio studio non possono stare. Altri, quelli di Luisa, occupano lo spazio.

Sembra convincersi, però, lo psico­logo doveva essere come me, per cui mi chiede garanzie delle qualità u­mane e professionali dei vari colle­ghi indicati. Dico che io posso ga­rantire appena per me stesso; gli al­tri, li conosco umani e professional­mente preparati.

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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2 risposte a La signora dei palloncini – G.G.

  1. sara ha detto:

    Ciao amiche!
    Complimenti per il fantastico sito!
    Ho trovato, passeggiando su internet, delle curiosità che reputo molto interessanti per le decorazioni con i palloncini! Guardate qui: http://www.unoduetrefesta.it/index.php?option=com_content&view=article&id=94&Itemid=18

    • gilgobbi ha detto:

      Quelli della signora erano palloncini che le creavano parecchie difficoltà nella vita quotidiana, perché la disturbavano nelle sue riflesioni e relazioni. Quelli per la decorazione, invece, sono spassosi e arricchiscono l’ambiente. Grazie dei complimenti per il blog fantastico.

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