Ambiente familiare e processi attentivi – G.G.

Ambiente familiare e processi attentivi

Gilberto Gobbi

Premessa

L’obiettivo del mio intervento è quello di contestualizzare, all’interno del sistema familiare, ciò, che è stato pre­sentato in modo magistrale nelle precedenti relazioni.

Di norma, l’analisi delle varie disfunzioni è fatta sul singolo “portatore”. Ci si sof­ferma sull’osservazione detta­gliata dei sintomi e dei relativi comportamenti, per cui, la presenza di determinate costanti conferma la disfun­zione stessa.

Mentre il soggetto, in questo caso il bambino, è visto  come singolo individuo, il portatore disfunzionale, quasi deconte­stualizzato, il suo ambiente è preso in considerazione per le conseguenze che il disturbo del bambino, fonte  di preoccupazione, con il suo comportamento arreca all’ambiente stesso (familiari, insegnanti, compagni, ecc.). Vi è difficoltà a prendere in esame l’ambiente come il luogo, in cui sorge e si struttura la patologia. Ciò può avvenire anche per il bambino con sindrome dell’attenzione, la cui eziopatologia è va­ria, articolata, con una plu­ralità di fattori, che concorrono sia alla sua genesi sia alla  permanenza e al raf­forzamento. Il contesto ambientale fornisce il clima psico-emozionale e i processi interattivi, in cui si sviluppa la disfunzione.

Va evidenziato che qualunque possano essere le cause della disfunzione, il bambino nasce, cresce e sviluppa la strut­tura della personalità all’interno di un sistema principale, costituito dal nucleo familiare. Già ebbi modo di sottolineare come: “L’ambiente fami­liare, infatti, con il suo clima può accentuare come limitare e contenere la di­sfunzione di tipo orga­nico e può origi­nare lo sviluppo della disfunzione di tipo affettivo e/o nevrotico […] le basi psicoaffet­tive del bambino si struttu­rano in famiglia, che offre non solo gli stimoli, ma anche il contesto emozio­nale, nel quale il bambino già prima di nascere si trova inserito” (G.. Gobbi, 1999, p. 119).

Il clima familiare crea l’ambiente e la rete relazionale, in cui il bambino ha da trovare una sua chiara po­sizione psi­coaffettiva come realtà autonoma e nello stesso tempo interdipendente. Un deficit nel pro­cesso identificatorio può causare arresti, inibizioni, espansioni irregolari (falso sé), instabilità di base.

Da un punto di vista psicodinamico un bambino è ipercinetico o inibito perché fatica a trovare la sua colloca­zione sulle coordinate fondamentali dell’esistenza: lo spazio e il tempo. Egli sviluppa il primo spazio e il primo tempo, interni ed esterni, nello spazio e nel tempo del sistema familiare. “Vi è la convinzione che l’esperienza del sé sia drasti­camente dipendente dal contesto: vale a dire, radicata in specifici conte­sti relazionali […] In quest’ottica, tutte le caratteristiche e l’essenza stessa del sé – inclusi i pattern stabili della personalità e della patologia – si sviluppano e sono mantenuti all’interno dello scambio reciproco fra soggettività di cui sono anche funzioni” (D.M. Orange, G.E. Atwood, R.D. Stolorow, 1999, p. 8). Da ciò si deduce il rifiuto di collocare le origini o il per­sistere della psicopatologia unicamente all’interno del paziente. Le condizioni intesoggettive danno origine e mantengono par­ticolari configura­zioni soggettive, nel bene e nel male.

Il bambino per i genitori

Il bambino (cfr. lo schema) è “oggetto della notte” e “di desiderio”. Egli ha origini lontane, oscure, an­cestrali, connesse al desiderio inconscio di maternità e paternità dei due possibili e futuri genitori. Si può affermare che questo bambino esiste già prima di divenire realtà interna nel grembo materno e realtà esterna tra le braccia geni­toriali.

Egli è un divenire che si rende concreto occupando uno spazio e segnando un tempo nella vita del nu­cleo fami­liare e in quella sociale. Si colloca nello spazio e nel tempo psicoaffettivo di ognuno dei due genitori, esiste nel loro mondo im­maginario, individuale e di coppia. Diviene presente nei processi psicoaffettivi e relazionali del “sistema coppia”.  Scandisce il loro tempo e condiziona il loro spazio col suo divenire realtà esterna.

Con la nascita il gioco tra la realtà interna del bambino – relazione oggettuale –  e quella esterna  dei genitori – gli oggetti – si fa sottile, ineffabile. Fin dalle primissime settimane di vita egli si presenta con complesse capacità di discriminazione percettive, nonché di coordinazione intermodale delle differenti modalità  percettive di tipo au­dio-visivo, audio-motorio, visuo-motorio, ecc.

Nell’ambito di tali forme d’interazione, agli adulti spetta il compito cruciale, da alcuni definito scaffol­ding o di tutoring, di fornire al bambino una “cornice” (frame), costituita da situazioni costanti e iterate, in cui egli possa sperimentare in modo continuativo e condiviso il processo di costruzione di significati circa l’ambiente circo­stante. In quest’ottica le esperienze interattive, centrate sulla condivisione emotiva prestata in modo continuativo dai ge­nitori nel corso delle prime fasi di crescita, appaiono fondamentali per lo sviluppo di quello che Emde (1992) chiama “nucleo affettivo del sé” (affective core), consideran­dolo come il frutto dell’internalizzazione di tali espe­rienze interattive e al contempo come origine della personalità infantile.

Il bambino “reale” continua ad essere per i genitori oggetto di desiderio, ma anche di possesso, di proiezione, di con­flitto. E’ si­tuato nella rete relazionale degli adulti per costruire il suo spazio e il suo tempo interni, in cui col­locare gli oggetti, coglierne i significati e definire i confini tra il proprio sé e quello degli altri.

Il figlio “reale” è arrivato quando il nucleo familiare si era già strutturato con dinamiche relazionali ed affettive; vi era, cioè, già una “storia” della coppia ed egli è venuto ad occupare uno spazio all’interno di questa storia, per scri­vere la sua, legata al processo d’identificazione e separazione, di differenziazione. Con modalità diverse per l’ipercinetico e per l’inibito, sembra che, sotto l’aspetto psicodinamico, all’interno del nucleo fami­liare non sia concesso il permesso di essere se stesso, di differenziarsi psico­logicamente come realtà in divenire, con la sua pro­gettualità protointerzionale, partendo dalle sue strut­ture neuropsicologiche, per trovare una propria colloca­zione e un proprio tempo prima nel nucleo fami­liare e poi nella società.

 Disfunzione attentiva

Per ciò che attiene la formazione della disfunzione attentiva rientra nella rete relazionale sia il bambino ipercine­tico sia quello inibito.

Da un punto di vista psicodinamico il bambino ipercinetico non ha ancora costituito confini determinati e sta in­contrando molte difficoltà nel costruirli: non ha un suo spazio interno definito, in cui collocarsi, e, non avendo introiettato e ben de­finito gli oggetti, si ritrova con un vuoto interiore, per cui vive delle profonde scon­nessioni nella problema­tica della rela­zione oggettuale.

Il suo vuoto interiore tende a proiettarsi all’esterno nella ricerca di collocazione, occupando inces­santemente spazi diversi e movendosi in essi in modo discontinuo e disordinato. Così l’instabilità esterna è indice e manife­stazione dell’instabilità in­terna: la sua attentività non potrà che essere ri­dotta, frammentata e nel contempo selet­tiva per ciò che lo gratifica nel momento.

Il bambino ipercinetico non ha confini ed è proiettato verso l’esterno: il vuoto interiore gli fa paura, gli crea ansia, che ha radici in un’inconscia angoscia di morte. La sua è la lotta contro quest’angoscia, che cerca di esorcizzare con il movimento. Per certi aspetti  l’iperattivismo lo ripara e lo protegge.

Il bambino in continuo movimento, che anche picchia, non può che essere disattento e, occupando spazi altrui in casa e a scuola, divenire  un problema, “il pro­blema familiare e sociale” (scolastico).

Sotto l’aspetto psicodinamico sembra essere ben differente la situazione del bambino inibito: i suoi confini sono troppo stretti e lo chiudono in spazi e tempi non suoi, dimensionati e commisurati a misura di quegli degli adulti. Gli oggetti introittati non trovano una loro collocazione: si accavallano e si sovrappongono; la relazione ogget­tuale è sovraccarica e tenden­zialmente implosiva.

L’attenzione è rivolta, concentrata, dentro di sé, nella ricerca di collocare gli oggetti, di identificarli e di dipanare la ma­tassa tra lo spazio interno e quello esterno, attento a capire ciò che vive e a come comportarsi. Trova diffi­coltà a collocarsi nello spazio relazionale con gli altri, la sua attenzione è presente e accentuata per ciò che vive e sente in modo confuso, per quanto è stato detto in precedenza. Vive risonanze e amplificazioni, che non hanno spazio per esprimersi. Tende ad avere “tempi lunghi”, nel mangiare, vestirsi, fare i compiti. Oppure fa le cose, si applica, sempre con grande tensione e la paura di sbagliare. Gli adulti dicono di lui che “è via con la testa”, “è chiuso, spesso disattento”, “pensa ai fatti suoi”. E’ un problema.

Tipologia familiare

La collocazione all’interno del nucleo familiare delle dinamiche disfunzionali disattentive, connesse sia a iperci­ne­tismo sia a inibizione, induce ad interrogarsi sul clima psicoaffettivo familiare, sulla rete rela­zionale, sulle mo­dalità  con cui gli adulti si relazionano tra di loro e nei confronti del bambino, sulle at­tese, sulle proiezioni e identifica­zioni, sugli spazi psicoaffettivi, sul modo con cui si permette al bam­bino di esistere e strutturarsi come realtà autonoma nell’intersoggettività.

Vi sono delle tipologie familiari, che facilitano la strutturazione di determinate disfunzioni, tra cui quella atten­tiva sia ipercinetica sia inibitoria. Gli studi sulla famiglia degli ultimi anni evidenziano l’incidenza profondis­sima del clima familiare sulla strutturazione patologia, tenendo per assodate le predisposizioni individuali e l’incidenza organica, che non vanno mai negate.

Il clima emotivo familiare è un fattore di salute e/o di patologia.

Le classificazioni sono molte­plici, a seconda dei criteri di analisi che si utilizzano. Si fa riferimento, di norma, a due dimensioni chiave: la qualità dell’attaccamento genitore-figlio, e le modalità di espressione affettiva all’interno della famiglia (J.A. Do­ane, D. Diamone, 1995, p. 95). Quanto più si capisce come funzionano i fattori di rischio della famiglia nella formazione della personalità, tanto più si è efficaci nella progettazione degli inter­venti terapeutici, ma anche si può fare prevenzione.

La combinazione di queste due dimensioni dell’ambiente familiare( tipo di attaccamento ed espressione affettiva)  permette di approfondire  la comprensione dei pattners relazionali anche nelle famiglie con bambini con disfun­zione attentiva.

Emergono tre tipi di famiglie con caratte­rizzazione differenti.

a)       Il primo tipo, definito ad alta intensità, si caratterizza per un attaccamento forte e positivo – per quanto in­tenso – tra genitori e figli e per interazioni familiari connotate da ipercoinvolgimento, critiche e intrusività

b)       Una seconda ti­pologia, definita a bassa intensità, si connota per un attaccamento positivo nei confronti dei fi­gli, ma anche da un tono basso nel clima affettivo familiare: è minima la presenza di critica radicata o in­trusiva, sia in termini di atteg­giamenti sia di comportamenti.

c)       Il terzo tipo di famiglia, detta scollegata, si caratterizza per interazioni familiari in cui uno o i due genitori sono notevolmente distaccati dai problemi del bambino. Il distacco si manifesta in forme differenti: alcuni genitori sono altamente critici o ipercoinvolti, altri sembrano completamente distaccati o mode­ratamente di­staccati. Il legame con il bambino è spesso interrotto o disturbato. In queste famiglie scollegate il clima af­fettivo negativo è mascherato da ipercoinvolgimento, per cui, in genere, i legami affettivi sono compro­messi.

In ciascuna di queste tipologie emerge che l’attaccamento può essere positivo o negativo, ipercoinvolto, debole o ambivalente, con sentimenti contraddittori, conflittuali, rifiutanti o indifferenti. Vi sono, cioè, delle modalità di attaccamento e forme di espressione affettiva diverse . In sintesi l’attaccamento può essere:

a)       sicuro positivo: legame emotivo duraturo, espressioni di sentimenti di amore e di cura, e un senso della significa­tività unica e irrepetibile dell’individuo; si può avere fiducia sul fatto che il genitore è disponibile, ca­pace di fornire risposte o aiuto in circostanze avverse e difficili; vi è da parte dell’adulto la capacità di in­tuire, comprendere e identificarsi con i sentimenti, i pensieri o le motivazioni dell’altra persona

b)       negativo: quando il legame è basato sul rifiuto, avversione, o è un legame basato sull’indifferenza rispetto all’altro; è giudicato negativo quando la persona esprime l’aspettativa di essere allontanata quando cerca af­fetto;

c)       c)       ambivalente: rivela un’oscillazione non integrata tra attaccamento positivo e negativo, sicuro e insicuro, senza che nessuno dei due predomini. ‘ ambivalente anche quell’attaccamento che si esprime attraverso l’incertezza sul fatto che il genitore sia responsivo o rifiutante quando il bambino cerca conforto o affronta situazioni av­verse e difficili.

Le modalità affettive possono trovare forme negative nei seguenti aspetti:

a)       ipercoinvolgimento: il comportamento rivela eccessiva preoccupazione o iperinvestimento da parte dei geni­tori nei confronti del figlio, per cui la vita emotiva individuale è quasi completamente orientata verso il fi­glio;

b)       parentificazione:  è caratteristica dell’inversione dei ruoli, in cui il genitore abdica alla funzione genitoriale e at­tribuisce al figlio un ruolo che non gli compete; ciò inibisce lo sviluppo del figlio e gli attribuisce funzioni che non gli competono;

c)       triangolazione: quando il figlio è nel mezzo del conflitto dei genitori, per cui tradisce uno dei due se afferma o sostiene il proprio attaccamento verso l’altro.

Gli studi evidenziano come nelle famiglie ad alta intensità, l’attaccamento genitore-figlio tende ad essere caratte­riz­zato da positività, spesso in un contesto di ipercoinvolgimento e di idealizzazione, mentre sono assenti l’attaccamento negativo, la parentificazione e la triangolazione. Nella famiglie a bassa intensità vi sono pochi co­dici di attaccamento negativo rispetto agli altri due gruppi. Nella famiglia scollegata prevalgono, invece, l’attaccamento negativo, la parentificazione e la triangolazione; vi sono genitori non ipercoinvolto, idealizzanti o positivi nei confronti del figlio.

1) La famiglia ad alta intensità

Una modalità emotiva e relazionale altamente o eccessivamente intense caratterizzano le famiglie ad alta inten­sità. L’attaccamento è il prodotto di una rete di legami forti e positivi, per cui l’intensità emotiva rappresenta a suo modo l’espressione di tali legami affettivi sicuri. I genitori si dimostrano profondamente interessati e coin­volti nei riguardi del bambino e verso ciò che fa e sente. L’espressione delle emozioni, in tali famiglie, appare  fluida e li­bera, i suoi membri sembrano in sintonia da un punto di vista emotivo e reattivi a parole, affetti ed espressioni de­gli altri membri della famiglia.

Il problema di tale famiglia, però, è che i membri presentano una grande velocità di reazioni emotive. Ne conse­gue che quando si crea tensione, l’interesse e la preoccupazione sono come sommerse da una vera e propria tem­pesta affettiva, soprattutto quando i genitori si sentono sopraffatti da una disfunzione comportamentale del figlio. Ne conseguono critiche, generalizzate ed aspre, commenti colpevolizzanti e intrusivi piuttosto frequenti.

Il grado costantemente alto di ipercoinvolgimento emotivo di queste famiglie ad alta intensità sembra radicata ad una rete di legami di attaccamento positivi e anche idealizzanti, che si trasmettono da una generazione all’altra. La presenza di una disfunzione, per esempio ipercinetismo e/o inibizione, pone di fronte ad una realtà,  che di­strugge le fantasie dei genitori che il figlio sia perfetto o idealizzato.

Per alcuni genitori questa tendenza a idealizzare il fi­glio  può sostenere o rinforzare un senso di dedizione totale nei suoi confronti, indipendentemente dalle vicissitu­dini della disfunzione e collaborare con l’intervento terapeu­tico; per altri la componente idealizzazione li pone in un atteggiamento di negazione della disfunzione e quindi di rifiuto o di conflittualità verso il figlio e l’esigenza  dell’intervento terapeutico.

 Le interazioni familiari nelle famiglie ad alta intensità suscitano spesso l’ipercoinvolgimento sotto forma di pre­oc­cupazione dei genitori per le idee, i pensieri, i sentimenti del bambino. Vi è quasi una “conoscenza privile­giata” degli stati interni o delle motivazioni del bambino.

Possono presentare un’immagine di “famiglia invischiata”, in quanto l’attaccamento positivo è caratterizzato spesso da un elemento fusionale o di estrema vicinanza, che interferisce con gli spazi altrui, che si esprime nelle intrusioni, nelle letture del pensiero o nell’iperattività osservabile nelle interazioni familiari.

Il bambino incontra difficoltà a trovare i propri spazi e i propri tempi. Mentre da una parte il coinvolgimento emotivo lo gratifica, dall’altra lo restringe dentro spazi e tempo che non sono i suoi. La tendenza fusionale degli adulti non gli permette il distacco e la differenziazione. La sua attenzione è costantemente centrata su ciò che gli altri vogliono per lui, per cui la relazione oggettuale trova ostacoli nella realizzazione dei desideri.

b) La famiglia a bassa intensità

Questo tipo di famiglia sembra essere caratterizzata da un attaccamento positivo, senza eccessi di ipercoinvolgi­mento emotivo e di reattività che caratterizzano il gruppo ad alta intensità. L’ipercoinvolgimento è minimo e di breve durata, e la critica ai membri bassa e moderata.

I genitori sembrano avere la capacità di modulare gli affetti nelle interazioni e di avere una visione equilibrata della situazione e del complesso delle relazioni, cioè una visione che integra qualità positive e negative, punti di forza e di debolezza. E’ assente la tendenza a minimizzare i conflitti, le difficoltà e le deprivazioni presenti. Vi è un senso di padronanza delle difficoltà delle relazioni, pertanto riconoscono le difficoltà di essere genitori. Rico­noscono quando il figlio presenta delle disfunzioni e mostrano un tono di moderazione nella critica, di coinvol­gimento senza fusionalità.

Sintetizzando, nelle famiglie a bassa intensità, gli attaccamenti positivi differenziati dei membri si manifestano in uno stile interattivo caratterizzato da un basso livello di reattività emotiva e dalla capacità di regolare il coinvol­gimento emotivo in forme che incrementano i legami affettivi. Colpevolizzazione e ostilità sono assenti, rispetto dei confini e degli spazi altrui e tollerabilità delle differenze.

Va  rilevato che tale tipo di famiglia non è tanto comune.

c) La famiglia scollegata

La famiglia scollegata sembra essere caratterizzata da modalità psicoaffettive, connesse a disturbi o a fratture dei legami di attaccamento tra i membri. Uno o entrambi i genitori sono emotivamente distaccati dal figlio, cioè esi­ste una certa distanza, freddezza o sconnessione tra uno dei genitori e il figlio. L’intensità e il grado di distacco variano da un rifiuto aperto a un vago estraniazione.

Questa famiglie sono disturbate  a livello dell’attaccamento reciproco. Di norma il loro disturbo o l’arresto evo­lutivo si trova a un livello più profondo: vi sono carenze di attaccamento positivo tra genitore e figlio, che colo­rano l’atmosfera dell’ambiente familiare, connotato da un’espressione di affetti negativi. Sono presenti attacca­mento negativo, debole o assente, triangolazioni, infantilizzazioni e critica continua o imprevedibile. Problemati­che disfunzionali, irrisolte, tra i due genitori si riflettono profondamente sul figlio. Anche l’ipercoinvolgimento con il figlio è accompagnato da critica o colpevolizzazione. L’intenso ipercoinvolgimento emotivo non è tanto ri­volto per l’interesse del figlio quanto per i problemi che egli può causare, che sono inaccettabili.  Questo aspetto rileva che molti genitori continuano a lottare per sentimenti negativi residui derivanti da interazioni negative con i loro genitori. Sono genitori che di fronte ad una disfunzione del figlio hanno bisogno di essere aiutati ad affron­tare se stessi, le loro problematiche interne, le relazioni pregresse, altrimenti accentueranno la patologia del figlio, aumenteranno l’ipercinetismo o la chiusura inibitoria. Le modalità di attaccamento e di espressione affettiva sono profondamente connesse a processi di accettazione della persona, del figlio, come identità. Sembra che in tali fa­miglie scollegate vi sia una costante lotta per essere accettati nella propria individualità.

L’influenza emotiva della famiglia

In riferimento a quanto è stato esposto l’influenza emotiva dell’ambiente genitoriale sulla strutturazione della personalità del bambino è determinante. “Influenza emotiva significa che una persona è influenzata a livello emotivo,affettivo e soggettivo da ciò che un’altra persona pensa, sente, dice e fa o da ciò che si immagina che un’altra persona pensi, senta e faccia” (M.E. Kerr, M. Bowen, 1990, p. 78).

Il clima psicoaffettivo familiare è costituito da segnali prevalentemente uditivi e visivi, comprendendo postura del corpo, tonalità della voce, espressioni del volto ed aspetti affettivi della vicinanza, della lontananza, del con­tatto corporeo, della comunicazione tonico-emozionale. I segnali , le reazioni e le azioni di una persona – del bambino – sono difficilmente comprensibili se si collocano al di fuori del contesto della relazione in cui avven­gono, in quanto segnali e azioni di una persona sono risposte a segnali e azioni altrui.

I livelli di interazione tra genitori e figlio comprendono livelli multipli, che possono essere schematizzati, come segue:

Oggettività                                                                                     Oggettività

Soggettività                                                                                    Soggettività

Sentimenti                                                                                      Sentimenti

Emozioni                                                                                        Emozioni

                                    GENITORI                    FIGLIO

Il livello dell’oggettività, cioè come capacità di comunicare senza essere influenzati dalla risposte soggettive, af­fettive ed emotive, dovrebbe essere una caratteristica degli adulti (genitori), mentre per il bambino è una compe­tenza da acquisire, in quanto dovrebbe essere un obiettivo della maturazione quello di saper distinguere la realtà oggettiva, esterna a ciò che è vissuto come realtà soggettiva, interna. La dinamica è sulla linea della differenzia­zione e della individuazione. L’individualità di una persona scarsamente differenziata è decisamente ridotta. Le sue reazioni emotive nascono con facilità, sono intense e prolungate. Le realtà dei bambini ipercinetici e di quelli inibiti, con  connotazioni differenti, si colloca sulla linea di una deficitaria individuazione.

Se una persona durante la crescita è sottoposta a forti pressioni perché si adatti all’ansia, alla reattività emotiva e alla soggettività altrui, la sua vita diviene fortemente dominata da processi emotivi, affettivi, soggettivi, che con­dizionano la percezione e i vissuti circa se stesso e l’ambiente. La sua libertà di crescita viene notevolmente ri­dotta, per cui dovrà trovare un suo modo di affrontare gli oggetti interni e quegli esterni. Lo sforzo sarà quello di crescere la sua libertà di avere un funzionamento intellettivo ed emotivo indipendente dagli altri; la lotta sarà dura per essere se stesso. Per i bambini ipercinetici l’impegno è di cercare di esser-ci nello spazio e nel tempo altrui, per ricercare una propria collocazione differenziata; per quelli inibiti, invece, vi è un chiudersi, un restringersi e un cercare dentro di sé la propria collocazione. Sia per il bambino cinetico che per quello inibito solo l’acquisizione della libertà dall’emotività altrui permette lo sviluppo di una maggiore capacità psicologica di ri­durre la sua reattività emotiva e di essere un individuo separatati.

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