L’Altra – G.G.

L’ «Altra» – Gilberto Gobbi

Si sente goffa, grassa, ingombrante. Lo spazio attorno a lei sembra essere troppo poco. Preferisce stare distesa sul divano, che la contiene tutta. Quando il marito è partito per il lavo­ro e i figli sono saliti sul pullman ver­so l’asilo o la scuola elementare, ca­de in uno stato d’inedia. Mangia e dorme; mangia, dorme e legge.

Ricerca nei libri di psicologia sugge­rimenti, idee, chiarimenti, spiegazio­ni, su di lei, sui figli, sul marito, sulla coppia, anche sul terapeuta. Per mol­to tempo viene alle sedute con qual­che libro sulla coppia o sull’educa­zione dei figli; lo tiene in borsa. Spesso ricerca il momento per citare frasi, per chiedere spiegazioni, per la­mentarsi, per domandare titoli di nuovi libri da leggere.

Non si accetta, non accetta il proprio corpo. Viene riconfermata in tale sta­to dal marito, che non capisce come tante volte lei inizi delle diete e mille altre le interrompa, mentre lui quello che decide attua. Lei, invece, non ac­cetta che lui non possa comprendere le sue difficoltà.

Che ci sta a fare in quel corpo?

Molto attiva, dinamica, impegnata in attività varie fuori casa, coltiva e in­centiva amicizie femminili, con don­ne che condividono gli stessi interes­si. Il ritrovarsi il mattino a bere il tè a mangiare pasticcini, a fare lunghe conversazioni di condivisione sui fi­gli, di critica ai mariti, che non capi­scono le donne, sulla condizione femminile, per correre a casa e di fretta preparare qualcosa di pranzo per i figli che ritornano dalla scuola. Il marito, per fortuna, rientra la sera. Il corpo lo sente enorme, senza confi­ni. Un corpo, che ha partorito tre fi­gli, sani e vivaci, che la impegnano molto.

Sente l’esigenza di controllarli oltre i trecentosessanta gradi; controllo, che giustifica in ogni modo razionaliz­zando motivazioni pedagogiche e psicologiche. Della crescita e dei pro­cessi maturativi sa tutto e ne rende partecipe il marito, che difficilmente è all’altezza delle soluzioni educative da lei suggerite.

Quando è in movimento il suo corpo si estende e si espande, occupando gli spazi psico-affettivi attorno. Den­tro, però, vi è un grande vuoto, che deve essere riempito, solo per qual­che lasso di tempo, perchè reclama di essere nuovamente riempito. Non si contano le volte che ha iniziato, so­speso, ripreso, abbandonato una die­ta. Ogni circostanza non prevista, uno sgarbo del marito, qualche incomprensione con le amiche, una dif­ficoltà nel rapporto con la madre, i bambini che non obbediscono, ria­prono il buco interiore, i confini del corpo non li percepisce e riprende a mangiare.

Finite le medie e fatto un biennio su­periore, si impiega. Ha già il ragazzo fisso, di un anno maggiore di lei, con cui ha instaurato un legame di inter­dipendenza simbiotica. Tra i due è difficile stabilire chi viva maggior­mente la simbiosi.

Non si accetta; una non accettazione focalizzata sul naso. Con i primi sol­di guadagnati si sottopone a un inter­vento chirurgico al naso, che vuole modellato a propria immagine.

In casa, da sempre, è sottomessa, sta alle regole della madre, che è già molto depressa per la perdita di una figlia e per il comportamento disin­volto di quella maggiore.

A lei spetta rassicurare la madre, confortarla, conformarsi ai suoi desi­deri; una madre, che sotto l’aspetto alimentare non fa mancare nulla. Da sempre in frigorifero non manca nul­la, anzi, vi è l’abbondanza.

Elisa non è l’unica “Elisa” della fa­miglia. Fin da piccolissima, appena i suoi occhi possono spaziare negli ambiti della casa, sono colpiti da lu­mini accesi davanti ad una fotografia di una bambina piccolissima. E’ la so­rellina, “Elisa”, morta, che lei sosti­tuisce in quei vuoti lasciati dalla sua morte.

Viene spesso condotta alla tomba di “Elisa”, prima in braccio e poi per mano. Le viene ripetuto che là sotto c’è “Elisa”.

A casa sono da sempre accesi i lumi­ni davanti alla fotografia di “Elisa”.

Lei, Elisa, dov’è? Qual è il suo spa­zio, la sua dimensione?

Lei, Elisa, chi è?

Non le è semplice acquisire una pro­pria identità, differenziarsi, perchè deve distanziarsi dall’ “Elisa” delle fotografie e della tomba, dall’ “Elisa” costantemente ricordata dal la madre, e differenziarsi dalla madre, come tutte le bambine e le adolescenti.

Tocca a lei fare il lutto al posto della madre.

La crescita la porta a concentrarsi sul corpo, che durante l’adolescenza sembra permetterle di differenziarsi dalla madre, che mangia e ingrassa, malgrado le diete di quando in quan­do iniziate e subito abbandonate.

Lei, invece, è magra, piena di vita­lità. Il suo cruccio è il naso, per cui appena può disporre del suo stipen­dio si sottopone all’intervento, che le dà immediatamente una immagine gradevole di sé. L’Altra sembra esse­re dimenticata. Lei ha la vita, che vuole vivere a tutti i costi, vivere con il suo ragazzo, che desidera sposare malgrado contrasti e diversità di ca­rattere. Anche lei, come molte ragaz­ze, pensa che dopo sarebbe riuscita a cambiarlo.

Tra alti e bassi nascono due figli. Lei inizia a mangiare e a ingrassare; i confini del corpo si allargano, il vuo­to dentro cresce, le difficoltà coniu­gali e relazionali aumentano.

Nel sociale è dinamica e impegnata. Viene in psicoterapia perchè “si sente dentro un profondo malessere”. Sta male, il matrimonio va male. Inizia un lungo percorso terapeutico, che le permette di entrare gradatamente dentro di sé , di ripercorrere gli stadi della vita. Si confronta con l’ambiva­lenza della fase simbiotica, con l’or­ganizzazione dell’immagine materna e dell’immagine di Sé. Un’immagine materna buona e onnipotente da una parte, e una cattiva, depressa, invasiva dall’altra.

Ha una proiezione di un’immagine di Sé “sostitutiva”. Ha interiorizzato l’esigenza di essere buona, di avere l’obbligo di rendere felice sua madre per sfuggire al ricatto affettivo e farsi accettare.

Si confronta con le modalità ricatta­torie da lei proposte nei confronti dei suoi, marito e figli, e la sua lotta ne­vrotica nei confronti di quelle della madre. Viene mobilitata la libido nar­cisistica, affinchè riprenda il suo svi­luppo normale, attraverso una tra­sformazione maturativa del narcisi­smo arcaico in strutture narcisistiche mature. La visione infantile della scena primaria ha da essere elaborata psichicamente e accettata sia dalla parte infantile sia da quella adulta della personalità, per trovare il suo posto nella costellazione familiare ed avere un proprio corpo, una propria identità.

La rappresentazione, infatti, che la bambina fa del proprio corpo riflette il significato che la madre avrà dato al sé fisico e psicologico della figlia. La sofferenza è notevole di fronte al­le regressioni nel “Sé grandioso”, contrassegnato da sentimenti di onni­potenza, perfezione, prestigio, con­trapposto ad un vuoto connesso ad un’immagine di Sé impotente e sosti­tutiva. Vi è l’esigenza di rimodellare gli “oggetti-Sé”, di avere una madre tutta per sé , da cui differenziarsi de­finitivamente; di fare il lutto della so­rella, il “suo” lutto, non quello della madre; di affrontare l’angoscia di morte e sostituirla con il desiderio di vita, di pienezza.

Lavora sull’acquisizione che vi è tempo e spazio per la separazione/in­dividuazione, che non avviene “una tantum”, in via definitiva, ma che va incontro ad alternative e riscoperte.

L’evoluzione del Sé, sotto l’aspetto soggettivo, può essere paragonabile ad un viaggio, le cui origini si perdo­no nella nebbia, ma che procede at­traverso percorsi che permettono di trarre quegli elementi di positività, di conforto, di stimolo, indispensabili per la maturità, per fronteggiare gli attacchi sia sul fronte interno che su quello della realtà esterna.

Si tratta di percepirsi completa, di avere il proprio spazio reale, di uscire dalla confusione in cui il proprio Sé si districava nei confronti degli og­getti e nella compagine stessa del Sé partendo dall’ immagine del proprio corpo per avere il diritto ad un’esi­stenza separata e un’identità indivi­duale.

In questo ambito l’altra “Elisa” non c’è più, è stata sepolta; la madre è stata ridimensionata e ricondotta nel suo spazio. Viene risolto il senso di colpa per la morte della sorellina e per la sofferenza inferta alla madre per la sua nascita sostitutiva.

La separazione procede, come pure l’individuazione come identità distin­ta e differente.

Elisa non sente più il vuoto e ricon­duce con una dieta i suoi confini esterni, che mantiene nel tempo, per­chè quelli interni si stanno ben defi­nendo. La relazione coniugale sem­bra andare bene.

Vuole per sé e per suo marito il terzo figlio. I primi due per chi erano? Quale vuoto colmavano? Possono es­sere visti come atti compensatori e doni alla madre. Non è semplice af­frontare queste problematiche, perchè si è creduta sempre molto libera nelle sue scelte, compresa quelle di avere figli.

La terapia si interrompe perchè si sente bene. Tuttavia non tutti i pro­blemi legati al Sé corporeo e all’im­magine di Sé sono risolti.

Dopo due anni ritorna a riprendere la terapia da dove si era interrotta.

Come Elisa altre clienti si sono trova­te a vivere in forma “vicaria”, sosti­tutiva; lottare per avere il proprio spazio psicoaffettivo nella madre, già piena/vuota per il lutto di una figlia precedentemente morta.

Era stato affidato il compito di perpe­tuarne la presenza non solo con il no­me, ma anche con l’identificazione comportamentale inconsciamente “voluta” dalla madre.

Chiara, 22 anni, sognava spesso di essere al cimitero o all’entrata di esso e sentiva una forte attrazione verso una tomba, sulla cui lapide era scritto “Chiara”. Una volta da quella tomba, mezzo scoperchiata, usciva una ma­nina che la invitava ad avvicinarsi e ad entrare.

Verso la fine della terapia sogna di trovarsi di fronte al cancello chiuso del cimitero. È una splendida giorna­ta di sole primaverile, i prati attorno sono fioriti, una strada, percorsa da giovani, va verso le colline.

È combattuta: avvicinarsi al cancello e cercare il custode, che apra, oppure allontanarsi per la strada verso le col­line con gli altri giovani. Si incammi­na per la strada delle “sua” vita.

Si è trovata un lavoro, ha accettato il corteggiamento, fino allora impossi­bile (non poteva tradire su madre). Dopo qualche tempo usciva di casa.

 

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Informazioni su gilgobbi

Psicologo-Psicoterapeuta-Sessuologo clinico Lavora a Verona, nel suo studio Kairòs di Viale Palladio, n. 10 Tel. 0458101136
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